Immaginario nazionale e colori del Brasile - IN ITALIANO E PORTOGHESE -
Gustavo Rossi
Foto di Zélia Gattai/ Fundação Casa de Jorge Amado
TESTO IN ITALIANO   (Texto em portugûes)

E’ una delle firme più significative sorte nella storia culturale e letteraria brasiliana. Il nome di Jorge Amado (1912-2001) ha creato una rara combinazione di forza e riconoscimento simbolici. In ciò ha contribuito decisamente la sua grande capacità di far confluire immagini e sentimenti cari a una certa nozione di brasilianità. Lo dimostrano tutti gli omaggi prestati allo scrittore in questo Carnevale 2012, nell' anno in cui si commemora il centenario della sua nascita che è stato ricordato nelle importanti sfilate di Rio de Janeiro, San Paolo e Salvador.

Il Centenario è servito affinchè Jorge Amado e le sue creature si (con)fondessero nelle strade e nei sambodromi come personaggi di un unico spettacolo ludico della letteratura sul Brasile, sulla sua morenidade e il suo legame africano. Infatti Amado e la sua opera celebrano la nazione nelle sue dimensioni più autentiche e profonde e ciò è ben spiegato nel samba-enredo del gruppo paulistano Mocidade Alegre:
E’ magia…/ Na mistura das raças surgiu / A pele morena, linda è a cor do Brasil[…] Eternizado, è coroado Obá de Xangô / Jorge….Orgulho da naçao / Amado…Em cada coraçao / Feliz, o povo canta em oração”
(E’ magia…/ Nella mistura delle razze sorse / La pelle mulatta, bello è il colore del Brasile […] Reso eterno, è coronato Obá de Xangô / Jorge…Orgoglio della nazione / Amado…In ogni cuore / Felice, il popolo canta in preghiera).[1]

Certamente non c’è nulla di aleatorio in questa magia evocativa che fa sorgere e “coronare” Jorge Amado e il Brasile, “resi eterni” dalla  “preghiera” redentrice della “mistura delle razze”. Possiamo dire che la carriera di Jorge Amado e la visione positiva del meticciato si uniscono e si mescolano. O per meglio dire, costituiscono fenomeni che guadagnano corpo e sostanza in un suolo comune di trasformazioni della società brasiliana che è stata sbloccata, soprattutto, dalla cosiddetta Rivoluzione del ’30.  Questo fu un momento storico in cui, secondo le parole del critico Antonio Candido, la cultura brasiliana venne ricomposta in una “nuova configurazione […], proiettando su scala nazionale gli avvenimenti che accadevano in ambito regionale”[2] .

In questa “nuova configurazione”, l’afro-discendente, che era stato considerato per secoli uno dei principali ostacoli al progresso, iniziò ad essere visto come un vettore rappresentativo della cultura e civilizzazione utile alla formazione del carattere nazionale. Si stava immaginando un altro Brasile a partire da chiavi di lettura liberate dagli antichi schemi deterministi e legati alla biologia che avevano dominato il pensiero nel secolo XIX. D’altra parte, alla base di questo humus effervescente di interessi (letterari, etnografici, politici ecc.) che incidevano sulla popolazione nera, c’era la strutturazione di uno Stato ugualmente impegnato a inserire quest'ultima nel corpus della memoria pubblica.

L'afro-discendente che per tempo immemore era stato considerato un  esiliato, uno straniero nella sua stessa terra, finalmente venne a far parte di un discorso che cercava di esaltare non solo la  riconciliazione tra le razze che formavano il Paese, ma anche la singolarità e l’omogeneità del suo popolo miscigenato. E il discorso venne reso ancor più solenne dalle commemorazioni civiche e dalle politiche culturali intraprese dallo stato di Vargas. La carriera di Jorge Amado si costruì in fine sintonia con questo movimento di “andata verso il popolo” che rese singolari gli intellettuali della sua generazione, i cui sforzi di ricerca per una letteratura e un Brasile autentici giustificarono molti dei romanzi del periodo[3].

Per una congiunzione di fattori biografici, sociali, politici e regionali, Amado si trovò, quindi, nelle condizioni di offrire un prodotto originale nel momento in cui da un lato, la figura dell’intellettuale impegnato si convertiva in un modello per eccellenza. Dall’altro, aumentava la domanda per ritrattare la realtà del Brasile, del suo crogiuolo etnico e dei regionalismi, per poter soddisfare un mercato editoriale in espansione. Autore precoce, a poco più di vent' anni, Amado già godeva di prestigio come scrittore di romanzi proletari e membro combattivo del Partito Comunista Brasiliano (PCB), distinguendosi per una scrittura che univa vigore di stile e forte appello ideologico.

Allo stesso tempo lo scrittore era fortemente interessato ad invocare il PCB come mandante legittimo degli interessi dei proletari e degli sfruttati. Perciò plasmava nella letteratura una nutrita rappresentazione del popolo  della sua terra natale: Bahia. E rappresentò particolarmente la “Roma Africana”, Salvador[4] , uno spazio estremamente caro all’immaginario nazionale. Già nella decade del ’30 la città andava  trasformandosi, anche a livello internazionale, in un modello paradigmatico per le relazioni tra bianchi e neri dal momento che lì era presente una larga miscigenazione che molti utilizzarono a favore di una supposta assenza del preconcetto razziale tra noi.

Tra i dilemmi politici e estetici, le sue posizioni, l’appropriazione di queste riserve simboliche sul Brasile e Bahia, Jorge Amado riuscì a creare un progetto letterario che incontrò nell’afro-discendente e nella cultura afro-brasiliana uno dei repertori più persistenti, espressivi e vigorosi. Si tratta di un modello che certamente non fu omogeneo nel decorrere della sua lunga produzione, ma anche sotto differenti vesti e con distinte motivazioni, concordava  con una certa utopia nazional-popolare – populista direbbero alcuni – resa sacra dal codice della mistura razziale.

Ciò avvenne sia nelle decadi del 1930 che del 1950. Come quadro del PCB, quando il popolo emergeva in una narrativa di nazione che aveva bisogno di essere protetta dall’imperialismo e da nemici stranieri; ma anche quando abbandonò la militanza politica e la sua opera perse la serietà del linguaggio ideologico e si aprì alla favola del Brasile in festa, carnevalizzato, sensuale, femminile e picaresco. E’ giusto ricordare che Amado venne eletto nel 1945 deputato federale del PCB con lo slogan di “romanzista del popolo” e non dei proletari.

Poi, in nome del popolo, Amado cercò di infondere coerenza e unità estetica e programmatica alla sua opera ricca di trasformazioni e discontinuità. Inutile chiedere se, di fatto, la nazione brasiliana corrisponda o no all’utopia popolare difesa da Amado, resa sacra ed eterna utilizzando il codice della mistura, del mulatto e dell’armonia razziale. Anche perché la nazione è un concetto che non rimane al passato poiché si costruisce a partire dai ricordi e dimenticanze di coloro che agiscono nel presente. Come osserva Benedict Anderson, non esiste un “creatore originale della nazione,  (e quindi) la sua biografia non può mai essere scritta in forma di Vangelo, “che avanza nel tempo” lungo una linea generazionale di procreazioni.

Questa modellazione […] è invece caratterizzata da morti che, in una curiosa inversione della genealogia convenzionale, cominciano in un presente originario. La seconda Guerra Mondiale genera la prima Guerra Mondiale; da Sedan proviene Austerlitz, l’antepassato nel Levante di Varsavia è lo stato di Israele”[5]. In sintesi, più che le essenze culturali ineffabili che appartengono a tempi lontani, sono le esperienze e le politiche identitarie contemporanee che indicano colori, morti, martiri, passati e dimenticanze attraverso cui la società brasiliana immaginerà i suoi destini come popolo e nazione.

Traduzione di R. S.
Per gentile concessione dell'editore Edgar Steffen Junior. Dalla Rivista brasiliana RAIZ, (n. 11, aprile 2012).
 

[1] La sfilata è stata basata sul romanzo di Jorge Amado Tenda dos Milagres (1969). E’ la sfilata con la quale la scuola Mocidade Alegre si è consacrata campionessa del carnevale 2012
[2] Antonio Candido, “A revolução de 30 e a cultura” in A Educação pela Noite e Outros Ensaios, São Paulo, Ática, 1989, p. 181
[3] Antonio Candido, “Poesia, documento e historia” in Brigada Ligeira. São Paulo, Ed. Unesp, [1945]1992, p.46
[4] La designazione di Salvador come “Roma Africana” fu registrata da Edison Carneiro a partire dal discorso della mãe-de-santo Aninha, do Axé Opô Afonjá, una delle lider più importanti e rispettate dei Candomblé di Salvador nella decade del 1930. Vedi Edison Carneiro “Religiões Negras/Negros Bantus. Rio de Janeiro. Civilização Brasileira, [1937] 1991, p. 130
[5] Cf. Comunidades Imaginadas. Benedict Anderson. São Paulo, Cia das Letras, 2008, pp. 279-80.

-------------------------------------------------------------------------------


TEXTO EM PORTUGÛES   (Testo in italiano)

Imaginação nacional e as cores do Brasil
Gustavo Rossi
[1]
 
Assinatura das mais marcantes já surgidas na história cultural e literária brasileiras, o nome de Jorge Amado (1912-2001) logrou acumular uma combinação rara de força e reconhecimento simbólicos, a qual contribuiu decisivamente para investi-lo de poderes quase mágicos no que diz respeito à sua capacidade de fazer coagular, de pronto, imagens e sentimentos caros a certa noção de brasilidade. Eloquente neste sentido, foram as homenagens prestadas ao escritor neste carnaval de 2012, ano em que se comemora o centenário de seu nascimento.

Lembrada em algumas das principais festas carnavalescas do país, como as do Rio de Janeiro, de São Paulo e, evidentemente, Salvador, a data serviu de mote para que Jorge Amado e suas criaturas se (con)fundissem nas ruas e nos sambódromos como personagens de um único espetáculo lúdico das ficções sociais sobre o Brasil, sua morenidade e seu legado africano. Amado e sua obra mimetizariam e celebrariam a nação em suas dimensões mais autênticas e profundas, como tão bem explicitou o samba-enredo da agremiação paulistana Mocidade Alegre: “É magia... / Na mistura das raças surgiu / A pele morena, linda é a cor do Brasil [...] Eternizado, é coroado Obá de Xangô / Jorge... Orgulho da nação / Amado... Em cada coração / Feliz, o povo canta em oração” [2].

Decerto, não há nada de aleatório ou natural nesta magia evocatória que faz surgir e “coroar” um Jorge Amado e um Brasil “eternizados” pela “oração” redentora da “mistura das raças”. Grosso modo, pode-se dizer que a carreira de Jorge Amado e a visão positiva da mestiçagem são feitos que se embaralham. Ou melhor dizendo, constituem fenômenos que ganharam feição e substância em um solo comum de transformações da sociedade brasileira destravadas, sobretudo, pela chamada Revolução de 30: momento em que, nas palavras do crítico Antonio Candido, a cultura brasileira foi disposta numa “configuração nova” [...], projetando na escala da Nação fatos que ocorriam no âmbito das regiões” [3].

Nessa “configuração nova”, o negro, considerado por séculos um dos principais obstáculos para o progresso, começava a ser visto como um vetor representativo de cultura e civilização para a formação do caráter nacional. Um outro Brasil estava sendo imaginado: só que agora, a partir de chaves de leitura menos recalcadas e mais desembaraçadas dos antigos jargões deterministas e biologizantes, hegemônicos no século XIX.

De outra parte, subjacente a este ambiente efervescente de interesses (literários, etnográficos, políticos etc.) que incidiam sobre a população negra, estava a estruturação de um Estado igualmente empenhado em incorporá-la ao corpus de representações de sua memória pública. Durante tanto tempo um desterrado, um estrangeiro em sua própria terra, o negro passava a ser amalgamado a um tipo de discurso que, solenizado nas comemorações cívicas e encampado pelas políticas culturais promovidas pelo Estado varguista, buscava exaltar não apenas uma história do congraçamento entre as raças formadoras do país como também a singularidade e a homogeneidade de seu povo miscigenado.

A carreira de Jorge Amado foi se construindo em fina sintonia com este movimento de “ida ao povo” que singularizou os intelectuais de sua geração, cujos esforços de busca e pesquisa por uma literatura e um Brasil autênticos justificaram muitos dos romances do período [4]. Por uma conjunção de fatores biográficos, sociais, políticos e regionais, Amado esteve em condições de oferecer um produto próprio e original num momento em que, de um lado, a figura do intelectual engajado se convertia no modelo de excelência, e, de outro, a demanda por retratos e diagnósticos da realidade do Brasil, de seu cadinho étnico e de seus regionalismos aumentava a fim de suprir um mercado editorial em expansão.

Autor precoce, com pouco mais de vinte de anos Amado já gozava de prestígio como escritor de romances proletários e membro combativo do Partido Comunista Brasileiro (PCB), se destacando por um texto que aliava robustez de estilo e forte apelo ideológico. Ao mesmo tempo, interessado em invocar o PCB como mandatário legítimo dos interesses dos proletários e explorados, o escritor plasmava na ficção uma representação de povo nutrida de sua terra natal, Bahia. E mais especificamente, a “Roma Africana”, Salvador [5], um espaço extremamente caro para o imaginário nacional e que, já na década de 1930, se transformava, mesmo internacionalmente, num modelo paradigmático para se divulgar a ideia de como o Brasil teria encontrado soluções harmônicas nas relações entre brancos e negros, sendo a larga miscigenação que ali se processou um dos elementos centrais para muitos argumentassem em favor da suposta ausência de preconceito racial entre nós.

Foi, deste modo, em meio aos dilemas políticos e estéticos associados às suas posições e aliado à apropriação destes estoques simbólicos sobre o Brasil e a Bahia, que Amado iniciou a modelagem de um projeto literário que encontrou no negro e na cultura afro-brasileira um de seus repertórios mais persistentes, expressivos e vigorosos.

Uma modelagem que certamente não foi homogênea no decorrer de sua longa produção, mas que, mesmo sob diferentes roupagens e com distintas motivações, sempre flertou com certa utopia nacional-popular – populista diriam alguns –, chancelada e sacralizada pelo código da mistura racial: seja como quadro do PCB entre as décadas de 1930 e 1950, quando o povo emergia colado a uma narrativa de nação em perigo, a qual precisava ser protegida do imperialismo e dos inimigos estrangeiros, seja a partir do momento em que, ao abandonar a militância, sua obra, perdendo a sisudez da linguagem ideológica, se abriu à fabulação de um Brasil da festa, mais carnavalizado, sensual, feminino e picaresco.

Não é demais lembrar que, em 1947, quando se candidatou a deputado federal pelo PCB, foi sob o slogan de “romancista do povo” e não dos proletários que ele se elegeu. Assim como foi em nome do povo que Amado buscou infundir coerência e unidade tanto estética quanto programática a sua obra, evidentemente, cheia de ranhuras, mudanças e descontinuidades.
Inútil perguntar, se, de fato, a nação brasileira corresponde ou não à utopia popular defendida por Amado, sacralizada e “eternizada” por ele sob código da mistura, da morenidade e da harmonia racial.

Até porque, a nação nunca está no passado, ela se constrói a partir das lembranças e dos esquecimentos dos agentes do presente. Como observa Benedict Anderson, não havendo um “criador original da nação, sua biografia nunca pode ser escrita de uma forma evangélica, ‘avançando no tempo’ ao longo de uma cadeia generacionista de procriações.

Essa modelagem [...] é marcada por mortes que, numa curiosa inversão da genealogia convencional, começam num presente originário. A segunda Guerra Mundial gera a Primeira Guerra Mundial; de Sedan vem Austerlitz; o antepassado no Levante de Varsóvia é o Estado de Israel” [6]. Em síntese, menos do que essências culturais inefáveis pertencentes a tempos longínquos, são as experiências e as políticas identitárias travadas contemporaneamente que irão conformar quais as cores, as mortes, os martírios, os passados e os esquecimentos através dos quais a sociedade brasileira imaginará seus destinos como povo e nação.


[1] Doutor em antropologia Social pela Universidade Estadual de Campinas (Unicamp), autor do livro As cores da revolução: a literatura de Jorge Amado nos anos 30 (Annablume/Fapesp).
[2] O desfile foi baseado no romance de Jorge Amado, Tenda dos Milagres (1969): desfile com o qual a escola Mocidade Alegre se sagrou campeã do carnaval de 2012.
[3] Antonio Candido, “A revolução de 30 e a cultura” in A Educação pela Noite e Outros Ensaios, São Paulo, Ática, 1989, p.181.
[4] Antonio Candido, “Poesia, documento e história” in Brigada Ligeira. São Paulo, Ed. Unesp, [1945]1992, p.46.
[5] A designação de Salvador como a “Roma Africana” foi registrada por Edison Carneiro, a partir da fala da mãe-de-santo Aninha, do Axé Opô Afonjá, uma das lideranças mais importantes e prestigiadas dos candomblés de Salvador na década de 1930. Ver Edison Carneiro, Religiões Negras/ Negros Bantus. Rio de Janeiro, Civilização Brasileira, [1937]1991, p.130.
[6] Cf. Comunidades Imaginadas. São Paulo, Cia das Letras, 2008, pp.279-80.
Gustavo Rossi è ricercatore, dottore in Antropologia Sociale all’Università Statale di Campinas (UNICAMP), istituzione brasiliana dello stato di São Paulo. E’ studioso della Storia Sociale degli intellettuali nel campo di studi delle relazioni razziali brasiliane. E’ autore del libro As cores da revolução: a literatura de Jorge Amado nos anos de 1930, lanciato nel 2009 dall’ed. Annablume/Fapesp.