Ri-Nati per Leggere, Ri-Nati per la Musica. 1a Parte
Fin dove mi hanno portato i libri
Lina Di Maio
Foto di L.D.M.
Sto guidando verso il penitenziario. Spesso, quando guido accendo la radio, e oggi, di colpo, la musica di Mendelssohn mi invade, mi avvolge e mi penetra. Come faccio sempre, apro i due finestrini anteriori, alzo il volume e rallento in modo che i passanti, o chi è fermo al semaforo, possano ascoltare le note dell’Allegro Vivace della Sinfonia n. 4 che, volando all’esterno, si impadroniscono dell’aere. Io sorrido se qualcuno mi guarda e strizzo l’occhio. Mendelssohn deve trovare spazio a Secondigliano così come accade per i neomelodici o i rappers. A Roma i miei amici direbbero che faccio la coatta…Classica!

Ecco, sono arrivata, abbasso il volume per rispondere all’agente che deve alzare la sbarra per permettermi di entrare, mi fermo, aspetto la fine del 1° movimento nel parcheggio dell’Istituto Penitenziario P. Mandato di Napoli Secondigliano. Sono trascorsi molti anni da quando ho varcato per la prima volta la soglia del carcere, aiutata nell’approccio alla Direzione dal responsabile sanitario del penitenziario, collega della mia stessa Asl.

Dal 1998, in nome dell’uguaglianza nel diritto alla salute tra detenuti e liberi, la Sanità penitenziaria è parte del SSN, afferente alla ASL di appartenenza territoriale. Non ha più, o almeno non dovrebbe più avere, solamente una funzione di controllo, rispondendo alle singole richieste di prestazione medica, ma dovrebbe promuovere la cultura della salute, svolgere una funzione preventiva anche sull’igiene degli istituti, assicurare una adeguata presa in carico di persone che sono in una situazione di maggiore vulnerabilità e di maggiore difficoltà di accesso alle cure. Molti i fattori di criticità presenti, tra questi l’assistenza psichiatrica.

Ricordo di essere stata accolta dal Direttore Guerriero con semplicità e con interesse. Il Direttore mi mostrò i ‘ luoghi ‘ del penitenziario e poi mi condusse negli spazi esterni per illustrarmi l’esperienza dei due gruppi di lavoro presenti: agricoltura biologica uno e riciclo dei rifiuti l’altro. Quel giorno me ne tornai a casa carica di sedano e carciofi e broccoli e insalata, non potevo crederci! Da qualche mese acquisto quelle stesse cose direttamente dalla Cooperativa che gestisce in comodato il campo di 2 ettari coltivato dai detenuti e ne vende i prodotti.

Come sempre debbo attraversare il posto di blocco per l’accesso; il mio nome è compreso tra quelli con il permesso di entrata concesso dal Magistrato di Sorveglianza, ritirano il mio documento e mi rilasciano un pass per accedere non solo agli uffici, ma ai padiglioni di detenzione. Guardano nella mia borsa controllando che non ci sia il telefono, contano i libri che porto all’interno (per poterli lasciare debbo richiedere una autorizzazione, come molto spesso ho fatto) mi sorridono (a volte) e mi lasciano entrare.

Chissà perché ogni volta, o quasi, che rispondendo alla loro richiesta, nomino il progetto al quale lavoro – NATI PER LEGGERE – loro aggiungono:”insegnante“? No, li correggo...”Medico”! Capisco che è quantomeno strano che un medico porti libri in una galera e il farlo mi riempie di gioia…e anche di orgoglio! Attraverso il cortile, suono al portone e l’agente all’interno scrive di nuovo il mio nome ed il resto, poi mi lascia andare. Una sorta di strada coperta mi conduce ad un altro portone oltre il quale c’è il mio padiglione: il Mediterraneo. A sinistra le mura, a destra la costruzione, non alta; intorno sedicenti aiuole e qualche albero. Ancora una porta e sono all’interno. Ancora un registro, ma ormai sono arrivata.

L’Istituto Penitenziario di Napoli Secondigliano, attivo dagli inizi degli anni ‘90, comprende una cittadella di circa 40 ettari e ospita 1300 detenuti (invece dei 1100 che dovrebbe), molti dei quali di alta sicurezza. All’interno anche spazi dedicati alle attività trattamentali di studio (sono due i poli universitari oltre alla scuola secondaria e superiore tecnica) e di lavoro.

Mi dirigo verso la stanza che mi hanno assegnato. È la stanza della CO2, un laboratorio musicale organizzato da Franco Mussida (PFM), che ho incrociato e conosciuto sulle scale del direttore, anche a Milano, Monza e Roma. I detenuti hanno accesso ad una audioteca divisa per generi musicali e stati d’animo. Ci sono dei tavolinetti su ognuno dei quali è posto un pc e delle cuffie: una fruizione personale della Musica in base alle emozioni del momento. Quando ho presentato la mia richiesta di intervento in Direzione ne ignoravo l’esistenza, ma, in fondo, il pensiero che ha guidato me è lo stesso: la musica entra nel carcere per educare all’ascolto e donare sollievo.

Dopo il gruppo di “lettura a voce alta“, organizzato l’anno precedente (ri-nati per leggere) mi è sembrato naturale pensare ad un gruppo di “ri-nati per la Musica”. La condivisione musicale influenza le nostre emozioni e il modo di interagire con gli altri e permette a ciascuno di conoscere meglio il proprio mondo interiore. La mia proposta riguarda la musica classica, genere lontano dagli schemi musicali commerciali e, salvo eccezioni, poco conosciuto e fruito in questo contesto.

Non mi propongo di dare spiegazioni o impartire lezioni di musica, bensì di accompagnare chi decide di avvicinarsi a questo mondo, riflettendo sui risvolti emotivi e sensibili che la musica riesce ad attivare nella mente e nell’animo di chi ascolta, imparando a godere appieno della sua pura bellezza, riempiendo lo spazio di vibrazioni, amplificando le sensazioni e mettendo in movimento il sé…com-muovendo. Dante mi ispira: la Musica va ascoltata come quella melòde che mi rapiva senza intender l’inno, semplicemente lasciandosi coinvolgere o....sconvolgere.

Mi viene incontro Peppe, l’agente responsabile del laboratorio che è un musicista. Mi trovo bene con lui, è fantasioso e pragmatico (ha permesso che lasciassi un libro a fumetti sulla meditazione buddhista, di cui leggevo ogni volta piccoli brani, direttamente a chi improvvisamente me lo aveva chiesto). Suona la chitarra e il contrabbasso. Mussida lo ha portato a Milano ad una manifestazione presentandolo non come un agente di custodia, ma come un Angelo Custode! I ragazzi (tra 29 e 64 anni) mi aspettano nel corridoio. Entriamo e ci accomodiamo. Qualcuno era con me anche lo scorso anno, qualcuno è nuovo, tutti mi sorridono.

Io so nulla di loro, solo i loro nomi perché non voglio essere condizionata nella costruzione della nostra relazione dalle loro storie (ovviamente il luogo è già una ‘storia‘ forte che li accomuna tutti) e voglio che ci sia ‘spazio’ per loro dentro di me. Questo padiglione ospita un Polo Universitario, dunque i suoi ospiti sono privilegiati. Alcuni del gruppo – non tutti – sono studenti: giurisprudenza, scienze umanistiche, scienze erboristiche. Ricordo che lo scorso anno, finiti i nostri incontri di lettura, correvo nella piccola aula dove il prof. Giglio dell’Università Federico II teneva le sue bellissime lezioni di letteratura italiana. Mi procurava un piacere grande guardare i volti attenti, a volte rapiti, degli ‘studenti’ mentre Dante…preso per incantamento... per mare, con Guido e Lapo in un vasel voleva andare ad ogni vento o immaginare il loro sentire ascoltando “Piangete amanti, poiché piange Amore…”

Dunque, torniamo alla nostra Co2. Ricordo il primo incontro e il nostro ascolto di Puccini: Tosca, Lucean le stelle. Scelta fin troppo facile, lo ammetto, ma mi serviva per incamerare e far nostre le parole finali, trasportate dalla voce del tenore, di quella incredibile, trascinante, meravigliosa aria di Mario Cavaradossi: e non ho amato mai...tanto la vita! Dunque, anche chiusi nelle mura claustrofobiche di una cella, ciò che ci permette di vivere e guardare al futuro è amare la vita. E ancor prima il testo incredibilmente moderno dell’aria: “o dolci baci o languide carezze, mentr’ io fremente le belle forme disciogliea dai veli…” sicuramente sarebbe stato evocativo per ciascuno di loro, permettendogli di rivivere con nost-algia emozioni mai sopite, anzi amplificate per via della separazione. Li ho osservati mentre ascoltavano, alcuni con gli occhi chiusi, qualcuno col capo mosso a tempo, i due più giovani senza lasciar trasparire emozioni.

Al nostro primo incontro portai loro dei bei quaderni sui quali poter appuntare pensieri o riflessioni o stati d’animo dopo gli ascolti. Qualcosa di molto personale, non certo da leggere insieme. I miei quaderni hanno avuto molto successo tanto da essere richiesti anche da qualche ospite di passaggio che abbiamo avuto. Impossibile sgombrare la mente dai nostri costrutti, dai nostri giudizi-pre, dalle nostre convinzioni, dai nostri assunti, difficile non essere centrati sull’Ego per guardare il mondo! (anche se Marianella Sclavi  mi ha insegnato che debbo uscire dalla mia cornice se voglio vedere ciò che l’altro vede!!) Dico questo perché una delle mie proposte musicali iniziali è stata la 6° Sinfonia di Tschaikowsky, 1° movimento.

Per me una emozione che si riproduce ad ogni ascolto con un coinvolgimento assoluto. Immaginavo dunque non potesse non essere così anche per i ‘ragazzi’, sui quali proiettavo il mio personale sentire. Dopo l’ascolto e dopo il silenzio d’obbligo...per decantare...due parole tra noi. Nessuno si è lasciato travolgere, anche se alcuni hanno confessato la loro emozione. Vincenzo ha detto che ha immaginato, ad occhi chiusi, di stare nel Teatro alla Scala di cui sentiva sempre parlare. Questa sorta di sogno gli era molto piaciuto. Per tutti, o quasi, era il primo ascolto di un intero movimento sinfonico. Rimasta sola ho riflettuto molto sulla mia ingenuità nel pensare che ciò che muove me intensamente, debba com-muovere allo stesso modo anche altri.

Mi ha fatto molto bene questa esperienza e la conseguente riflessione, per…aggiustare il tiro…regalandomi un poco di umiltà. La volta successiva avevo con me la sinfonia di Cesar Franck, scelta perché mi permetteva di condividere un mio vissuto giovanile rispetto a questo ascolto. Raccontai loro che con alcuni compagni di Liceo riuscii ad imbucarmi nell’auditorium della Conciliazione, complice una amica che da poco vi lavorava. Non avevamo posto e ci accoccolammo sulle scale zitti e fermi…dirigeva il Maestro Riccardo Muti, che io non conoscevo. Fu così che mi innamorai di lui. Lo amo ancora.
Abbiamo ascoltato anche: Adagio (Albinoni), Sinfonia fantastica (Berliotz), Casta Diva della Norma (Bellini), brani dal Gloria (Vivaldi), Concerto in sol maggiore largo (Telemann), Concerto n. 2- 1° mov. dai Capuleti e Montecchi (Prokofiev). E ancora: Ludovico Einaudi, Keith Jarrett, Brad Mehldau, Sakamoto. 
Il 18 febbraio 2020 ci siamo salutati come sempre, sono passata a recuperare Rossana che da 6 anni legge ai bambini in attesa del colloquio nel padiglione centrale e che, come sempre, mi ha fatto aspettare a lungo perché non è mai tempo per lei di venir via e poi….E poi il COVID.








Contenuto in: Quaderni acp n. 6/2021. Si ringrazia per la gentile concessione alla riproduzione. 





                               

Lina Di Maio. Italiana, laureata in Medicina con specializzazione in Pediatria all'Università La Sapienza di Roma. Vive a Napoli dove svolge la professione di Pediatra di Comunità presso la Asl napoletana. Da sempre presente nei progetti sociosanitari di Adozione Sociale e Sostegno alle famiglie. Dal 1999 porta avanti il Programma "NATI per LEGGERE " in tutti i contesti possibili.