BEM VIVER: L'ASCOLTO DELLE VOCI INDIGENE PANAMAZZONICHE. L'Origine del Guaranà
Edna Oliveira Viana Sateré Mawé
TESTO IN ITALIANO   (Texto em português)



Un tempo esistevano tre fratelli: Ocumáató, Icuamã e Onhiámuáçabê.Onhiámuáçabê era proprietaria di Noçoquem, un luogo incantato in cui aveva um castagno.  La giovane donna non aveva marito; tutti gli animali della foresta volevano stare com lei. Anche i fratelli  desideravano sempre in loro compagnia, perché lei conosceva tutte le piante con cui preparare le medicine di cui avevano bisogno.
Un serpente, parlando con altri animali, una volta disse che Onhiámuáçabê sarebbe divenuta sua moglie.

Andò a diffondere un profumo che rallegrava e seduceva lungo il cammino che lei faceva  ogni giorno.
Quando passò, Onhiámuáçabê  sentì il profumo e disse:
- Che buon profumo!
Il serpente stava lì vicino e si disse:
- Non l'avevo detto? Le piaccio!

E correndo, si allungò ulteriormente per aspettare la ragazza. Mentre passava, la toccò leggermente ad una gamba. E questo bastò perchè la ragazza rimanesse incinta. Anticamente, perchè accadesse questo, bastava che una donna ricevesse su di sè lo sguardo di qualcuno, uomo, animale o albero, che la desiderava in  moglie.

Ma i fratelli di Onhiámuáçabê non volevano che lei sposasse persone, animali o alberi e avesse figli perché lei sola conosceva le piante con cui preparare le medicine di cui loro avevano bisogno.
Per questo motivo, quando la ragazza si presentò incinta, i fratelli divennero furibondi. E discussero e discussero, dicendo che non volevano vederla con un figlio.

Arrivò il giorno della nascita del bambino.La donna, dopo aver partorito nella capanna che aveva costruito da sola, lavò il bambino e iniziò ad allevarlo. Era un bambino bello e forte; crebbe forte e bello fino all'età della parola. Non appena crebbe, il ragazzo disse che voleva mangiare gli stessi frutti che piacevano
agli zii.

La giovane disse al figlio che, prima di sentirlo nel ventre,  aveva piantato un castagno a Noçoquem, perchè lui ne potesse mangiare i frutti, ma i fratelli, dopo averla allontanata, si erano impossessati di Noçoquem e non avevano più permesso di mangiare le castagne.
I fratelli della ragazza facevano fare la guardia del campo a Cotia, Arara e a Piriquito.
Il ragazzo, tuttavia, continuava a chiedere a sua madre Onhiámuáçabê, di dargli da mangiare gli stessi frutti che mangiavano gli zii.

Un giorno  Onhiámuáçabê decise di portare suo figlio a Noçoquem per mangiare le castagne.
Così quando Cotia giunse a Noçoquem, vide per terra, sotto il castagno, le ceneri di un fuoco, dove
loro avevano arrostito le castagne. Cotia corse e andò a raccontare l'accaduto ai fratelli della ragazza.
Uno di loro disse  che forse Cotia aveva torto, l'altro disse che non poteva essere vero.
Discussero e alla fine decisero di inviare il Macaquinho-da-boca-roxa a prendersi cura del castagneto, per vedere se apparisse qualcuno laggiù.

Il ragazzo aveva mangiato molte castagne, ma ne voleva ancora di più. Così, sapendo ormai come
raggiungere Noçoquem, decise di tornarci il giorno  successivo.
Le guardie di Noçoquem arrivarono prima di lui, con l'ordine di uccidere chiunque avessero incontrato. Videro il ragazzo arrampicarsi sul castagno. Erano nascosti tra gli alberi, ma essendo molto vicini assistettero a tutto . Corsero e lo attesero sotto al castagno, armati di una corda per tagliare la testa del mangiatore di castagne.

Intanto la madre, non vedendolo tornare il figlio andò a cercarlo e sentì le sue urla. Corse verso il  figlio, ma lo trovò decapitato per mano delle guardie. Tirandolo per i capelli, piangendo e gridando  sul cadavere di suo figlio, la giovane Onhiámuáçabê disse:
"Va bene, figlio mio. Sono stati i tuoi zii a ordinare di ucciderti. Pensavano che saresti stato un poveretto, ma non lo sarai".

Gli strappò per primo l'occhio sinistro e lo sotterrò. La pianta che nacque dall'occhio non era buona, era quella del falso guaranà. Quindi estrasse l'occhio destro e lo sotterrò. Da quell'occhio nacque il vero guaranà. E continuando la conversazione con il figlio, come se lo sentisse vivo, annunciò:
"Tu, figlio mio, sarai la più grande forza della natura; farai del bene a tutti gli uomini; sarai grande; tu salverai gli uomini da una malattia e li guarirai da altre".

Quindi raccolse tutti i pezzi del corpo di suo figlio. Masticò, masticò le foglie di una pianta magica, lavò il cadavere di suo figlio con la saliva e il succo di quella pianta e poi lo seppellì. Lasciò una delle sue guardie di fiducia a vegliare sulla tomba. Raccomandò a questa guardia, di nome Caraxué, di andare ad avvertirla  non appena avesse sentito qualche rumore provenire  dalla tomba, perché sapeva chi era.

Dopo alcuni giorni, Caraxué sentì provenire rumore dalla tomba. Corse e andò ad avvertire Onhiámuáçabê. La ragazza arrivò, aprì la fossa grave e ne uscì la scimmia Quatá.
Onhiámuáçabê soffiò sulla scimmia Quatá e la maledì: avrebbe camminato senza sosta nella foresta.
Chiuse di nuovo la tomba e vi gettò sopra il succo dalle foglie della pianta magica com cui aveva  lavato il cadavere.

Pochi giorni dopo Caraxué andò a dirle che aveva sentito di nuovo un rumore nella tomba .
La ragazza arrivò, aprì la tomba e ne uscì il cane della foresta Caiarara. Soffiò su di lui e lo maledì, in modo che nessuno lo mangiasse. Chiuse di nuovo la tomba e se ne andò.

Pochi giorni dopo, Caraxué andò a dirle che aveva sentito di nuovo um rumore nella tomba.
Onhiámuáçabê andò ad aprire la tomba e ne uscì il maiale Queixada, con i denti
che dovrebbero adattarsi a tutti i Mawés e a tutti gli uomini.
Onhiámuáçabê espulse anche il maiale Queixada.

(Intanto, man mano che usciva una creatura dalla tomba del ragazzo e veniva espulsa, la pianta di guaranà cresceva). Dopo alcuni giorni, Caraxué sentì un altro rumore nella tomba e andò ad avvertire Onhiámuáçabê. Lei giunse nuovamente, aprì la tomba e da lì venne un bambino che fu il primo Mawè, l'origine del popolo.  Questo ragazzo era il figlio Onhiámuáçabê  resuscitato.  
Onhiámuáçabê lo abbracciò e se lo miso sulle ginocchia. E gli mise un dente in bocca, fatto di terra.
(Ecco perché noi, i Mawés proveniamo dal cadavere e i nostri denti si indeboliscono).

La donna lo lavò tutto  lentamente, i piedi, la pancia, le braccia, il petto, la testa, con il succo dalle foglie della pianta magica che aveva masticato. Mentre era occupata a fare questo a suo figlio, arrivarono all'improvviso i suoi fratelli e la costrinsero a smettere di lavare il suo corpo. (Questo è il motivo per cui i Mawés non cambiano pelle come il serpente).

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Edna Oliveira Viana Sateré Mawé. Produttrice di guaranà selvaggio della Associazione AAFAU (Associazione degli Agricoltori Familiani del'Alto Urupadi). Appartiene ai Sateré Mawé, Popolo indigeno brasiliano. Di Maués- Amazonas-Brasil. 



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TEXTO EM PORTUGUÊS   (Testo in italiano)

BEM VIVER: L' ASCOLTO DELLE VOCI INDIGENE PANAMAZZONICHE.
A ORIGEM DO GUARANA' 

por
Edna Oliveira Viana Sateré Mawé



                                                                 

Contam que antigamente existiam três irmãos: Ocumáató, Icuamã e Onhiámuáçabê.
Onhiámuáçabê era dona do Noçoquem, um lugar encantado no qual ela havia plantado uma castanheira.
A jovem não tinha marido; porém todos os animais da selva queria viver com ela.
Os irmãos, ao mesmo tempo, a queriam sempre em sua companhia, porque era ela quem conhecia todas as plantas com que preparava os remédios de que precisavam.
Uma cobrinha, conversando com outros animais, certa vez, disse que Onhiámuáçabê acabaria sendo sua esposa.

Foi então espalhar pelo caminho por onde ela passava todos os dias um perfume que alegrava e seduzia. Quando Onhiámuáçabê passou pelo caminho, aspirando o perfume disse:
- Que perfume agradável!
A cobrinha, que estava próxima, disse a si mesma:
Eu não dizia? Ela gosta de mim!

E, correndo, foi estirar-se mais adiante para esperar a moça. Ao passar ao seu lado, tocou-a, levemente, numa das pernas. E isto só bastou para que a moça ficasse prenhe, porque antigamente, uma mulher, para que isso acontecesse, bastava ser olhada por alguém, homem, animal, ou árvore, que a desejasse como esposa.

Porém os irmãos de Onhiámuáçabê não queriam que ela se casasse com gente, animal, ou árvore que tivesse filhos, porque era ela quem conhecia todas as plantas com que preparava os remédios de que precisavam. Por isto, quando a moça apareceu prenhe, os irmãos ficaram furiosos. E falaram, falaram e falaram, dizendo que não queriam vê-la com filho.

Chegou o dia do nascimento da criança. A moça, depois do parto, no barracão feito por ela mesma, lavou a criança e tratou de criá-la. Era um menino bonito e forte; e cresceu forte e bonito até a idade de falar.
Logo que pôde falar, o menino desejou comer as mesmas frutas de que os tios gostavam. A moça contou ao filho que, antes de o sentir nas entranhas, plantara no Noçoquem uma castanheira, para que ele comesse os frutos, mas que os irmãos, expulsando-a da companhia deles, se apoderaram de Noçoquem e não o deixaram comer castanhas. Além disso, os irmãos da moça tinham entregue o sítio à guarda da Cotia, da Arara e do Piriquito. O menino, porém, continuou a pedir a Onhiámuáçabê, mãe dele, que lhe desse a comer as mesmas frutas que os seus tios comiam.

Um dia então, Onhiámuáçabê, a moça, resolveu levar o filho ao Noçoquem para comer as castanhas. Assim, indo a Cotia ao Noçoquem, viu no chão, debaixo da castanheira, as cinzas de uma fogueira, onde haviam assado castanhas. A Cotia correu e foi contar o que vira aos irmãos da moça.
Um deles disse que talvez a Cotia se enganasse, o outro disse que não podia ser verdade.
Discutiram.

E, afinal, resolveram mandar o Macaquinho-da-boca-roxa tomar conta da castanheira, a ver se aparecia gente por ali. O menino que havia comido muitas castanhas e cada vez mais as cobiçava, já conhecendo o caminho do Noçoquem, tornou a ir lá no dia seguinte. Ora, os guardas no Noçoquem, que tinham ido adiante, com ordens de matar a quem ali encontrasse, viram o menino subir, às pressas, à castanheira. E, estando próximos, bem próximos, ocultos por outras árvores, tudo observando, correram e foram esperá-lo debaixo da castanheira, armados com uma cordinha para decepar a cabeça do comedor de castanhas.

Dando por falta do filho, a mulher já se havia posto a caminho, para buscar, quando lhe ouviu os gritos. Correu na direção do filho, mas já o encontrou decepado às mãos dos guardas. Arrancando os cabelos, chorando e gritando sobre o cadáver do filho, a moça Onhiámuáçabê disse: "Está bem, meu filho. Foram os seus tios que mandaram te matar. Eles pensavam que tu ficarias um coitadinho, mas não ficarás". Arrancou-lhe primeiro o olho esquerdo e plantou-o. A planta, porém, que nasceu desse olho não prestava; era a do falso guaraná. Arrancou-lhe, depois, o olho direito e plantou-o. Desse olho nasceu o guaraná verdadeiro.

E continuando a conversa com o filho, como se o sentisse vivo, foi anunciando: "Tu, meu filho, tu serás a maior força da Natureza; tu farás o bem a todos os homens; tu serás grandes; tu livrarás os homens de uma moléstia e os curarás de outras". Em seguida juntou todos os pedaços do corpo do filho. Mascou, mascou as folhas de uma planta mágica, lavou com sua saliva e o suco dessa planta o cadáver do filho e o enterrou.

Cercou-lhe a sepultura com estacas e deixou um dos seus guardas de inteira confiança, vigiando-a.
Recomendou a esse guarda, que era o Caraxué, que a fosse avisar, assim que ouvisse qualquer barulho saído da sepultura, pois ela saberia quem era.
Passado alguns dias, o Caraxué, ouvindo barulho na sepultura, correu, e foi avisar Onhiámuáçabê.

A moça veio, abriu o buraco da sepultura e de dentro dela saiu o macaco Quatá.
Onhiámuáçabê soprou sobre o macaco Quatá e amaldiçoou-o: andaria sem repouso pelos matos.
Fechou de novo a sepultura a lançou-lhe em cima o sumo das folhas da planta mágica com que lavara o cadáver.

Dias depois o Caraxué foi avisá-la de que ouvira um barulho na sepultura do menino. A moça veio, abriu a sepultura e dele saiu o cachorro-do-mato Caiarara. Ela soprou sobre ele e o amaldiçoou, para que ninguém o comesse. Fechou de novo a sepultura e foi embora. Dias depois o Caraxué foi avisar que ouvira barulho, de novo, dentro da sepultura.  Onhiámuáçabê foi até lá; abriu o buraco da sepultura e dele saiu o porco Queixada, levando os dentes que deveriam caber a todos os maués e a todos os homens. Onhiámuáçabê expulsou também o porco Queixada. (à proporção que saia um bicho da sepultura do menino e era expulso, a planta do guaraná ia crescendo, crescendo).

Passado alguns dias o Caraxué ouviu outro barulho na sepultura e foi avisar Onhiámuáçabê.
Ela veio de novo, abriu a sepultura e dali saiu uma criança que foi o primeiro maué, origem da tribo.
Esse menino era o filho de Onhiámuáçabê, que ressuscitara. Onhiámuáçabê agarrou-o, sentando-o nos joelhos. E pôs-lhe um dente na boca, feito de terra.

(Por isso nós, os maués, procedemos do cadáver e o nosso dente apodrece). A mulher foi lavando tudo  devagarinho, os pés, a barriga, os braços, o peito, a cabeça do menino com o sumo das folhas da planta mágica, que mastigara. Quando ela estava, entretida, fazendo isso com o filho, os seus irmãos chegaram, de repente e a obrigaram a deixar de lavar-lhe o corpo. (Este é o motivo porque os maués não mudam de pele, como a cobra).




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Edna Oliveira Viana Sateré Mawé. Produtora de guaraná selvagem da Associação AAFAU (Associação de Agricultores Familiares do Alto Urupadi). Pertence ao Povo originário Satere Mawe. De Maués- Amazonas- Brasil.