Il romanzo"Aratro ritorto" di Itamar Vieira Junior (Tuga Ed.): una dichiarazione di amore alla terra
Antonella Rita Roscilli
TESTO IN ITALIANO   (Texto em português)

                                                                                                                                                                     News Sarapegbe 21 febbraio 2021
"Scrivo a partire dal mio centro" ha detto in una recente intervista lo scrittore brasiliano Itamar Vieira Junior, autore del libro "Aratro ritorto" che, nella traduzione di Giacomo Falconi, è stato pubblicato in Italia da Tuga Edizioni. La riduttiva veste letteraria del "regionalismo" non si addice ad un'opera come questa che ritrae tematiche universali, e la sua grande diffusione lo dimostra in pieno.
 
Lanciato in Portogallo (ed. LeYa) e poi in Brasile (ed. Todavia), dal 2018 "Aratro ritorto" continua a collezionare prestigiosi riconoscimenti nazionali e internazionali: Premio LeYa per il migliore romanzo, Premio Jabuti e Premio Oceanos nel 2020. L'unanimità del Premio Leya venne sancita dal giudizio della giuria e dal suo Presidente, il poeta portoghese Manuel Alegre, che ne distaccò "la solidità della costruzione, l'equilibrio della narrazione e il modo in cui si avvicina all'universo rurale del Brasile, dando enfasi alle figure femminili, alla loro libertà e alla  violenza esercitata sul corpo in un contesto dominato dalla società patriarcale".
 
Già autore della raccolta di racconti "Dias" (ed. Caramurê,2012) e "Oração do Carrasco" (ed. Mondrongo e finalista al Jabuti nel 2017), Itamar Vieira Junior è dello stato di Bahia, ha Mestrado e Dottorato in Studi Etnici e Africani conseguiti presso la UFBA-Università Federale di Bahia. É laureato in Geografia sempre alla UFBA, ove il grande geografo Milton Santos si laureò in Diritto nel 1948. Vieira Junior divide il suo lavoro tra la routine dell'Incra (Istituto Nazionale di Colonizzazione e Riforma Agraria), e il lavoro sul campo nell'entroterra del Nordest. Le ricerche per il dottorato lo portano nelle comunità della Chapada Diamantina e proprio lì matura l'idea di continuare a redigere un manoscritto iniziato tanti anni prima.
 
"Aratro ritorto" racconta la vita dei lavoratori rurali di Água Negra, una fazenda nella regione della Chapada Diamantina, nell'entroterra di Bahia. I lavoratori di Água Negra sono quasi tutti neri quilombolas. Sono discendenti di quegli africani schiavizzati che ottennero ufficialmente la libertà, ma nella realtà non hanno ancora diritti, non ricevono nessun salario, solo una casa, o per meglio dire, il diritto di costruirsi una capanna con muri di fango e tetti di canne di bambù, mentre sono vietate le costruzioni in muratura. Possono coltivare  un quadrato di terra solo dopo aver finito di piantare o raccogliere canna da zucchero e riso nella terra del capo latifondista. Lavorano da domenica a domenica. Guadagnano qualche soldo vendendo zucca, fagioli e patate che coltivavano nel campo.
 
Ad Água Negra vivono Salustiana e Zeca Cappello Grande, genitori di Bibiana, Belonísia, Domingas e Zezé. Zeca Cappello Grande è un lavoratore rurale, ma è anche leader del Jarê, religione afro-brasiliana praticata nella Chapada Diamantina, influenzata da Umbanda, Candomblé, Spiritismo e Cattolicesimo. Oltre al Jarê e alle cure medicinali tradizionali, Zeca Cappello Grande si occupa anche di politica e spesso placa i conflitti che non di rado scoppiano tra i lavoratori.
 
Il romanzo si snoda a partire da Bibiana e Belonísia che, ancora adolescenti, trovano un coltello che la nonna Donana tiene nascosto in una vecchia valigia sotto al letto, e una di loro finisce per tagliarsi la lingua. La ragazza non può più parlare  e l'altra ne diventa la voce, interpretando i suoi grugniti e gesti. Il lettore scoprirà quale delle sorelle ha perso la lingua solo dopo aver letto un terzo del romanzo.
 
Itamar Vieira Junior gioca con questa suspense: descrive i gesti dei personaggi, ma non le loro parole.
Come pure gioca con la suspense del tempo. Quello in cui vivono Bibiana e Belonisia, e che Itamar Vieira Junior ci racconta, è un tempo passato o presente? "Quando sono arrivato nei campi, come analista agrario, ho trovato la realtà che conoscevo solo nei romanzi come per esempio 'Menino de engenho'. Ho incontrato intere famiglie di lavoratori che vivono in un sistema di semischiavitù, che non ricevono soldi per il lavoro e non hanno diritto a una casa di mattoni. È un Brasile anacronistico, che si è fermato nel tempo" dice.
 
Presto l'autore si rende conto che la vita di quei lavoratori rurali merita di diventare letteratura e trae ispirazione da loro. Decide così di riprendere in mano il vecchio manoscritto e continua a scrivere la sua storia ove i protagonisti sono gli sfruttati, simbolo di una realtà immutabile. Sono quasi sempre neri o indigeni, e compaiono di rado nella letteratura recente di questo Brasile che continua a racchiudere in sè molti "Brasili". Infatti esistono molti e diversi "Brasili", come sostengo in Europa da tanti anni, cercando di rompere un forte stereotipo semplicistico e riduttivo.
 
Il libro attraversa la drammatica realtà della siccità, la violenza contro le donne, le pratiche di semischiavitù, ma è anche un'opera poetica da cui si apprendono vocaboli e pratiche; da cui, soprattutto, fuoriesce un amore grande per la terra. É costruito con densità e tensione narrativa che avvolge il lettore dalla prima pagina all'ultima, dandogli segnali e input, in grado di mostrare sfumature e segni di un Paese che, paradossalmente, continua ad oscillare tra arcaismo e modernità.
 
É un romanzo polifonico con le sue tre voci femminili: la prima parte è narrata da Bibiana; la seconda parte da sua sorella, Belonisia; la terza e ultima parte è narrata dall'entità del Jarê Santa Rita Pescador. Attraverso di esse viene svelata una mitologia legata ai valori di un Brasile profondo che, seppur sofferente, continua a resistere, ove i lavoratori rurali conoscono la solidarietà, si tengono per mano, partecipano ad associazioni e sindacati, danno voce a quelli che non parlano, portano i libri sotto al braccio, condividendo  le briciole di un sistema escludente.
 
Le famiglie quilombolas vivono in un sistema segnato da forti legami con la loro cultura ancestrale e questo dona un senso di comunione e forza, seppur nella diversità di reazione. Belonísia e Bibiana hanno personalità contrastanti nel loro modo di reagire. Vivono il loro quotidiano sottomesse da un immaginario immobile che vede ancora tanti brasiliani condannati all'arretratezza, alla semischiavitù. Ma ognuna delle due, a suo modo, è forte nell'affrontare il proprio percorso.

Itamar Vieira Junior ha voluto, forse, ritrarre, due volti di una stessa medaglia? Le strade delle due sorelle si separeranno. Belonísia, dalla personalità conformista e rassegnata resterà al fianco del padre, Zeca Chapéu Grande, mentre Bibiana, più ardita, sensibile e refrattaria a quel mondo di ingiustizie che le circonda, seguirà un'altra direzione. Comprenderà la necessità di una lotta collettiva contro le disuguaglianze e la servitù imposte ai lavoratori quando incontrerà  il cugino Severo, e devierà così la vita da quell'immutabile routine di sofferenza. 
 
Lei sceglierà di lasciare quell'immutabile tempo dell' "aratro ritorto". Ricordiamo qui che l'autore ha scelto il titolo "Aratro ritorto" ("Torto Arado" in portoghese) prendendolo da "Marília de Dirceu"del poeta della Inconfidência mineira Tomás António Gonzaga.  In una atmosfera in cui l'aridità sembra non uscire mai di scena, Itamar Vieira Junior guida il lettore con varie strategie e lo trasporta in un Mondo-Tempo poetico, con la sua oralità, verosomiglianza e dimensione umana universale, che dà al tempo la dimensione del presente, mettendo in risalto chi non ha voce ancora oggi, o chi, come ieri, ha avuto la voce spezzata e si è dovuto fermare.
 
Nel romanzo il linguaggio è importante: Itamar Vieira Junior prende in prestito non solo le esperienze, ma anche la lingua dei contadini. “Sono rimasto affascinato dalla cadenza, dalla musicalità dei discorsi del sertão, dal linguaggio elaborato, ritmico e poetico con cui questi contadini raccontavano le loro storie. La letteratura è anche oralità. Ho realizzato una possibilità estetica e ho voluto portare quel linguaggio nel romanzo "dice. 
 
Questo romanzo sui conflitti per la terra ci offre la possibilità di stare accanto alle persone escluse, di metterci in loro ascolto, di riflettere sulla metafora di un paese che fa ncora tanta fatica a riconoscere, a risolvere e a superare le sue responsabilità sociali e storiche, e continua a ripetere gli stessi errori che lo muovono contro uno sviluppo sociale equilibrato. Eppure il libro "solleva questioni come l'ingiustizia, la disuguaglianza, la schiavitù che non sono esclusiva del Brasile, ma di molti tempi e luoghi" come ha affermato la poetessa portoghese Maria do Rosário Pedreira.
 
Su tutto spicca una luce di possibilità di movimento e rinnovamento che deve partire dalla forza e dalla voce degli "scartati" e "sfruttati" di questa enorme terra sudamericana multiculturale ove seguiamo le vicende di Bibiana e Belonisia, le cui iniziali del nome coincidono con quello del paese in cui vivono.


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Antonella Rita Roscilli, Lusitanista, giornalista, scrittrice e traduttrice. Laureata in Italia in Lingua e Letteratura Brasiliana,ha lavorato per più di 30 anni alla RAI-Radiotelevisione Italiana, e si occupa di tematiche interculturali, migrazione, Cultura e Comunicazione. É Membro corrispondente per l'Italia della ALB-Academia de Letras da Bahia, e dell'Istituto Storico Geografico (IGHB). Possiede Specializzazione in Cultura e Sociedade presso l'Università Federale di Bahia-UFBA. Come biografa della memorialista Zélia Gattai, moglie dello scrittore Jorge Amado, ha pubblicato varie opere tra cui Zélia de Euá Rodeada de Estrelas (ed. Casa de Palavras), Da palavra à imagem em “Anarquistas, graças a Deus” e Zélia Gattai e a Emigração italiana no Brasil entre Séc. XIX e XX" (Edufba), casa editrice della Università Federale di Bahia e ancora inedite in Italia.  
 

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TEXTO EM PORTUGUÊS   (Testo in italiano)

A obra "Aratro ritorto" de Itamar Vieira Junior (Tuga Ed.):
uma declaração de amor à terra.

por
Antonella Rita Roscilli

                                                       


                                                                                                                                                          News Sarapegbe 21 febbraio 2021
“Escrevo a partir do meu centro”, disse em entrevista recente o escritor brasileiro Itamar Vieira Junior, autor do livro “Aratro ritorto" que, na tradução de Giacomo Falconi, foi publicado na Itália pela editora Tuga. O termo literário "regionalismo" è inadequado para definir uma obra como esta, que retrata temas universais, e sua grande difusão o demonstra plenamente.
 
Lançado primeiramente no Portugal (ed. LeYa) e depois no Brasil (ed. Todavia), desde 2018 "Aratro ritorto" continua colecionando prestigiosos prémios nacionais e internacionais: Prémio LeYa de melhor romance, Prémio Jabuti e Prémio Oceano em 2020. O Presidente do Prémio Leya, o escritor português Manuel Alegre, destacou “a solidez da construção, o equilíbrio da narrativa e a forma como aborda o universo rural do Brasil, colocando ênfase nas figuras femininas, em sua liberdade e na violência exercida sobre o corpo num contexto dominado pela sociedade patriarcal".
 
Já autor da coletânea de contos "Dias" (ed. Caramurê, 2012) e "Oração do Carrasco" (ed. Mondrongo e finalista no Jabuti em 2017), Itamar Vieira Junior é baiano, tem Mestrado e um Doutor em Estudos Étnicos e Africanos pela UFBA-Universidade Federal da Bahia. Também se formou em Geografia pela UFBA, a exemplo do geógrafo Milton Santos que se formou em Direito pela UFBA em 1948. Vieira Junior divide seu trabalho entre o cotidiano do Incra (Instituto Nacional de Colonização e Reforma Agrária), e o trabalho de campo no sertão do Nordeste. As pesquisas para o doutorado o levaram às comunidades da Chapada Diamantina e foi aí que amadureceu a ideia de continuar a escrever um manuscrito iniciado hà muitos anos.
 
"Aratro ritorto" conta a vida dos trabalhadores rurais de Água Negra, uma fazenda da Chapada Diamantina, no interior da Bahia. Os trabalhadores de Água Negra são quase todos negros quilombolas, descendentes daqueles africanos escravizados que se tornaram oficialmente livres, mas na realidade ainda não têm direitos, não recebem nenhum salário, apenas uma casa, ou melhor, o direito de construir uma cabana com paredes de barro e tetos de junco, pois as construções de alvenaria são proibidas. Eles só podem cultivar seu quadrado de terra depois de terminar de plantar ou colher cana-de-açúcar e arroz na terra do chefe proprietário. Trabalham de domingo a domingo. Ganham um pouco de dinheiro sò vendendo abóbora, feijão e batata que cultivam no campo.
 
Salustiana e Zeca Chapéu Grande moram em Água Negra, e são pais de Bibiana, Belonísia, Domingas e Zezé. Zeca Chapéu Grande é trabalhador rural, mas também é líder do Jarê, religião afro-brasileira praticada na Chapada Diamantina, influenciada pela umbanda, candomblé, espiritismo e catolicismo. Além do Jarê e de ser curandeiro, Zeca Chapéu Grande também lida com política e muitas vezes acalma os conflitos que eclodem entre os trabalhadores.
 
Tudo começa com Bibiana e Belonísia que, ainda adolescentes, brincam com uma faca que a avó Donana guarda escondida em uma velha mala embaixo da cama, e uma delas acaba se cortando a língua. A menina não consegue mais falar e a outra passa a ser sua voz, interpretando seus grunhidos e gestos. O leitor descobrirá qual das irmãs perdeu a língua somente depois de ler um terço do romance. Itamar Vieira Junior joga com esse suspense:  descreve os gestos dos personagens, mas não suas palavras.
 
Além disso brinca com o suspense do tempo. E qual è o tempo que Bibiana e Belonisia vivem? E Itamar Vieira Junior conta sobre um tempo passado ou presente? “Quando cheguei ao campo, como analista agrícola, encontrei a realidade que conhecia em romances quais  'Menino de engenho'. Conheci famílias inteiras de trabalhadores que vivem em regime de semiescravidão, que não recebem dinheiro para trabalhar e não têm direito a uma casa de alvenaria. É um Brasil anacrônico, que parou no tempo”, afirma.
 
O autor logo percebe que a vida desses trabalhadores rurais merece virar literatura e se inspira neles. Assim è que decide retomar o antigo manuscrito e continua escrevendo sua história onde os protagonistas são os explorados, símbolo de uma realidade imutável. Quase sempre são negros ou indígenas, raramente aparecem na literatura recente deste Brasil que continua a conter tantos "Brasis". Existem muitos e diferentes "Brasis" e isso è o que eu afirmo na Europa há muitos anos, tentando quebrar  um forte estereotipo reducionista e simplista.
 
O livro atravessa a dramática realidade da seca, da violência contra a mulher, das práticas da semiescravidão, mas è ambém poetico e se aprendem palavras e práticas. Emerge, sobretudo, um grande amor pela terra. E' construído com densidade narrativa e uma tensão que envolve o leitor da primeira à última página, dando-lhe sinais capazes de mostrar nuances e signos relativos a um país que ainda oscila entre o arcaísmo e a modernidade.

Na polifonia emergem três vozes femininas pois a primeira parte é narrada por Bibiana; a segunda parte por sua irmã, Belonisia; a terceira e última parte é narrada pela entidade Jarê Santa Rita Pescador. Nestas vozes se desvela uma mitologia ligada aos valores de um Brasil profundo que, embora sofrido, continua resistindo; onde os trabalhadores rurais conhecem a solidariedade, se dão a mão, participam de associações e sindicatos, dando voz a quem não fala, carregando livros debaixo do braço, compartilhando as migalhas dadas por um sistema que exclui e separa.  
 
As famílias quilombolas, ao contrário, vivem em um sistema de convivência marcado por fortes laços com sua cultura ancestral e isso dá um sentido de comunhão e dà força, ainda que na diversidade de reação. Belonísia e Bibiana têm personalidades contrastantes no modo de viver e de reagir. Vivem seu cotidiano submetidas a um imaginário imóvel que ainda vê e quer tantos brasileiros condenados ao atraso, à semiescravidão. Mas cada uma delas, à sua maneira, é forte para seguir seu próprio caminho. Itamar Vieira Junior queria, talvez, retratar duas faces de uma mesma medalha? Os caminhos das duas irmãs se separam. Belonísia, de personalidade conformista e resignada, (no romance é ela que perde a língua) ficará ao lado do pai, Zeca Chapéu Grande, enquanto Bibiana, mais ousada, sensível e refratária àquele mundo de injustiças que as rodeiam seguià por outra direção. Ele entenderá a necessidade de uma luta coletiva contra as desigualdades e a servidão imposta aos trabalhadores, ao conhecer seu primo Severo, e desviarà assim sua vida daquela rotina imutável de sofrimento.
 
Ela escolherà de deixar aquele imutavel tempo do "torto arado". Destacamos que o autor escolheu o titulo "Torto Arado" lendo "Marília de Dirceu" do poeta da Inconfidência mineira Tomás António Gonzaga. Por isso, num ambiente central em que a aridez nunca parece sair de cena, como a apresentada em "Vidas Secas" de Graciliano Ramos, Itamar Vieira Junior orienta o leitor, e com várias estratégias, o transporta para um poético Mundo-Tempo, com a sua oralidade, verossimilhança e dimensão humana universal, que entregam ao tempo a dimensão do presente, destacando nele os que ainda hoje em dia não têm voz, ou que, igual a ontem, têm uma voz quebrada.
 
No romance, a linguagem é importante: Vieira Junior toma emprestada a linguagem dos camponeses. “Fiquei fascinado com a cadência, a musicalidade das falas do sertão, a linguagem rítmica e poética com que esses camponeses contavam suas histórias. Literatura também é oralidade. Percebi uma possibilidade estética e quis trazer essa linguagem para o romance”, diz ele.
 
Encontramos portanto a possibilidade de estar perto destas pessoas excluidas, de escutá-las, encontramos a possibilidade de refletir e pensar na metáfora de um país que ainda hoje deve se esforçar para reconhecer, resolver, superar suas responsabilidades sociais e históricas, e continua repetindo os mesmos erros, que o movem contra um desenvolvimento social equilibrado. Ainda assim, o livro “levanta questões como a injustiça, a desigualdade, a escravidão que não são exclusivas do Brasil, mas de muitas épocas e lugares”, conforme a poeta portuguesa Maria do Rosário Pedreira.
 
Sobre tudo e todos se destaca alta uma luz de possibilidade de movimento e renovação, que deve partir da força e da voz dos “descartados” e “explorados” deste imenso território sul-americano multicultural, onde acompanhamos os acontecimentos vividos por Bibiana e Belonísia, cujas iniciais do nome coincidem surprendentemente com o do país em que elas vivem.
 


© SARAPEGBE.                                                          
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Traduzione da italiano a portoghese di A.R.R.
Antonella Rita Roscilli. Lusitanista, jornalista, escritora e tradutora. Formada na Itália em Língua e Literatura do Brasil e dos países africanos de língua oficial portuguesa, trabalhou por muitos anos na emissora publica  RAI-Radiotelevisione Italiana. Se ocupa de temáticas interculturais, Migração, Cultura e Comunicação. Integra a ALB-Academia de Letras da Bahia e do Instituto Geográfico Histórico (IGHB), eleita Membro Correspondente pela Itália. Mestre em Cultura e Sociedade pela Ufba, como biógrafa da memorialista Zélia Gattai, esposa do escritor Jorge Amado, publicou obras quais Zélia de Euá Rodeada de Estrelas (ed. Casa de Palavras), Da palavra à imagem em “Anarquistas, graças a Deus” e Zélia Gattai e a Emigração italiana no Brasil entre Séc. XIX e XX com a Edufba, editora da Universidade Federal da Bahia.