Da quarant'anni è il mio padrone!
Giovanni Ricciardi
TESTO IN ITALIANO   (Texto em portugûes)

L’ultima volta che ho incontrato Zélia è stato all’Accademia Brasiliana di Lettere di Rio de Janeiro. La prima cosa che notai furono gli occhiali con lenti ancora più spesse. Erano, infatti,  alcuni anni che non ci vedevamo. Mi avvicino per salutarla, ma Lei, prima che io parlassi: “...E come sta, a Roma, la tua sposa, Rosa?” . Non avrei mai immaginato che Zélia avesse tanta memoria e tanta delicatezza! Era proprio una caratteristica di famiglia, come si dice, perché anche Jorge Amado si distingueva per le molte gentilezze e attenzioni che io in una conferenza ho chiamato “fioretti” –casi esemplari ed edificanti, nell’accezione cattolica-. Ne racconto uno.

Durante la discussione pubblica del Premio Unione Latina, a Roma, al Caffè Greco, in via Condotti, la strada del lusso, la giovane traduttrice di Jorge Amado “si bloccò”. Il presidente della giuria, che conosceva un poco il portoghese, cominciò lui a tradurre e così sino alla fine. Dopo il cocktail, lo scrittore, Zélia, la loro figlia Paloma ed il sottoscritto ci trovavamo a Piazza di Spagna. Ammiravamo la stupenda Scalinata di Trinità dei Monti e la Barcaccia del Bernini, quando Jorge Amado mi chiese di riaccompagnarlo al Caffè Greco, perché si era dimenticato di salutare “la povera ragazza che c’è rimasta male”. Siamo ritornati. La ragazza si trovava ancora lì. Jorge l’abbraccia, la ringrazia e le autografa una copia, in italiano, di "Donna Flor e i suoi due mariti", che mi ritrovavo per caso e che ho dato volentieri. Nello stesso giorno, però, passando di fronte una libreria, lo scrittore disse a noi tre di aspettarlo, entrò, comprò e autografò una copia di "Dona Flor" per mia moglie. I due, in un’altra occasione, hanno risposto per iscritto ad un questionário sul fumare/non fumare, che mio figlio di 10 anni aveva loro presentato. È un peccato non avere trovato quelle risposte.

Ho incontrato per la prima volta Zélia Gattai e Jorge Amado, nel 1990, quando l’allora mia Università di Bari ha conferito il titolo di Dottore honoris causa in Lingue e Letteratura Straniere all’autore di "Gabriella, garofano e cannella".

Scrittrice di successo sin da "Anarchici, grazie a Dio", 1979, sino all'ultimo ai alllora, "Jardim de inverno", 1988, Zélia continuava ad essere segretaria e moglie del grande scrittore, rinunciando al suo ruolo di scrittrice di successo. Faceva fotografie, ricordava e prendeva  appuntamenti presi, ricordava tutti i particolari di ogni giorno, perché l’autore di Vita e miracoli di Tieta do Agreste continuasse grande, riverito e amato.

Al seminario “Jorge Amado: 60 anni di vita letteraria”, che ho organizzato in occasione del dottorato di Bari, Zélia ha partecipato attivamente, ricordando la sua vita accanto allo scrittore. Ha fatto la stessa cosa durante l’incontro del 1992, a Roma, con i docenti delle scuole superiori della Província di |Roma, per lanciare il progetto "Meninos de rua, perché?"

Dell’incontro di Roma ho registrato questa testimonianza di Zélia:
Ho conosciuto Jorge Amado molti anni prima che lui mi conoscesse. Ero una sua lettrice ed  amavo i suoi libri. Ma non solo questo. Mi piaceva l’uomo, il lottatore, il coraggioso, perché accompagnavo da lontano i passi di Jorge Amado. Mi sono rivoltata quando ho saputo che  a San Paolo ed a Bahia avevano bruciato Capitani della spiagga, perché un generale aveva firmato l’editto. Nella nostra Fondazione abbiamo quella pagina di giornale ben in mostra. E non solo il libro di Jorge Amado, come pure quelli di José Lins do Rêgo.

Sicché io stimavo moltissimo l’uomo e lo scrittore, che ho conosciuto personalmente solo nel 1945. Stava finendo la seconda guerra mondiale e stavano finendo in Brasile anche gli anni della dittatura. C’era un clima di grande euforia, manifestazioni per le strade a cui io partecipavo. Quando Jorge è arrivato a San Paolo, dove abitavo, per organizzare il movimento per l’amnistia per i prigionieri politici, si formarono dei gruppi di lavoro. Partecipai ad una di queste riunioni. Jorge mise gli occhi su di me e disse: “Tu lavorerai con me”.

Sono rimasta di stucco, avevo un immenso rispetto per la sua persona. E non avevo capito che era un monellaccio, mi si passi l’espressione. Avevo già lavorato nel settore finanze, ma lui mi ha voluto per il settore propaganda. Mi ha messo di fronte ad una macchina da scrivere. “Siedi, mi disse, che preparo una nota per il giornale”. In quel momento quasi morivo dalla vergogna: “Non so scrivere a macchina!”. E lui:”Non sai scrivere? Ma che ragazza inutile!”. Non c’è stato niente da fare. Ho dovuto imparare a scrivere a macchina e con le dieci dita! Lui però scrive solo con due dita e su di una macchina che fa molto rumore. Solo dopo corregge a mano. E sono rimasta a lavorare con lui.

Da 40 anni è il mio padrone. Quando ha bisogno di un nome italiano per un personaggio, me lo  chiede. Io però ho bisogno di sapere prima se il tale personaggio è buono o cattivo, perché non voglio dare il nome di un amico di mio padre ad un personaggio cattivo! Alle volte mi chiede il nome di una canzone. Un giorno mi domanda: “Come è quella canzone di Dorival Caymmi di cui tu canti un verso e poi termini? Mi serve una parola che si trova in quel verso”. Un’altra volta, mentre scriveva Teresa Batista stanca di guerra mi chiama e dice: “Tu sai cantare molti tanghi, allora cantane qualcuno”. Ed io: “Tiempo de madrugada...”. E lui: “Non serve!” Ed io: “Caminito que el tiempo...”. E lui:”Non serve!” Ed io: “La cumparsita de misérias sin fin...”. E lui: “Era proprio questo che mi serviva, perché un mio personaggio si chiamerà Jarbas La Cumparsita!”.

Alle volte, mi dà 50 pagine da dattilografare. Con la macchina elettronica e dieci dita finisco presto, curiosissima di sapere il seguito e domando: “Jorge, che cosa accadrà a questo personaggio?” E lui: “Non lo so, perché i miei personaggi hanno una vita propria, hanno sangue e carne, si comportano come ben intendono e se io volessi fare in modo che seguano quello che io voglio, diventerebbero falsi, non sarebbero più personaggi vivi”.

Ho imparato queste cose con il primo libro che ha scritto con me: Messe di sangue. Ho tentato di salvare Noca, una bambina, e domandavo: “Questa bambina morirà, Jorge?” e lui: “Morirà, perché è necessario che muoia”. Ed io: “Ma perché dici che è necessario che muoia, se sei tu il padrone della storia?” E lui: “Lei deve morire!”. Allora io, disperata: “Se proprio vuoi uccidere, allora fai morire quell’altro bambino, che ha solo pochi mesi....”.



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Giovanni Ricciardi. Professore nelle Università di Bari e di Napoli-L'Orientale, ha ricevuto nel 1998, il Premio APCA, come divulgatore e studioso della Letteratura Brasiliana e, nel 2007, la Medaglia della ABL.
Ha scritto libri in italiano e portoghese quali Sociologia da literatura; Lineamenti di una sociologia della produzione artistica e letteraria; America Latina: sindacati e società (1950-1970); Avanguardia e stabilizzazione della coscienza creatrice; Escrever; Escrever-2; Auto-retratos, Soerio Pereira Gomes: uma biografia literária; Acquerello del Brasile, Antologia della letteratura portoghese; Scrittori brasiliani; Biografia e criação literária  (interviste a scrittori brasiliani) in 7 volumi.

 



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TEXTO EM PORTUGÛES   (Testo in italiano)


Há 40 anos que ele é meu patrão!
por

Giovanni Ricciardi


                                                                 
 
Com óculos ainda mais fundos, encontro Zélia pela última vez na Academia Brasileira de Letras.  Fazia alguns anos que não nos víamos. Aproximei-me então para a comprimentar e ela, antes de eu falar: “E como está, em Roma, a sua esposa Rosa”? Nunca teria imaginado que Zélia tivesse tanta memória e tanto delicadeza. Devia ser coisa de família, como se costuma dizer, pois também  Jorge Amado distinguia-se pelas muitas gentilezas e atenções que eu, numa palestra, chamei de “fioretti” –casos  exemplares e edificantes, na acepção  católica. Conto apenas um. Durante a discussão pública do Prêmio União Latina em Roma, no Caffè Grego, em Via Condotti, a rua do luxo, a jovem tradutora de Jorge Amado “enguiçou”. O presidente da mesa, que conhecia um pouco de português, começou  ele a traduzir  e até o fim. Depois do coquetel, o escritor, Zélia, a filha Paloma e eu estávamos na Piazza di Spagna, mirando a estupenda Escalinata de Trinità dei MontiLa Barcaccia de Bernini, quando Jorge Amado mi pediu para o acampanhar de volta ao Caffè, porque tinha esquecido de cumprimentar a “coitada da moça que ficou sem graça”. Voltámos. A moça ainda estava lá. Jorge abraçou-a, agradeceu e autografou-lhe uma cópia, em italiano, de Dona Flor e seus dois maridos, que eu por acaso tinha e que doei de coração. Mas, no mesmo dia, passando em frente a uma livraria, o escritor pediu licença aos três, entrou, comprou e autografou uma copia de Dona Flor para minha esposa. Os dois, noutra ocasião, responderam a um questionário sobre  fumar/não fumar, que meu filho de 10 anos lhes ministrou. Pena não ter encontrado esse texto.

Encontrei pela primeira vez Zélia Gattai e Jorge Amado, em 1990, quando a então minha Universidade, de Bari, outorgou o título de Doutor honoris causa em Lingue e Letterature Straniere ao autor de Gabriela, cravo e canela.

Escritora de sucesso, desde Anarquistas, graças a Deus, 1979 até o então último Jardim de inverno, 1988, Zélia continuava sendo porém a secretária e a esposa do grande escritor, abdicando ao seu papel de escritora de sucesso. Tirava fotos, lembrava os encontros marcados, marcava encontros,  era atenta a todos os pormenores de cada dia, para que o autor de Tiêta do agreste continuasse grande, reverenciado, amado. No seminário “Jorge amado: 60 anos de vida literária” por mim organizado, por ocasião do doutoramento em Bari,  partecipou ativamente, contando o seu relacionamento com o escritor, assim como no encontro de 1992, em Roma, com  professores de colégios, quando a Provincia di Roma lançou o projeto “Meninos de rua, perché?”.    

Do encontro de Roma, gravei esse depoimento de Zélia:
   
Eu conheci Jorge Amado muitos anos antes que ele me conhecesse. Era leitora de Jorge Amado, eu amava os livros dele. Mas não somente isso. Eu gostava do homem, do lutador, do corajoso, porque eu acompanhava os passos de Jorge Amado à distância. Eu fiquei revoltada quando soube que queimaram o “Capitães de areia” em São Paulo e na Bahia com uma ata assinada por um general. E temos na Fundação enquadrada a página do jornal. Não somente o livro de Jorge como também os de José Lins do Rêgo.

Na época eu apreciava demais o homem e o escritor, mas o conheci pessoalmente em 1945. Terminava a guerra mundial e terminavam também no Brasil os anos da ditadura. Havia um clima de grande euforia, manifestações nas ruas e eu era parte dessas manifestações. Quando Jorge chegou em São Paulo, onde eu morava, para comandar o movimento para a anistia para os presos políticos, se formaram as turmas de trabalho e eu fui a essa reunião. Jorge botou os olhos em cima de mim e disse: Você vai trabalhar comigo.

Eu fiquei tremendo, tinha um enorme respeito dele. E não sabia que moleque ele era, desculpem a expressão! Eu já tinha trabalhado no setor de finanças, mas ele me quis para o setor de propaganda. Me levou então para uma máquina de escrever. “Senta aí, me disse, que vou redigir uma nota para o jornal”. Aí eu quase morri de vergonha: “Eu não sei escrever a máquina!” E ele: “Não sabe? Mas que moça inútil!” Aí tive que aprender a escrever a máquina e com dez dedos!  Ele, porém, só escreve com dois dedos e numa máquina que faça muito barulho;  só depois ele faz as correções à mão. E passei a trabalhar com ele.  Há 40 anos que ele é meu patrão.

Quando precisa de um nome italiano para um personagem me pergunta, mas eu quero saber se esse personagem é bom ou é ruim, pois não quero dar o nome de um amigo de meu pai a um personagem ruim! Às vezes pergunta uma música. Um dia me pergunta: “Como é aquela música de Dorival Caymmi que você canta um verso e para. Eu preciso de uma palavra que está nesse verso”. Então canto: “Ó insensato coração..”. E ele: “É isso.
Insensato é a palavra de que eu preciso”. Outra vez,  escrevendo Teresa Batista, me chama e diz: “Você sabe cantar muitos tangos, então vai cantando alguns”. Então eu: “Tiempo de la madrugada...”. E ele: “Não serve!”. E eu: “Caminito que el tiempo...” E ele: “Não serve!” E eu: La cumparsa de misérias sin fin...”. E ele: “Era isso que eu queria, porque um meu personagem vai se chamar Jarbas La Cumparsita”!

Às vezes me dá 50 páginas para datilografar. Eu com a máquina eletrônica e 10 dedos acabo logo e fico louca para saber o que é que vai acontecer e pergunto: “Jorge, o que vai acontecer a esse personagem?” E ele: “Não sei, porque meus personagens têm sua vida própria, têm sangue e carne, eles fazem o que bem entendem e se eu quisesse fazer com que sigam o que eu quero eles ficam falsos, não são mais personagens vivos”. Isso eu aprendi com o primeiro livro que ele escreveu em minha companhia: Seara vermelha. Eu tentei salvar a menina Noca e perguntava: “Essa menina vai morrer, Jorge?” E ele: “Vai morrer, porque ela precisa morrer”. E eu: “Mas, precisa por quê, se você é o dono da história?” E ele: “Ela tem que morrer!”. Então eu desesperada: “Se você está com instinto de matar, então mate o pequeninho que tem poucos meses...!” 




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Traduzione di G.R.
Giovanni Ricciardi. Professor nas Universidades de Bari e de Nápoles-L’Orientale, recebeu, em 1998, o prêmio APCA como divulgador e estudioso da Literatura brasileira e, em 2007, a Medalha da ABL.
Escreveu livros em italiano e português tais como Sociologia da literatura; Lineamenti di una sociologia della produzione artistica e letteraria; America Latina: sindacati e società (1950-1970); Avanguardia e stabilizzazione della coscienza creatrice; Escrever; Escrever-2; Auto-retratos, Soerio Pereira Gomes: uma biografia literária; Acquerello del Brasile, Antologia della letteratura portoghese; Scrittori brasiliani; Biografia e criação literária  (entrevistas aos escritores brasileiros) em 7 volumes.