BOA SORTE: STORIE DI EMIGRANTI ITALIANI IN BRASILE. Don Renzo Rossi, prete dei poveri e dei detenuti politici durante la dittatura brasiliana
a cura di Andrea Lilli
TESTO IN ITALIANO   (Texto em portugûes)


Tra gli italiani che in cinque secoli hanno lasciato una traccia memorabile a Salvador Bahia, va ricordato il “prete dei poveri”, don Renzo Rossi, cittadino onorario di Salvador, scomparso due anni fa, di cui quest’anno ricorre il 90° anniversario della nascita. E va ricordato soprattutto perché, da prete, fece cose coraggiose e rischiose, contro il potere costituito, che gli uomini pii non fanno spesso né volentieri, tantomeno nei regimi dittatoriali. E le fece con cuore e intelligenza, senza vantarsene, e senza scopo di proselitismo.
Dei suoi 88 anni, vissuti sempre allegramente, e spesso pericolosamente, a fianco e sostegno dei soggetti sociali più scomodi: operai, disoccupati, senzatetto, emarginati, carcerati, trenta li passò a Salvador Bahia dove fondò e consolidò il suo sogno: la missione, dedicandosi in particolare all’assistenza nelle terribili favelas degli “alagados”, e al servizio nelle carceri. Fu il primo sacerdote ad entrare nelle celle brasiliane, soprattutto a fianco dei detenuti politici che negli anni della dittatura militare hanno sofferto la tortura. Non gli importava se fossero credenti o meno: aiutava tutti. Cominciò con l’aiutare i frati domenicani, accusati di complicità coi terroristi, finì con l’essere compianto dagli atei, anarchici o comunisti. Frei Betto lo ha definito “santo della solidarietà”.
 
                                                                 

Il ricordo dell’amica Luigia Paoli Randelli (parrocchiana di Don Renzo Rossi quando nel 1948 divenne sacerdote a Montelupo Fiorentino. Lo raggiunse in Brasile nella missione di Salvador)
“E' arrivato in Brasile, dove è rimasto per circa 30 anni, e lì sì che non ha avuto vita facile. Aveva parrocchia nella periferia di Salvador de Bahia, praticamente nelle favelas più misere ed affollate, su in collina dove più che case, ci sono casupole di paglia e fango. Quando va bene sono mattoni buttati lì con le mani, in realtà è fango tenuto insieme a canne e pezzi di filo di ferro incrociati. In uno dei miei viaggi, l’ho aiutato a costruirne una per una vecchietta rimasta sola al mondo, che davvero come Gesù non aveva dove posare il capo. Ho fatto per lui il manovale tagliando su misura i pezzi di ferro necessari.
E’ ovvio che avendo scelto di lavorare con i più poveri e deboli ebbe a scontrarsi con le autorità in primo luogo, poi, con una miseria incredibile, sfruttamento di ogni tipo – lavorare 12 ore al giorno solo per poter comprare un litro di latte, un pizzico di fagioli ed un altro di riso – piatto nazionale, riso e fagioli conditi con farina di manioca.
Alle volte ci rientrava solo per comprare il latte. Il suo lavoro e quello di tutta la comunità fiorentina (compresi i non fiorentini come Delia di Merano e lo stesso don Paolo di Fano che lavorava con lui) era di coscientizzare la popolazione, renderla umana con diritti e doveri, soprattutto diritti. Lo sviluppo umano era prevalente. Infatti la famosa “Teologia della Liberazione” detta anche “sviluppo umano"  nacque proprio lì.
Di fronte alle ingiustizie i preti non potevano stare zitti, non potevano solo far pregare il popolo ed accontentarsi soltanto delle belle liturgie o dei bei canti per Natale. Occorreva che qualcuno rendesse quella gente autodeterminata, gli facesse capire che erano persone, non bestie da soma da sfruttare pagandole poche lire!

Nel 1966, quasi in contemporanea con la nostra alluvione di Firenze, dopo che era piovuto un po’ più del solito, a Salvador franò una collina intera portandosi dietro uomini e cose. E’ rimasta famosa la fotografia dei morti per terra, coperti solo da un misero telo di plastica che lasciava scoperto i piedi e si notava che erano ragazzini.
I morti furono 11. Il sindaco ed ogni altra autorità comunale non si fecero MAI vedere finché don Rossi ancora tutto inzaccherato e sporco non andò a brontolarli e scuoterli un poco, e “come urlava”, disse poi chi lo aveva sentito. Mancava l’acqua, mancavano locali asciutti, c’erano bambini malati rifugiati nella scuola.

Un’altra volta invece egli ed il suo collega don Paolo di Fano rischiarono la morte – avevano viaggiato insieme dall’Italia ed insieme avevano fatto un corso di non so più che cosa a Verona – Insieme prima che fosse loro assegnata la parrocchia avevano dormito in città in un buco che chi lo ha visto dopo lo ha definito un pollaio, talmente era piccolo e brutto! Tutta la faccenda si chiamò poi “la battaglia del Marotinho”. C’era un terreno ancora vuoto che  il sindaco aveva promesso alla popolazione di Renzo e Paolo. Erano i primi due missionari  che rischiavano la vita tout court per avere il terreno promesso dal sindaco per costruire le loro casupole. La gente una bella mattina va sul luogo stabilito con tutte  le masserizie, un trasloco vero e proprio e chi ci trova? La polizia mandata dal sindaco stesso che aveva cambiato idea.

                                                                                      
Forse il sindaco aveva contattato altra gente per avere un maggior guadagno. La polizia, ovviamente stava dalla parte delle autorità, minacciando di sparare addosso ai preti se non avessero riportato indietro la loro gente. “Bene, dissero i due amici, sparateci pure, questa gente ha diritto a costruirsi la casa perché così gli aveva promesso il sindaco. Ora chissà per quale motivo, vuole sistemare la sua gente rimangiandosi ogni promessa”. Lottarono a parole un bel po’, autorità e preti finché la vinsero questi ultimi. Quella incredibile mattinata di lotta venne chiamata appunto la “lotta del Marotinho” dal nome di quel terreno.

Diverse furono le battaglie per evitare sfruttamenti di ogni genere. Ricordo io la battaglia  delle lavandaie – in Brasile non si usano le lavatrici – ci sono le donne apposta, che vanno su e giù dalla collina alla città di lusso  portandosi dietro cestoni enormi di panni da lavare. Ebbene per i prezzi c’era anarchia la più totale, ognuno aveva un prezzo cercando sempre di andare al ribasso per vincere la concorrenza. Ebbene dopo riunioni e riunioni con i preti la sera dopo cena si arrivò ad un prezzo equo per tutte le lavandaie in maniera che nessuna donna rimanesse senza lavoro. Ora so che hanno fatto addirittura un consorzio! Questa è promozione umana.
Oltre ad avere cura della parrocchia, don Rossi fu insegnante al seminario di Salvador di teologia biblica, materia nella quale si era laureato. (In: http://archivio.gonews.it/)

                                                                         
Nato nel quartiere di Porta a Prato nel 1925, ordinato sacerdote nel 1948 contemporaneamente al suo grande amico don Lorenzo Milani (l’autore di  Esperienze pastorali e Lettera a una professoressa) e a don Danilo Cubattoli, fu “prete di fabbrica”, fin quando nel 1965 partì con la nave da Genova per Salvador de Bahia.

Il ricordo di don Renzo Rossi, dalle sue memorie scritte
“Fin da giovane seminarista sognavo la “Missione” tra gli “infedeli”, (come si diceva 70 anni fa e come dicono oggi i Musulmani), specie dopo la conferenza che ebbe luogo nel 1940 al Seminario Minore di Montughi, da parte di un Cappuccino missionario in Africa. Il sogno di annunciare la fede ai popoli che non conoscevano Cristo Gesù lo portai a lungo nel cuore, ma poi, da giovane prete, preso com’ero dalla mia attività pastorale, specie con la presenza nelle fabbriche di Firenze (Gas, Fiat, Officine FF.), dove i non credenti e i “mangiapreti” erano la stragrande maggioranza, il sogno sparì! Neppure all’appello di Pio XII con la “Fidei Donum” ci feci caso: ero totalmente immerso nell’intensa vita di Rifredi, tra parrocchia e fabbriche. Invece il nuovo appello di PaoloVI, tra il 1963 e il 1964, (quando avevo già compiuto 39 anni), mi colpì profondamente: così mi appariva di nuovo, chiaro e forte, il sogno missionario, specie dopo un corso di Esercizi spirituali quando il predicatore disse: “chi avverte una chiamata non deve restare lì a “cincischiare” nel ponderare i motivi favorevoli e quelli contrari: deve partire e basta!”.
Ci pensai a lungo e mi confidai con il mio Direttore Spirituale, Don Bensi, e quando lui mi dette il via, nell’ottobre 1964, scrissi una lettera all’Arcivescovo Cardinale Florit, presentandogli il mio sogno missionario. Questi però mi disse subito di no: lui non si fidava di me, anche per alcune difficoltà legate alla mia presenza nelle fabbriche fiorentine. Florit pensava che il mio sogno missionario fosse una fuga. Pian piano però si convinse dell’autenticità della mia scelta e mi diede, nel marzo 1965, il suo consenso, a condizione però che io andassi in Brasile. Io invece sognavo l’India, e, se ciò non fosse stato possibile, l’Africa: infatti l’allora responsabile delle missioni cappuccine della Toscana, Padre Bernardo Gramoli, appena seppe della mia scelta missionaria, venne a trovarmi al Porto di Mezzo, dove io ero Parroco, per invitarmi a far parte dei missionari operanti in Tanzania. E quando al Cardinle Florit domandai il perché del Brasile lui mi rispose che, durante il Concilio Vaticano Secondo, ancora in corso, i Vescovi Brasiliani gli chiedevano continuamente di inviare in Brasile alcuni sacerdoti, data la permanente crisi di vocazioni sacerdotali. A tutti il Cardinale rispondeva: “quando un mio prete si renderà disponibile, io ve lo manderò”.
Sia pure un po’ deluso, perché il mio sogno restavano l’India o l’Africa nera, fui ugualmente felice del consenso dell’Arcivescovo alla mia partenza per la Missione.
Durante il mese di giugno dello stesso anno 1965 partecipai al corso CEIAL prima a Verona e poi a Roma, in preparazione alla missione, e il 19 Ottobre partii da Genova, insieme a don Paolo Tonucci, sacerdote di Fano e a don Enzo De Marchi, sacerdote di Vercelli.
Arrivammo a Rio de Janeiro il 29 Ottobre. E il 6 Novembre 1965 eravamo già a Salvador Bahia, nella cui Diocesi eravamo stati destinati! E là, attraverso varie esperienze, tra il vivere nelle “favelas” di Salvador Bahia e la presenza nelle carceri politiche brasiliane, compreso l’insegnamento di Teologia Biblica nell’Istituto Teologico, ci rimasi fino al 1997, con un intervallo dal 1989 al 1991 a Firenze, come Parroco di S. Michelino Visdomini. La mia presenza in Brasile fu perciò complessivamente di 30 anni. Il rientro in Italia del 1989 fu richiesto dal Cardinale Piovanelli, per uno scambio di esperienze pastorali tra la Diocesi di Salvador Bahia in Brasile e la Diocesi di Firenze. La scelta doveva essere tra me e don Sergio Merlini: toccò a me un po’ perché ero più vecchio di età e da più tempo in Brasile.
Ma io a Firenze, dopo 23 anni passati in Brasile, non riuscii ad inserirmi di nuovo.
Così, quando i due preti che mi avevano sostituito, don Lorenzo Lisci e don Rodolfo Tedeschi, fecero una nuova scelta di vita, nell’ottobre del 1991 ritornai in Brasile, a Salvador Bahia, e ci rimasi fino all’agosto del 1997, quando feci ritorno definitivamente a Firenze. Io fui dunque il primo missionario diocesano fiorentino a partire per la Missione". (In: http://missioni.blog.diocesifirenze.it)

                                                                       
Dunque nel 1965 don Renzo decide di partire per il Brasile. L'esperienza decisiva arriva nel 1970, quando chiede e ottiene di visitare in carcere un frate domenicano italiano.  E’ l'inizio di un’attività che si estende a tutto il braccio dei detenuti politici. Poi don Renzo inizia un pellegrinaggio per il Brasile di penitenziario in penitenziario, cercando sempre di aiutare i prigionieri, spesso torturati, e di difendere i loro diritti. Ed egli è accolto, molti prigionieri gli confidano le proprie ansie. Don Renzo è con loro, li aiuta nelle necessità pratiche e nel sostegno umano fino al crollo della dittatura, fino alla liberazione. 
 
Il ricordo degli ex detenuti politici
“Ho fatto più di quarant’anni di vita insieme a lui, – scrive via email Theodomiro Romeiro dos Santos -  buona parte di questi, in situazioni anche molto difficili, come quando ero detenuto nel carcere politico di Salvador e, più tardi, durante il mio esilio a Parigi. Non mi è mai mancata la sua presenza e il suo prezioso aiuto, sempre in modo generoso e, allo stesso tempo, allegro”.
“Noi, ex-prigionieri politici – continua la lettera – ci sentiamo orfani di padre, profondamente tristi in questo momento”. A scrivere anche l’avvocato Rui Patterson, anche lui un ex-detenuto politico negli anni ’70 in Brasile: “E’ una enorme perdita per tutti noi, ex-detenuti politici del Brasile, ma anche per la Chiesa, senza paura di esagerare, una perdita per un numero significativo di esseri umani, ai quali don Renzo ha donato compassione, speranza, fede nei valori più elevati della persona umana”. (In:  http://firenze.repubblica.it)

                                                                     

Il ricordo di Matteo Renzi, attuale Primo Ministro del Governo italiano, sindaco di Firenze quando don Renzo Rossi morì, il 23 marzo 2013 
“Abbiamo ricevuto stamani con grande tristezza la notizia della scomparsa di don Renzo Rossi. Don Renzo è stato ed è per tutti noi il sacerdote della gioia; anche nell’ultima esperienza a Pontassieve si definiva così”, ha detto il sindaco di Firenze Matteo Renzi.  “E’ una delle persone più straordinarie che abbia avuto la possibilità di conoscere” ha aggiunto. “L’ultima volta che l’ho visto, venerdì, mi ha dato di bischero – ha concluso il primo cittadino – e mi ha detto, come faceva sempre con tutti, ‘cerca di non imbischerirti troppo’. Continueremo a lavorare cercando di seguire questo affettuoso suggerimento”. (In:  http://firenze.repubblica.it)

                                                                           
Per documentarsi meglio su questa figura straordinaria, suggeriamo di leggere:
- “Don Renzo Rossi. Un prete fiorentino nelle carceri del Brasile”, di Emiliano José, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2003;

- “Don Renzo Rossi. Lettere dal Brasile”, raccolta epistolare a cura di Matteo Del Perugia, Società Editrice Fiorentina, Firenze 2012.

Film: “Un angelo testardo”, di Benedetto Ferrara, Unicoop, Firenze, 2005.

Documentario: "As asas invisiveis de padre Renzo Rossi" de Emiliano José e Jorge Felipe, Santo Guerreiro, Brasil, 2013 (contiene sottotitoli in italiano)

 
 
 ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Andrea Lilli. Bibliotecario-archivista e documentalista, lavora nella Sovraintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma.
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
© Copyright  SARAPEGBE                                                             
E’ vietata la riproduzione, anche parziale, dei testi pubblicati nella rivista senza l’esplicita autorizzazione della Direzione
-------------------------------------------------------------------------------


TEXTO EM PORTUGÛES   (Testo in italiano)

BOA SORTE: STORIE DI EMIGRANTI ITALIANI IN BRASILE.
Padre Renzo Rossi, padre dos pobres e dos presos politicos da ditadura brasileira 
por
Andrea Lilli


                                                                         
Entre os italianos que em Salvador Bahia, durante cinco séculos, deixaram uma experiência memorável, è preciso lembrar do "padre dos pobres": padre Renzo Rossi, cidadão honorário de Salvador, e que morreu há dois anos. Em 2015 se celebra o 90 º aniversário do nascimento dele. Deve ser lembrado acima de tudo porque, como padre,agiu de forma ousada e arriscada, contra o poder pre-constituido. Os homens de igreja não fazem isso normalmente, a mais durante um regime ditatorial. Mas padre Renzo agiu sempre com coração e inteligência. Durante oitenta e oito anos, padre Renzo viveu sempre com alegria e muitas vezes de forma perigosa, perto de operários, desempregados, sem-teto, marginalizados, prisoneiros. Viveu por trinta anos em Salvador Bahia onde idealizou e realizou o sonho da sua missão, se dedicando particularmente a ajudar pessoas pauperrimas, que viviam nas terríveis favelas dos "Alagados". Mas quis se dedicar também ao serviço nas prisões, tanto que foi o primeiro padre a entrar nas cadeias brasileiras. Esteve ao lado especialmente  dos presos políticos que sofriam torturas durante os anos da ditadura militar no Brasil. torturas. Ele não se importava se os presos fossem crentes ou não: ajudava a todos. Começou ajudando os padres dominicanos, acusados de ter cumplicidade com os terroristas, e no final, acabou sendo lembrado por todos: ateus, anarquistas ou comunistas. Frei Betto chamava ele de "santo de solidariedade." 

                                                                             
O testemunho da sua amiga Luigia Paoli Randelli  (paroquiana de Renzo Rossi em 1948, quando ele se tornou padre  em Montelupo Fiorentino. Depois viajou com ele para o Brasil, na missão para Salvador):
"Ele chegou ao Brasil, onde permaneceu por cerca de 30 anos, e là não teve vida fácil. A  paróquia dele estava  na periferia de Salvador Bahia, praticamente nas favelas mais miseráveis ​​e lotadas, nas colinas onde mais que casas, existem cabanas de palha e lama. Na melhor das hipóteses os tijolos são jogados com as mãos. Mas na realidade è lama, misturada a canudos e pedaços de fios de ferro, cruzados. Durante uma das minhas viagens o ajudei a construir uma cabana para uma velhinha que vivia sozinha neste mundo. e que realmente, como Jesus, não tinha nem onde reclinar a cabeça. Eu virei operária de padre Renzo e cortava   as peças de ferro que serviam. .
É óbvio que, tendo escolhido de trabalhar para os pobres, ele logo entrou em conflito com as autoridades, em primeiro lugar, em seguida, entrou em conflito com uma incrível miséria, uma exploração de todo tipo - por exemplo trabalhar 12 horas por dia, apenas para poder comprar um litro de leite, um pitada de feijão e outra de arroz (o prato nacional è arroz e feijão com farinha de mandioca). Às vezes conseguia somente comprar leite.
Sua obra e, em seguida, de toda a comunidade florentina que trabalhava com ele -  incluindo os não-florentinos como Delia di Merano e padre Paolo di Fano -  foi conscientizar a população. Era fazer com que 
a população virasse mais humana, com direitos e deveres humanos, especialmente direitos. Era predominante o discurso do "desenvolvimento humano". Na verdade è alì que nasceu a famosa "Teologia da Libertação", também chamada de "desenvolvimento humano". Perante a tanta injustiça, os sacerdotes não podiam ficar calados, não podiam somente rezar ou fazer rezar o povo, e resolver tudo apenas com belas liturgias ou belas canções de Natal. Era necessário que alguém fizesse com que essas pessoas virassem auto-determinadas, que compreendessem ser pessoas, não bestas de carga para ser ser exploradas em troca de poucos reais!

                                                                           
Em 1966, quase na mesma época da inundação do rio Arno em Florença, em Salvador Bahia, depois de ter chovido um pouco mais do que era de costume, desabou uma inteira colina, levando  consigo seres humanos e  onjetos. Virou famosa a fotografia dos que morreram e que rodou o mundo: no chão, cobertos somente de pobres papeis de plástico deixando descobertos os pés. Notei que eles eram todos meninos. Os mortos foram 11. O prefeito e todas as outras autoridades municipais  NUNCA chegaram naquele dia, até que padre Renzo, ainda todo sujo de lama, foi para eles e gritou, e reclamou. E "quanto gritou!" disse alguém que o ouviu. Faltava agua, não havia áreas secas, havia crianças doentes refugiadas na escola.
Outra vez, porém, ele e seu colega padre Paolo di Fano arriscaram a vida  - os dois tinham  viajado juntos da Itália e juntos fizeram um curso na cidade italiana de  Verona -.  Juntos, antes de ter uma paroquia, dormiram na cidade, dentro de um lugar que definiram um galinheiro, tanto este lugar era pequeno e feio!
O acontecimento foi chamado de "batalha do Marotinho". Aconteceu o seguinte. Ainda havia terra livre que o prefeito tinha  prometido ao povo de Renzo e Paulo. Eles foram os dois primeiros missionários que arriscaram suas vidas para receber a terra prometida pelo prefeito para poder construir as  cabanas. O povo numa linda manhã foi para esta terra com todas suas famílias, para se mudar de vez. E quem encontraram? Encontraram a polícia enviada pelo próprio prefeito que, no entanto, tinha mudado de idéia.
Talvez ele tivesse contactado outras pessoas para poder ter mais lucro. A polícia, é claro, estava do lado das autoridades, ameaçando atirar nos padres, se eles nao fossem embora com seu povo. "Tudo bem" responderam os dois amigos "atirem contra nós, essas pessoas têm o direito de construir uma casa, e quem prometeu isso foi o prefeito. Agora, por alguma razão, ele mudou de idéia. E... a palavra dada?". Eles lutaram através de palavras e muito, seja as autoridades que os padres. Mas, no final, quem ganhou foram os padres. Aquele incrivel dia foi chamado de "batalha do Marotinho", nome daquela terra.

Foram várias as batalhas para impedir qualquer tipo de exploração. Lembro-me da batalha de lavadeiras - no Brasil não se utilizavam na época as máquinas de lavar roupa. Havia  mulheres que faziam este tipo de trabalho, subindo e descendo a colina até a cidade dos ricos, levando consigo enormes cestos de roupas para lavar. Bem, quanto aos preços, reinava a anarquia total. Cadaum tinha um preço, sempre tentando propor o mais baixo para ganhar a competição.
Depois de reuniões e encontros com os padres, à noite, após o jantar, se concordou um preço justo para todas as lavadeiras, de forma que  nenhuma mulher ficaria sem emprego. Agora eu sei que elas organizaram até um consórcio! E' este que se chama "desenvolvimento humano". 
Além de cuidar da paróquia, padre Renzo era professor no seminário de Salvador, de teologia bíblica, uma área em que ele se formou. (In: http://archivio.gonews.it/)

                                                                       

Nasceu em 1925 na cidade italiana de Prato, no bairro de Porta. Foi ordenado padre em 1948, na mesma época do seu  grande amigo padre Lorenzo Milani (o autor de "Esperienze pastorali" e "Lettere a una professoressa") e de padre Danilo Cubattoli, foi "padre de usina", até que em 1965 foi para Gênova e viajou de navio para Salvador Bahia.                

                                                                         

A memória de padre Renzo Rossi, através da sua escrita
"Mesmo quando era um jovem seminarista, eu sonhava com a "Missão "entre os " infiéis "(como se falava há 70 anos e como falam hoje em dia os Muçulmanos). Especialmente após uma conferência que teve lugar em 1940 no Seminário Menor de Montughi, graças a um capuchinho missionário na África. Guardei por um longo tempo dentro do meu coração, o sonho de levar a fé no mundo, para as pessoas que não conheciam a Jesus Cristo.
Depois o sonho sumiu, pois era um jovem padre, absorvido pelo meu trabalho pastoral, especialmente pela minha presença nas fábricas de Florença (Gas, Fiat, Officine FF.), onde os não-crentes e "comi-padres" eram a grande maioria. Nem com o apelo de Pio XII com a "Fidei Donum" eu percebi isso pois mergulhava totalmente na intensa vida de Rifredi, entre paróquia e fábricas. Mas o apelo de Paulo VI, entre 1963 e 1964, (quando eu já tinha 39 anos), me impressionou profundamente. Me apareceu forte e claro o sonho missionário, especialmente depois de um curso de exercícios espirituais, quando falaram, "aqueles que sentem uma chamada não tem que ficar lá para" mexer "com as razões a favor e contra: deve partir e pronto!". 
Refleti muito e falei com meu Diretor Espiritual, padre Bensi, e quando ele respondeu que eu podia viajar, em outubro de 1964, escrevi uma carta ao Arcebispo Cardeal Florit, apresentando meu sonho missionário. Este, no entanto disse que não confiava em mim, até mesmo por causa de algumas dificuldades relacionadas com a minha presença nas fábricas de Florença. Florit pensava que o meu sonho missionário fosse uma fuga. Aos poucos, porém, ele se convenceu da autenticidade da minha escolha e em março de 1965, aceitou, mas sò se eu viajasse para o Brasil. Mas eu sonhava com a Índia, e, se isso não fosse possível, queria ir para África. De fato, o chefe das missões capuchinhas da Toscana, Padre Bernardo Gramoli, quando soube da minha escolha missionária, veio me visitar no Porto di Mezzo, onde eu era padre. Me convidou para eu fazer parte dos missionários que trabalham na Tanzânia.
E quando perguntei ao Cardeal Florit o porquê do Brasil, ele respondeu que, durante o Concílio Vaticano II, ainda em andamento, os Bispos do Brasil pediam-lhe continuamente para enviar alguns padres para o Brasil, por causa da permanente crise de vocações sacerdotais. O Cardeal respondia: "Quando um meu sacerdote se tornarà disponível, vou mandá-lo para vocês."
Embora um pouco decepcionado, pois meu meu sonho permanecia Índia ou África, fiquei  igualmente feliz com o consentimento do arcebispo para minha missão.
Durante o mês de junho de 1965, frequentei o curso CEIAL primeiro em Verona e depois em  Roma, em preparação da missão. Em 19 de Outubro deixei Genova, com Paolo Tonucci, padre da cidade de Fano, e com Enzo De Marchi, padre da cidade de Vercelli.
Chegamos no Rio de Janeiro em 29 de outubro. Em 6 de novembro de 1965 estávamos em Salvador Bahia, em cuja diocese nos chamaram!
E passamos por várias experiências, entre viver nas "favelas" de Salvador Bahia e a presença nas prisões políticas brasileiras, incluindo o ensino de Teologia Bíblica no Instituto Teológico, que durou até 1997. Teve um intervalo entre 1989 e 1991 em Florença, onde fui padre de San Michelino Visdomini. Minha presença no Brasil foi por um total de 30 anos. O retorno à Itália se deu em  1989 e foi solicitada pelo Cardeal Piovanelli,  por uma troca de experiências pastorais entre a Diocese de Salvador Bahia, no Brasil,  e a Diocese de Florença. A escolha era entre mim e padre Sergio Merlini me tocou um pouco "porque eu era mais velho e hà mais tempo no Brasil.
Mas eu nem consegui me adaptar mais em Florença, depois de 23 anos no Brasil. Assim, quando os dois sacerdotes que tinham me substituído, padre Lorenzo Lisci e padre Rodolfo Tedeschi, fizeram uma nova escolha de vida, eu, em outubro de 1991 voltei ao Brasil, em Salvador Bahia, e lá permaneci até agosto de 1997, quando voltei definitivamente para Florença. Fui então eu o primeiro missionário diocesano florentino que parti para a Missão". (In: 
 http://missioni.blog.diocesifirenze.it)

Em 1965, padre  Renzo decide viajar para o Brasil. O ponto mais alto de experiência chega em 1970, quando ele pede e obtém para visitar um frade dominicano italiano preso. E ' o início de uma atividade que se estende a todos os presos políticos. Então padre Renzo começou uma peregrinação nas penitenciárias, sempre tentando ajudar presos, que muitas vezes tinham sido torturados, e defendia seus direitos. Ele é bem-vindo, muitos presos confiam nele. Padre Renzo está com eles para ajudar nas necessidades práticas e dar um apoio humano ao colapso da ditadura, até a libertação e o colapso da ditadura.

                                                                 
A memória de ex-presos políticos
"Eu passei mais de quarenta anos de vida com ele - escreve via e-mail Theodomiro Romeiro dos Santos - a maioria em situações muito difíceis, como quando eu estava detido em uma prisão política de Salvador e, mais tarde, durante meu exílio em Paris. E nunca me faltou a sua presença e a sua ajuda, sempre tão generoso e, ao mesmo tempo, alegre ".
"Nós, os ex-presos políticos - continua a carta - nos sentimos órfãos, profundamente tristes agora." Escreve isso também o advogado Rui Patterson, ele è um ex-preso político na década de '70 no Brasil: "É uma enorme perda para todos nós, ex-presos políticos no Brasil, mas também para a Igreja, sem medo de exagero, uma perda para um número significativo de seres humanos, para os quais padre Renzo doou compaixão, esperança, fé nos mais altos valores da pessoa humana". (In: 
 http://firenze.repubblica.it)

                                                                         
A lembrança de Matteo Renzi, atual primeiro-ministro do Governo italiano, e prefeito de Florença, quando padre Renzo Rossi morreu, em 23 de março de 2013
               
"Recebemos esta manhã com grande tristeza a notícia da morte de padre Renzo Rossi. Padre Renzo foi e é para todos nós o sacerdote da alegria; até na última experiência dele em Pontassieve ele assim se definia", disse o prefeito de Florença, Matteo Renzi. "E'  uma das pessoas mais incríveis que já tive a oportunidade de conhecer" acrescentou. "A última vez que encontrei com ele, na sexta-feira, me chamou de "bischero" (N.d.T. palavra em dialeto toscano, um apelido carinhoso entre amigos, tipo "ingenuo")  - concluiu o prefeito - e me disse, como sempre fazia com todos," procure não se 'imbischerir' demais". Vamos continuar a trabalhar tentando seguir esta sugestão afetuosa dele". (In: http://firenze.repubblica.it)
                                                                     

Para conhecer melhor padre Renzo Rossi, aqui as dicas:

Livro: "As asas invisíveis do padre Renzo". Autor Emiliano José
Documentário: "As asas invisíveis do padre Renzo" de Emiliano José e Jorge Felipe, (Prod. Santo Guerreiro, Brasil, 2013)

Em italiano
"Don Renzo Rossi. Un prete fiorentino nelle carceri del Brasile”, di Emiliano José, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2003;

“Don Renzo Rossi. Lettere dal Brasile”, raccolta epistolare a cura di Matteo Del Perugia, Società Editrice Fiorentina, Firenze 2012.
Si veda infine il film realizzato per gli 80 anni di don Renzo Rossi: “Un angelo testardo”, di Benedetto Ferrara, Unicoop, Firenze.
 
 



 -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

© 2015-SARAPEGBE
É proibida a reprodução, mesmo que parcial, dos textos publicados na Revista sem a explícita autorização da Direção.

 
Andrea Lilli. Bibliotecário, arquivista e documentalista, trabalha na Superintendência do Patrimônio Cultural, na Prefeitura de Roma.