Omaggio a Julio Monteiro Martins
Il racconto Saudade
Antonella Rita Roscilli
TESTO IN ITALIANO   (Texto em portugĂ»es)

"La narrativa è la forza benevola che già da qualche generazione blocca l'espansione del male, argina gli incubi collettivi, e al tempo stesso modella una nuova umanità."(Julio Monteiro Martins)


Julio Monteiro Martins: scrittore, docente universitario, poeta, sceneggiatore. Un grande uomo, coraggioso, coerente, impegnato. Amico, Maestro, divulgatore e creatore di vita culturale in Brasile e in Italia. E' venuto a mancare il 24 dicembre 2014. Ci eravamo conosciuti anni fa durante il primo convegno a Ferrara sulla "Letteratura della Migrazione", di cui è un importante esponente in Italia. In realtà Julio è un grande scrittore del mondo, del Brasile, dell'Italia. Da allora abbiamo sempre tenuto un rapporto epistolare di scambio, consigli e dialogo.

Ricordo quando mi raccontava del suo Paese che amaramente aveva dovuto abbandonare a causa dei suoi ideali che cozzavano con una dittatura sorda e crudele. 
Il Brasile era la terra della sua infanzia, della sua giovinezza e dell'impegno politico e culturale, ma alla fine scelse l'Italia e l'amava molto. Arrivò in Italia nel 1995, quando si rese conto che la caduta della dittatura non aveva comportato un reale rinnovamento del Brasile, ma addirittura il crollo di quegli ideali che avevano animato le critiche e il dissenso. 

Ricordo quando mi raccontò di una vicenda accaduta a Rio de Janeiro durante gli anni '70, con degli amici, e con sorpresa appresi che si trattava del poeta brasiliano IldásioTavares e sua sorella. Ricordo quando gli telefonai invitandolo a far parte, insieme all'onorevole Fabio Porta, al tavolo del convegno "I mondi di Jorge Amado", in occasione del primo Convegno Nazionale sul Centenario della Nascita di Jorge Amado, il 19 aprile 2012, alla Biblioteca Centrale Nazionale di Roma. Lui accettò, pur essendo in forma gratuita. Ne fu felice, e ricordo il suo brillante intervento. Semplice, chiaro e profondo. 

Julio sapeva arrivare dritto al cuore e alla mente quando parlava, stimolava la discussione, la critica, il ragionamento, mai superficiale. E così voglio ricordarlo per sempre, esempio di intellettuale per tutti noi. Esempio di uomo impegnato con la Parola e l'Azione, coraggioso, coerente e innovativo. Sempre. Julio era nato in Brasile a Niteròi nel 1955. Era stato professore di scrittura creativa al Goddard College (Vermont) dal 1979 al 1980, all’Oficina Literária Afrânio Coutinho (Rio de Janeiro) dal 1982 al 1989, all’Istituto Camões di Lisbona nel 1994 e alla Pontifícia Universidade Católica di Rio de Janeiro nel 1995.

Ricevette il titolo di "Honorary Fellow in Writing" dall’Università di Iowa (International Writing Program) nel 1979. Tra i fondatori del Partito Verde brasiliano, negli anni '80 fondò la casa editrice "Anima" e partecipò al gruppo di organizzazione di attività parallele della conferenza mondiale della ONU sullo sviluppo e ambiente. Si integrò al Centro Brasileiro de Defesa da Criança e do Adolescente. A Rio de Janeiro fu avvocato dei Diritti Umani, divenendo avvocato responsabile dell'incolumità dei "meninos de rua" sopravvissuti, e pertanto testimoni in tribunale, del Massacro della Candelaria.  


Uno dei suoi primi libri si intitolava "Torpalium" (1977), mistura delle parole "goffo" e "Valium", che era, secondo lui, lo stato di anestesia generale del Brasile durante la dittatura, con la farsa del miracolo economico. Lasciò il Brasile, in un esilio volontario, pur amandolo molto, decise che la sua vita sarebbe proseguita altrove. Dopo il Portogallo approdò nel 1995 in Toscana. Si stabilì a Lucca,  una "placenta di mattoni rossi, che nutre, riscalda, protegge e prepara la nascita definitiva"(sue parole tratte da "Il percorso dell'idea"). 

"Scrivere oltre le mura", "Portofranco", dedicato alla scrittura migrante, la bellissima rivista "Sagarana", sono alcune delle iniziative che portano il suo nome. Insegnava "Lingua Portoghese e Traduzione Letteraria" all’Università degli Studi di Pisa e dirigeva il Laboratorio di Narrativa, che è parte del Master della Scuola "Sagarana", a Pistoia. Dalla sua casa lucchese partecipava agli avvenimenti culturali e politici della città di Lucca e dell'Italia intera.

Denunciò coraggiosamente, in pieno periodo berlusconiano, il decadimento della capacità critica dello scrittore: "Non c'è niente di più patetico che uno scrittore di sinistra tentato dai privilegi e dai valori della destra che cerca di goderli senza perdere il rispetto dei suoi lettori" (dal suo editoriale in "Sagarana" n. 39). Julio Monteiro Martins era un uomo generoso, profondo conoscitore e amante della vita.

Affascinando attraverso il racconto, Julio ha insegnato a costruire ponti fra culture, ponti fra la realtà e la creatività, la politica e i valori, con chiarezza e dignità. Ha insegnato a scrivere a varie generazioni seguendo sempre il sentimento più vero, procedendo dritto verso il cuore del racconto. I tanti studenti manterranno i suoi preziosi insegnamenti e ne faranno tesoro per la vita. Lo invitai a pubblicare sulla rivista "Sarapegbe" e mi inviò il racconto "Saudade", inedito e scritto apposta per la rivista. Un onore per me. Lo definì un 
“conto metaliterário” e lo scrisse direttamente in italiano. Quando gli chiesi la versione portoghese mi rispose che, misteriosamente, lui non riusciva a tradurre in portoghese ciò che scriveva direttamente in italiano. Fu pubblicato sul n. 4 del 2012  e lo riproponiamo in questo numero, di seguito, dopo lla bibliografia delle sue opere. Ciao Julio.
Bibliografia delle opere di Julio Monteiro Martins
In portoghese
Torpalium (racconti, 1977, Ática)
Sabe Quem Dançou ? (racconti, 1978, Codecri)
Artérias e Becos (romanzo, 1978, Summus)
Bárbara (romanzo, 1979, Codecri)
A Oeste De Nada (racconti, 1981, Civilização Brasileira)
As Forças Desarmadas (racconti, 1983, Anima)
O Livro Das Diretas (saggio, 1984, Anima)
Muamba (racconti, 1985, Anima)
O Espaço Imaginário (romanzo, 1987, Anima)
 
In italiano
Il percorso dell’idea (Bandecchi e Vivaldi, Pontedera, 1998)
Racconti italiani (racconti, Besa Editrice, Lecce, 2000)
L'irruzione (racconto incluso nell'antologia Non siamo in vendita - Voci contro il regime, Arcana Libri / L'Unità, a cura di Stefania Scateni e Beppe Sebaste, prefazione di Furio Colombo, 2002)
La passione del vuoto (racconti, Besa Editrice, 2003)
Madrelingua (romanzo, Besa Editrice, 2005)
L’amore scritto (racconti, Besa Editrice, 2007). 
È stato anche autore di opere teatrali ("L’isteria del marmo" (opera teatrale)
Per motivi di forza maggiore (opera teatrale)
Aula magna (opera teatrale)
Hitler e Chaplin (opera teatrale)
I suoi scritti hanno ispirato opere cinematografiche, come "Garganta" (Gola) del regista Dodô Brandão e "Referência" (Referenza), del regista Ricardo Bravo. 
                                                                       
"Saudade": racconto metaletterario di Julio Monteiro Martins (da "Sarapegbe", A. 1. n. 4 ,ott-dic.2012) 
Il laboratorio di narrativa si avvicinava al termine. Era quasi la fine di maggio, ormai. Il sole potente fuori dalla finestra avvisava che non era più il caso di rimanere chiusi tra le solite quattro mura. Liane, scrittrice e migrante di origine brasiliana da molti anni in Italia, stava presentando ai suoi allievi gli ultimi punti del programma, le alternative non convenzionali alla tecniche narrative tradizionali, forse la parte del corso che più le piaceva, con le sue sfide, le sue insidie estetiche, i suoi risultati sempre spiazzanti: – Narrativa in araldica o narrativa in abisso, così sono chiamate quelle storie che contengono altre storie e che a loro volta ne contengono altre ancora, un po' come le matrioske. È una strategia narrativa utilizzata in passato soprattutto da scrittori sudamericani sofisticati come Borges, Guimarães Rosa, Machado de Assis o Julio Cortázar, che finì per influenzare autori italiani come Calvino, il quale in seguito ne fece uso con una certa frequenza. E qui bisogna aggiungere che è vero anche il contrario, che scrittori sudamericani sono stati influenzati dalla letteratura italiana del periodo come, per esempio, Márquez, il cui “realismo fantastico” è stato molto forgiato da Zavattini durante il suo lungo soggiorno a Roma. Era un periodo, quello degli anni Cinquanta del Novecento, di intensi scambi culturali. Márquez collaborava anche con Fellini e con De Sica, sembra che sia stato uno degli sceneggiatori di “Miracolo a Milano”. Antonioni ha girato “Blow Up”, che è un racconto di Cortázar, presente all'interno della raccolta “Le bave del diavolo”. Pensiamo a un film italiano come “Cronaca di una morte annunciata”, di Francesco Rosi, tratto dalla novella di Márquez, o “Il postino di Neruda”, tratto dal romanzo del cileno Skármeta. I casi sono tantissimi. Borges diceva che il modello delle storie in abisso l'aveva appreso dal “Mille e una notte”. Ma sappiamo che Borges scriveva pezzi di finzione borgeana anche quando rispondeva alle domande dei suoi intervistatori, quindi queste sue affermazioni vanno prese con le pinze.

– So che addirittura inventava delle note bibliografiche citando libri mai esistiti, e le metteva in fondo alle pagine dei suoi racconti.
– Eh sì. Borges a volte sembra un illusionista, che gira e rigira la narrativa come vuole, confonde il lettore con i suoi giochi di specchi, i suoi labirinti, le sue tigri, le sue farfalle. Ma è sempre un autore molto filosofico e raffinato. Ogni suo racconto è una lunga metafora sull'azione del caso, sul tempo o sulla fatalità, una breve lezione di filosofia raccontata attraverso le immagini. Mi piace molto. Per questo volevo chiedervi di esercitarvi per l'incontro della prossima settimana scrivendo un testo in cui il personaggio si ritrova ad affrontare una precisa situazione che fa scaturire in lui un'onda di nostalgia, di rimpianto del passato, e che poi leggeremo insieme. Ho voluto io stessa scrivere qualcosa sull'argomento, come spunto per voi, una storia che gira intorno alla saudade del protagonista Josué, un signore settantenne, brasiliano come me. Ve lo leggo.
 
Josué Mattos era febbricitante quella mattina. Finalmente avrebbe avuto inizio la sua agognata vacanza dal genere umano. Senza i familiari attorno, senza vicini, colleghi di lavoro, amici o conoscenti, che avrebbero trovato il suo cellulare non raggiungibile e la posta elettronica sempre ancora non visionata. Si sentiva come un San Girolamo nel deserto, che scrive in fondo a una grotta, con un leone silenzioso e vigile accucciato al suo fianco. Si rifiutò addirittura di guardare fuori dalla finestra per controllare se fosse bel tempo o se in cielo si vedessero nuvole scure. Un volontario atto di disprezzo, di vendetta, si può dire, contro il mondo esterno, contro il tempo presente, contro gli impegni e le tentazioni, contro tutto quello che ogni giorno lo strappava furiosamente da sé stesso e lo trasformava in un burattino di pezza invertebrato.
E se il presente lo infastidiva, il “futuro” non gli interessava affatto. Il futuro, per essere interessante, avrebbe richiesto una dose di immaginazione molto più alta e vigorosa di quella che da qualche anno a questa parte Josué era in grado di mobilitare. E con la sua immaginazione affievolita, col desiderio tiepido, soffriva il “futuro”, soffriva il sesso, soffriva il senso dell'umorismo e soffrivano anche le storie.
“Chi vive troppo finisce per seppellire i propri figli”, diceva mia nonna, forse per scaramanzia, augurandosi una morte che sapevamo bene in fondo non volesse. Finì per seppellire la propria figlia, mia madre, e visse ancora per un'altra decina di anni, prendendosi cura dei nipotini.
Faccio mio questo augurio? No, non mi sento pronto per morire. Fino alla senilità uno ha paura della morte, giustamente. Solo più tardi, anzianissimo, lo spirito si irrobustisce e la morte non spaventa più. E io certo non sono anzianissimo. Ho vissuto troppo ormai, forse, ma non così troppo. E poi questa cosa di “è triste sopravvivere a sé stesso” mi sembra una sciocchezza. Nessuno “sopravvive a sé stesso”. Se è vivo, è vivo. Ama ed è amato da qualcuno. Odia ed è detestato da qualcun altro.

E se non è lucido come prima, se ha perso la memoria, se non riconosce più nessuno, bé, ci sono i flussi e i riflussi. Tutto ciò che sale prima o poi precipita. Il vapore, i razzi, la memoria. Se troviamo così stimolante il bambino che impara, perché ci ripugna tanto il vecchio che disimpara? Non credete che svuotare il cervello finalmente da tutta quella zavorra accumulata può portare a una gioiosa sensazione di ampiezza, di spazi liberi dentro i quali spostarsi senza ingombri? Mentre tutti si occupano del cervello mezzo pieno, forse il maggior interessato, lo smemorato, se la spassa nel cervello mezzo vuoto.

La casetta sulla spiaggia di San Vincenzo era stata prenotata per una settimana tre mesi prima, ma all'ultimo momento Josué decise di non andarci. Aveva l'influenza e una volta che si ritrovava costretto a restare a letto preferiva farlo a casa sua piuttosto che in un luogo sconosciuto. Insistette però affinché il resto della famiglia non perdesse la prenotazione e godesse delle vacanze estive al mare, mentre lui si sarebbe goduto un'intera settimana di solitudine, di intimità con sé stesso. Ora poteva mettersi a giocare con le tre sorelle, una alla volta: la memoria, la curiosità, l’immaginazione che gli restava. Da molto Josué aspettava una giornata come quella per aprire lo scatolone con le vecchie foto, con i ricordi e gli scritti di altri tempi. Portò su dal garage tre scatole di cartone colorate, le mise sul tavolo da pranzo una accanto all'altra e aprì i loro coperchi fissati col nastro adesivo. Si sentiva in procinto di iniziare un viaggio nel tempo, era eccitato e un po' timoroso, a causa dei fantasmi delle emozioni che sapeva si sarebbero finalmente liberati nella stanza.
Guardò dentro la scatola delle foto. Immagini in seppia e in bianco e nero, qualcuna di quasi un secolo fa, suo nonno con i calzoncini corti e una camicia col collo da marinaio; doveva avere circa tredici anni allora. Lo zio Wilson, bello, fronte alta e baffetti neri. Era il 1916. Aveva diciannove anni quando partì da Cataguazes per avventurarsi nel baccano della capitale. Decise di fare come gli altri dandy che vedeva per le strade di Rio, i quali, senza pensarci su, salivano con un balzo felino sui tram in movimento. Ma lo zio Wilson scivolò sotto il tram e finì lì la sua corsa. Si concluse così la sua vita prima ancora di compiere vent'anni. Quello era un uomo che non avrebbe visto morire i propri figli. Poi Josué ritrovò una foto che sempre gli procurava una fitta di gioia acuta. Un'immagine di sua madre giovanissima, quattordici o quindici anni a mala pena, appoggiata allo stipite della porta della modesta casa di Barbacena, con un sorriso splendente che quasi lo accecava e lo costringeva a socchiudere un poco le palpebre. Feci i conti. Stava per finire la seconda guerra mondiale e si ballava il cha-cha-cha, il rock-and-roll era ancora in gestazione. Trovò una piccola foto un po'  sfuocata di lui da bambino, a cinque anni forse, vestito da cow-boy, fronte corrugata, sguardo minaccioso, più Lee Marvin che John Wayne. Puntava la pistola verso la camera, ossia verso di me, il signore canuto che l'osserva divertito dall'ancora lontanissimo Ventunesimo secolo. Non c'era più niente in quel signore che il cow-boy di Cataguazes avrebbe potuto trovare familiare, era più alieno del grande capo dei sioux. O magari avrebbe scorso qualcosa di conosciuto in quello sguardo, un velo di incertezza, un'arcana perplessità.
 
 Rimise la foto a posto, guardò le vecchie tessere di plastica, qualcuna brasiliana, altre già italiane, del cineclub, dell'Arci, della Standa, dello Western Union. Aprì una cartella, di plastica grigia indurita dal tempo, friabile, e trovò alcuni manoscritti, bozze di lettere poi ricopiate a mano in bella copia, cimeli di un tempo anteriore al computer. Lettere a due amici già morti, a una ex-fidanzata lasciata indietro dall'emigrazione, “Querida Norma”, a un'amante anche lei tagliata brutalmente fuori dalla sua vita quando decise di sorvolare l'Atlantico per l'ultima volta, “Querida Quitéria”. Su di lei trovò anche alcune righe scritte a un amico libraio di Juiz de Fora, in cui diceva che aveva avuto un grande amore, tanti anni prima, che una volta finito, abbandonato al suo destino, non aveva più celebrato in alcun modo e faceva il possibile per non rievocarlo mai, per cancellarlo dalla memoria, per esorcizzare la possibilità della saudade, ancora troppo dolente, scottante, per essere goduta. “Che io ti guardi, Quitéria, mentre svanisco”, pensò Josué, e sorrise.
In fondo alla cartella, sotto le lettere, trovò un testo che apparentemente era stato scritto su richiesta di un giornalista curioso di conoscere alcuni degli usi e costumi del Brasile, ma che in verità egli aveva scritto più per sé stesso, per chiarire un concetto sfuocato seppur familiare, per aiutare a capire le lettere, le fotografie, i ricordi rimossi e quelli sopravvissuti, per assecondare la difficile digestione del già vissuto da parte del pensiero, per calmare la nausea e la vertigine del “mal di tempo” che tanto assomiglia a un mal di mare:
 
 
SULLA SAUDADE
 
La parola saudade, che è diventata un po' il marchio d'identità del mondo lusofono, il sentimento prevalente e onnipresente in quelle vastissime lande, è oggi divenuta parente (o almeno ha una vecchia amicizia semantica) con i sostantivi saúde (salute) e saudação (saluto). Questa tristezza addolcita tutta nostra - desiderata, poiché dolce, ma non per questo meno triste - intrattiene senz'altro colloqui segreti con lo stato di salute fisica del saudoso. Già un grande poeta brasiliano, Vinícius de Moraes, si riferiva alla malattia impronunciabile e più temuta, il cancro – in Italia chiamato eufemisticamente “tumore” e tra i medici “neoplasia” (che vuol dire letteralmente “forma nova”; sarà mica un'avanguardia!?) - come “quella tristezza delle cellule”. Non era lontano dal dire “quella saudade delle cellule”, che non potendo retrocedere nel tempo migrano, s'innestano altrove e poi si moltiplicano disordinatamente.
Il programma di una radio popolare nella Cataguazes della mia gioventù si chiamava Saudade não tem idade! (la saudade non ha età). Permetteva ai giovani degli anni '70 di avere il magone e la pelle d'oca riascoltando le canzoni degli anni '60, come se fossero scomparse in tempi ormai lontani: Stand by meIl mondoA Whiter Shade of PaleSapore di saleSmoke gets in your eyesThe House of the Rising SunHey Jude e tutta la bossa-nova, con la già allora defunta spensieratezza del periodo Juscelino Kubitschek, gli anni d'oro del Brasile e i suoi barquinhos e beijinhos sem ter fim (barchette e bacini senza fine). E il grande successo di João Gilberto, appunto, Chega de saudade (Basta saudade!).
Sono lontanissimi ormai gli anni '60 e anche i '70, e da allora il passato è cresciuto come narrazione in un modo talmente smisurato che da racconto è divenuto romanzo ed è ormai una tetralogia. 
Uno guarda avanti e cosa vede? Poco tempo, una manciata di domeniche, giorni contati; ma non solo, giorni anche un po' bruttini, un po' grigiastri, dominati da personaggi insipidi e antipatici, dalla banalità urlata e da macerie mascherate da futuro. Uno guarda indietro invece e vede la Grande Storia e dentro la propria storia, oramai poco meno grande dell'altra. 
Saudação a questo oceano immenso, grandioso. 
Osservato dall'oblò della squallida scialuppa, quale invito ci fa? Di saltare dalla barca e tuffarci nella saudade delle sue acque. Se il passato è casa e patria - ci mormora la saudade all'orecchio - , se ci si sta così bene, perché ostinarsi ad abitare in un bizzarro albergo a ore, pieno di ospiti equivoci e poi così lontano da tutto?
 
Josué chiuse lo scatolone mentre quell'ultima frase risuonava come una campana a morto: “Così lontano da tutto”. “Infinitamente distante da me stesso”, pensò. Tutto ciò che era stato finora avrebbe potuto riassumersi in una foto ingiallita, sempre più sbiadita, fino a che ogni traccia di umanità non si fosse eclissata dai segni del tempo. Sapeva di non poter darsi al lusso della saudade quel pomeriggio, come si era augurato, o in fondo aveva temuto. Anche lui, come lo sfortunato zio Wilson, era scivolato sotto un tram, un gigantesco tram chiamato patria, le cui ruote d'acciaio l'avevano tagliato in due: una metà era rimasta lì per sempre, immobile tra i binari, in decomposizione, mentre l'altra era stata portata molto lontano, nella sponda meno gelida della vecchia Europa, dove rimaneva tuttora, evitando gli specchi per continuare a credersi un uomo intero. 
Rabbrividì. Poi, in preda a uno scatto istintivo, afferrò il cellulare sulla credenza e chiamò la moglie. Era in ansia, come se non avesse potuto farlo mai più, inghiottito dalle sabbie mobili di quel passato pericoloso. Il cellulare a cui si era aggrappato era la corda della sua salvezza. 
Lei rispose subito, sorpresa. Conoscendolo avrebbe potuto scommettere che non l'avrebbe chiamata così presto. La sorpresa più grande però fu quella di sentirlo dire che era guarito dal raffreddore e veniva a trovarli in pullman a San Vincenzo la mattina dopo, che l'avrebbe richiamata per comunicarle l'orario di arrivo. “Sei sicuro di voler venire, Josué?”. “Sì, certo. Ora sto benone. Domattina passo in libreria e prendo due o tre libri nuovi da leggere in spiaggia. Ascoltando Vivaldi starò da Dio”.
Dovrebbero inventare un modo per cremare anche i ricordi e spargere le loro ceneri al vento, pensò Josué, mentre si metteva le scarpe per uscire a fare una camminata e magari comprare uno zainetto e una valigia nuova.
 
 – Liane, posso farti una domanda? È vero o è stata una mia impressione che quel testo “Sulla saudade” è stato scritto molto prima del resto del racconto? Perché ha uno spirito, ma anche un linguaggio, molto diversi del resto.
– Sì, è vero. Sono contenta che tu l'abbia notato. Quella parte è stata scritta un paio di anni fa, e proprio come ha detto il personaggio di Josué, su richiesta di una rivista. Ma attenzione, volevo che lo stile fosse ben diverso dal resto, per sottolineare i cambiamenti avvenuti nel personaggio. E nel racconto è sottinteso che quel testo è antico, scritto magari dieci o vent'anni prima. Quindi il cambiamento dev'essere evidente, anche se in tutte e due le parti la malinconia è presente, perché è essenziale per il personaggio, gli appartiene. Ma nel primo testo la malinconia è più... energetica, più attiva e più spericolata.
– La mia impressione invece è che i sentimenti evidenziati nei due testi siano proprio contraddittori. Il vecchio articolo dice che è possibile e forse desiderabile sentire la saudade, che è una cosa positiva, piacevole, mentre nel racconto delle vacanze solitarie e frustrate di Josué sembra quasi che lui soffra a causa di tutti quei ricordi. Che soffra e basta. Li vuole addirittura cremare.
– L'hai sentito così? Bé, forse hai ragione. Il rapporto col proprio passato è sempre ambiguo. Io stessa l'ho sempre vissuto così. La saudade è dolce-amara, anche quando è voluta, cercata, e quando il piacere della rievocazione prevale sui rimpianti e sui dolori.
– Il racconto l'hai scritto in terza persona, con il narratore onnisciente, anche se la narrazione è inframezzata da pensieri e da brevi monologhi interiori, ai quali si aggiunge pure il dialogo conclusivo. Pensavo se, dato che l'argomento è tutto interiore e il racconto descrive le sfumature di un sentimento, non sarebbe stato meglio scriverlo in prima persona, come un lungo monologo interiore.
 – Ma, vedi, qui si tratta di una falsa terza persona. Le descrizioni ambientali esterne, le azioni fisiche compiute dal personaggio, servono soltanto per introdurre quei sentimenti, quelle sensazioni diffuse, cangianti, e certi suoi ragionamenti. Diciamo che il racconto è un monologo interiore che ha bisogno di una cornice fattuale, di uno scenario, che faccia scaturire il flusso delle emozioni. Il monologo interiore spesso si giustifica e si rinforza quando presentato a partire da una situazione reale, visiva. Questa falsa terza persona è uno dei miei punti di vista favoriti, spesso mi ci trovo bene. Ma, attenzione, non è facile fare i passaggi dalle descrizioni dello scenario al flusso di coscienza dei personaggi senza che sembri una forzatura, un salto artificioso. Il segreto forse è coinvolgere il lettore tramite la descrizione delle emozioni, in modo tale che si identifichi psicologicamente col personaggio. Così quando si passa dall'esterno all'interno il lettore ha quasi l'impressione che quelle emozioni siano sue. E siccome noi stessi, nella realtà, a partire dall'osservazione diamo inizio senza accorgercene ai nostri soliloqui, questa strategia narrativa sembrerà naturale dentro la narrazione.
– Infatti, nel racconto non ho nemmeno avvertito questi passaggi…
– Facciamo così. Mancano solo due incontri al termine del corso, ma io vorrei ancora approfondire l'uso di questa tecnica. Per il prossimo incontro potreste fare anche uno o più monologhi interiori usando questo falso narratore assente, oltre all'esercizio che vi ho già assegnato. Poi, domenica prossima, li leggiamo tutti insieme, va bene? Sono già le sette e un quarto. Chiudiamo qui per oggi. Buona settimana e, mi raccomando, scrivete, ok? Sul serio, eh, ragazzi.
 
L'estate era alle porte, però. E Liane, che degli inviti del sole se ne intendeva, sapeva benissimo che in pochi avrebbero portato gli esercizi fatti. Le mattine luminose, i pomeriggi rossi, stordiscono dolcemente le meningi, il cervello gira a vuoto, sensuale.
Ma dai, avrebbero fatto bene a non scrivere più niente fino all'autunno. Sapeva che vivere è essenziale mentre scrivere è accessorio, e a volte anche bizzarro, e che solo il mito dello “scrivere”, con tutto ciò che rappresenta di ridicolo e di consolatorio, può farlo sembrare una priorità.
Si affacciò al terrazzino e vide giù il gruppetto che camminava verso il cancello mentre chiacchierava vivacemente. Si erano fermati per qualche secondo, forse per fissare un appuntamento tra di loro, e poi erano spariti dietro la siepe di camelie.
Liane sapeva che si sarebbe ricordata molte volte di quei suoi allievi-amici quando sarebbe finito il corso. Di loro e delle loro storie. E allora si chiese se anche loro avrebbero potuto concedersi quel lusso dell'anima, quella nostalgia saporita che da sempre conosceva con il nome di saudade.



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TEXTO EM PORTUGĂ›ES   (Testo in italiano)


JULIO MONTEIRO MARTINS: Homenagem
por
Antonella Rita Roscilli


                                                                         

"A narrativa é a força benevolente que jà a partir de alguma geração bloqueia a expansão do mal, freia os pesadelos coletivos, e ao mesmo tempo modela uma nova humanidade." (Julio Monteiro Martins)
 

 
Julio Monteiro Martins: escritor, professor, poeta, roteirista. Um grande homem, amigo, mestre corajoso, coerente, fortemente dedicado à vida civil e política. Criador e divulgador de vida cultural no Brasil e na Itália. Faleceu em 24 de dezembro de 2014. No Brasil foi um dos fundadores do Partido Verde. Idealizou e fundou na década de 80 a editora "Anima" e participou do grupo de organização de atividades paralelas da Conferência Mundial das Nações Unidas sobre "desenvolvimento e meio ambiente".

No Rio de Janeiro era um advogado de direitos humanos. Fez parte do Centro Brasileiro de Defesa da Criança e do Adolescente, tornando-se o advogado responsável pela segurança dos "Meninos de Rua" sobreviventes e, portanto, testemunhas no tribunal, do massacre da Candelária. Chegou na Itália em 1995. Dizia que tinha jà enxergado o fato que o fim da ditadura no Brasil não estava provocando uma renovação concreta do Pais. Muito pelo contrario tinha provocado o fim daqueles ideais que tinham animado as criticas e a dissidência. 

Nós nos conhecemos muitos anos atrás, na Itália, na cidade de Ferrara, durante a primeira Conferência sobre a "Literatura da Migração", da qual é um importantíssimo expoente. Na realidade Julio é um grande escritor, do mundo, do Brasil, da Itália. Desde então, sempre mantivemos uma troca epistolar, conselhos, diálogos. Me lembro quando me contava do seu país que, infelizmente, teve que deixar por causa de seus ideais, contra uma ditadura surda e cruel. O Brasil era a terra da sua infância, da sua juventude política e cultural, mas escolheu a Itália e a amava muito. Me lembro quando me contou sobre um fato que viveu no Rio de Janeiro durante os anos '70, com alguns amigos, e aprendi com surpresa que tratava-se do poeta brasileiro IldásioTavares e de sua irmã.

Me lembro bem quando convidei Julio para fazer parte, juntamente com o deputado italiano Fabio Porta, da mesa da conferência "Os mundos de Jorge Amado", na Conferência Nacional sobre o Centenário do Nascimento de Jorge Amado, 19 de abril de 2012, na Biblioteca Central Roma Nacional. Ele concordou, apesar de ser de graça. Ficou muito feliz, e lembro da fala brilhante e inovadora dele. Simples, clara e profunda. Julio ia direto ao coração e à mente, estimulando a discussão, a crítica, o raciocínio, nunca superficial.

E assim que eu quero me lembrar dele, como um intelectual, exemplo de homem ocupado com a Palavra e Ação, Ação corajosa, consistente e inovadora. Sempre. Julio nasceu no Brasil, em Niterói, em 1955. Foi professor de escrita criativa na Goddard College (Vermont) 1979-1980, na Oficina Literária Afrânio Coutinho (Rio de Janeiro) 1982-1989, no Instituto Camões em Lisboa em 1994 e na Pontifícia Universidade Católica do Rio de Janeiro em 1995. Recebeu o título de " di "Honorary Fellow in Writing" pela Universidade de Iowa (International Writing Program) em 1979.

Uma das suas primeiras obras foi "Torpalium" (1977), mistura das duas palavras "torpe" e "Valium", que expressava, ele dizia, o estado de anestesia geral no Brasil durante a ditadura, e da farsa do milagre econômico. Apesar de amá-lo muito, deixou o Brasil, em um exílio voluntário e decidiu que sua vida seria em outro lugar. Depois de Portugal, em 1995, "desembarcou" na Toscana. Instalou-se na cidade de Lucca, "uma placenta de tijolos vermelhos, que nutre, aquece, protege e prepara o nascimento definitivo" (suas palavras em "Il percorso dell'idea").

"Scrivere oltre le mura", "Portofranco", dedicado à escrita migrante e a belissima revista "Sagarana" são algumas das iniciativas que levam seu nome. Professor de "Idioma Português e Tradução Literária" na Università degli Studi di Pisa, dirigia o Laboratorio di Narrativa, que faz parte do Master della "Scuola Sagarana" de Pistoia. Em Lucca participava dos eventos culturais e políticos da cidade e da Itália toda. De forma corajosa denunciou, no auge politico de Berlusconi, a decadência das habilidades críticas do escritor: "Não há nada mais patético do que um escritor de esquerda tentado pelos privilégios e valores da direita, tentando apreciá-los sem perder o respeito de seus leitores" (Editorial, em "Sagarana" n 39).

Julio Monteiro Martins era um homem generoso, orgulhoso, conhecedor e amante da vida. Ensinou a construir pontes entre culturas, pontes entre realidade e criatividade, política e valores. Educou e ensinou a escrever a várias gerações estimulando-as a seguir sempre o sentido mais verdadeiro, procedendo direto ao coração da história. Muitos estudantes manterão pela vida o tesouro das suas valiosas aulas. Uma vez o convidei para escrever na revista Sarapegbe e enviou o conto "Saudade", inédito conto, escrito propositalmente para a revista.

Uma honra. Ele mesmo o definiu um “conto metaliterário” e escreveu direto em italiano. Quando lhe pedi a versão em português, respondeu que, misteriosamente, ele não conseguia traduzir em português o que escrevia direto em italiano. Foi publicado na edição n. 4 de 2012 e desta forma vamos publicá-lo de novo nesta edição, logo depos da bibliografia das suas obras literárias. Tchau Julio.

Bibliografia das obras de Julio Monteiro Martins
Em portugûes
Torpalium (racconti, 1977, Ática)
Sabe Quem Dançou ? (racconti, 1978, Codecri)
Artérias e Becos (romanzo, 1978, Summus)
Bárbara (romanzo, 1979, Codecri)
A Oeste De Nada (racconti, 1981, Civilização Brasileira)
As Forças Desarmadas (racconti, 1983, Anima)
O Livro Das Diretas (saggio, 1984, Anima)
Muamba (racconti, 1985, Anima)
O Espaço Imaginário (romanzo, 1987, Anima)
 
Em italiano
Il percorso dell’idea (Bandecchi e Vivaldi, Pontedera, 1998)
Racconti italiani (racconti, Besa Editrice, Lecce, 2000)
L'irruzione (racconto incluso nell'antologia Non siamo in vendita - Voci contro il regime, Arcana Libri / L'Unità, a cura di Stefania Scateni e Beppe Sebaste, prefazione di Furio Colombo, 2002)
La passione del vuoto (racconti, Besa Editrice, 2003)
Madrelingua (romanzo, Besa Editrice, 2005)
L’amore scritto (racconti, Besa Editrice, 2007). 
È stato anche autore di opere teatrali ("L’isteria del marmo" (opera teatrale)
Per motivi di forza maggiore (opera teatrale)
Aula magna (opera teatrale)
Hitler e Chaplin (opera teatrale)
I suoi scritti hanno ispirato opere cinematografiche, come "Garganta" (Gola) del regista Dodô Brandão e "Referência" (Referenza), del regista Ricardo Bravo.                                                                                                                                                                                
"Saudade": racconto metaletterario di Julio Monteiro Martins (da "Sarapegbe", A. 1. n. 4 ,ott-dic.2012)
Il laboratorio di narrativa si avvicinava al termine. Era quasi la fine di maggio, ormai. Il sole potente fuori dalla finestra avvisava che non era più il caso di rimanere chiusi tra le solite quattro mura. Liane, scrittrice e migrante di origine brasiliana da molti anni in Italia, stava presentando ai suoi allievi gli ultimi punti del programma, le alternative non convenzionali alla tecniche narrative tradizionali, forse la parte del corso che più le piaceva, con le sue sfide, le sue insidie estetiche, i suoi risultati sempre spiazzanti: – Narrativa in araldica o narrativa in abisso, così sono chiamate quelle storie che contengono altre storie e che a loro volta ne contengono altre ancora, un po' come le matrioske. È una strategia narrativa utilizzata in passato soprattutto da scrittori sudamericani sofisticati come Borges, Guimarães Rosa, Machado de Assis o Julio Cortázar, che finì per influenzare autori italiani come Calvino, il quale in seguito ne fece uso con una certa frequenza. E qui bisogna aggiungere che è vero anche il contrario, che scrittori sudamericani sono stati influenzati dalla letteratura italiana del periodo come, per esempio, Márquez, il cui “realismo fantastico” è stato molto forgiato da Zavattini durante il suo lungo soggiorno a Roma. Era un periodo, quello degli anni Cinquanta del Novecento, di intensi scambi culturali. Márquez collaborava anche con Fellini e con De Sica, sembra che sia stato uno degli sceneggiatori di “Miracolo a Milano”. Antonioni ha girato “Blow Up”, che è un racconto di Cortázar, presente all'interno della raccolta “Le bave del diavolo”. Pensiamo a un film italiano come “Cronaca di una morte annunciata”, di Francesco Rosi, tratto dalla novella di Márquez, o “Il postino di Neruda”, tratto dal romanzo del cileno Skármeta. I casi sono tantissimi. Borges diceva che il modello delle storie in abisso l'aveva appreso dal “Mille e una notte”. Ma sappiamo che Borges scriveva pezzi di finzione borgeana anche quando rispondeva alle domande dei suoi intervistatori, quindi queste sue affermazioni vanno prese con le pinze.

– So che addirittura inventava delle note bibliografiche citando libri mai esistiti, e le metteva in fondo alle pagine dei suoi racconti.
– Eh sì. Borges a volte sembra un illusionista, che gira e rigira la narrativa come vuole, confonde il lettore con i suoi giochi di specchi, i suoi labirinti, le sue tigri, le sue farfalle. Ma è sempre un autore molto filosofico e raffinato. Ogni suo racconto è una lunga metafora sull'azione del caso, sul tempo o sulla fatalità, una breve lezione di filosofia raccontata attraverso le immagini. Mi piace molto. Per questo volevo chiedervi di esercitarvi per l'incontro della prossima settimana scrivendo un testo in cui il personaggio si ritrova ad affrontare una precisa situazione che fa scaturire in lui un'onda di nostalgia, di rimpianto del passato, e che poi leggeremo insieme. Ho voluto io stessa scrivere qualcosa sull'argomento, come spunto per voi, una storia che gira intorno alla saudade del protagonista Josué, un signore settantenne, brasiliano come me. Ve lo leggo.
 
Josué Mattos era febbricitante quella mattina. Finalmente avrebbe avuto inizio la sua agognata vacanza dal genere umano. Senza i familiari attorno, senza vicini, colleghi di lavoro, amici o conoscenti, che avrebbero trovato il suo cellulare non raggiungibile e la posta elettronica sempre ancora non visionata. Si sentiva come un San Girolamo nel deserto, che scrive in fondo a una grotta, con un leone silenzioso e vigile accucciato al suo fianco. Si rifiutò addirittura di guardare fuori dalla finestra per controllare se fosse bel tempo o se in cielo si vedessero nuvole scure. Un volontario atto di disprezzo, di vendetta, si può dire, contro il mondo esterno, contro il tempo presente, contro gli impegni e le tentazioni, contro tutto quello che ogni giorno lo strappava furiosamente da sé stesso e lo trasformava in un burattino di pezza invertebrato.
E se il presente lo infastidiva, il “futuro” non gli interessava affatto. Il futuro, per essere interessante, avrebbe richiesto una dose di immaginazione molto più alta e vigorosa di quella che da qualche anno a questa parte Josué era in grado di mobilitare. E con la sua immaginazione affievolita, col desiderio tiepido, soffriva il “futuro”, soffriva il sesso, soffriva il senso dell'umorismo e soffrivano anche le storie.
“Chi vive troppo finisce per seppellire i propri figli”, diceva mia nonna, forse per scaramanzia, augurandosi una morte che sapevamo bene in fondo non volesse. Finì per seppellire la propria figlia, mia madre, e visse ancora per un'altra decina di anni, prendendosi cura dei nipotini.
Faccio mio questo augurio? No, non mi sento pronto per morire. Fino alla senilità uno ha paura della morte, giustamente. Solo più tardi, anzianissimo, lo spirito si irrobustisce e la morte non spaventa più. E io certo non sono anzianissimo. Ho vissuto troppo ormai, forse, ma non così troppo. E poi questa cosa di “è triste sopravvivere a sé stesso” mi sembra una sciocchezza. Nessuno “sopravvive a sé stesso”. Se è vivo, è vivo. Ama ed è amato da qualcuno. Odia ed è detestato da qualcun altro.

E se non è lucido come prima, se ha perso la memoria, se non riconosce più nessuno, bé, ci sono i flussi e i riflussi. Tutto ciò che sale prima o poi precipita. Il vapore, i razzi, la memoria. Se troviamo così stimolante il bambino che impara, perché ci ripugna tanto il vecchio che disimpara? Non credete che svuotare il cervello finalmente da tutta quella zavorra accumulata può portare a una gioiosa sensazione di ampiezza, di spazi liberi dentro i quali spostarsi senza ingombri? Mentre tutti si occupano del cervello mezzo pieno, forse il maggior interessato, lo smemorato, se la spassa nel cervello mezzo vuoto.

La casetta sulla spiaggia di San Vincenzo era stata prenotata per una settimana tre mesi prima, ma all'ultimo momento Josué decise di non andarci. Aveva l'influenza e una volta che si ritrovava costretto a restare a letto preferiva farlo a casa sua piuttosto che in un luogo sconosciuto. Insistette però affinché il resto della famiglia non perdesse la prenotazione e godesse delle vacanze estive al mare, mentre lui si sarebbe goduto un'intera settimana di solitudine, di intimità con sé stesso. Ora poteva mettersi a giocare con le tre sorelle, una alla volta: la memoria, la curiosità, l’immaginazione che gli restava. Da molto Josué aspettava una giornata come quella per aprire lo scatolone con le vecchie foto, con i ricordi e gli scritti di altri tempi. Portò su dal garage tre scatole di cartone colorate, le mise sul tavolo da pranzo una accanto all'altra e aprì i loro coperchi fissati col nastro adesivo. Si sentiva in procinto di iniziare un viaggio nel tempo, era eccitato e un po' timoroso, a causa dei fantasmi delle emozioni che sapeva si sarebbero finalmente liberati nella stanza.
Guardò dentro la scatola delle foto. Immagini in seppia e in bianco e nero, qualcuna di quasi un secolo fa, suo nonno con i calzoncini corti e una camicia col collo da marinaio; doveva avere circa tredici anni allora. Lo zio Wilson, bello, fronte alta e baffetti neri. Era il 1916. Aveva diciannove anni quando partì da Cataguazes per avventurarsi nel baccano della capitale. Decise di fare come gli altri dandy che vedeva per le strade di Rio, i quali, senza pensarci su, salivano con un balzo felino sui tram in movimento. Ma lo zio Wilson scivolò sotto il tram e finì lì la sua corsa. Si concluse così la sua vita prima ancora di compiere vent'anni. Quello era un uomo che non avrebbe visto morire i propri figli. Poi Josué ritrovò una foto che sempre gli procurava una fitta di gioia acuta. Un'immagine di sua madre giovanissima, quattordici o quindici anni a mala pena, appoggiata allo stipite della porta della modesta casa di Barbacena, con un sorriso splendente che quasi lo accecava e lo costringeva a socchiudere un poco le palpebre. Feci i conti. Stava per finire la seconda guerra mondiale e si ballava il cha-cha-cha, il rock-and-roll era ancora in gestazione. Trovò una piccola foto un po'  sfuocata di lui da bambino, a cinque anni forse, vestito da cow-boy, fronte corrugata, sguardo minaccioso, più Lee Marvin che John Wayne. Puntava la pistola verso la camera, ossia verso di me, il signore canuto che l'osserva divertito dall'ancora lontanissimo Ventunesimo secolo. Non c'era più niente in quel signore che il cow-boy di Cataguazes avrebbe potuto trovare familiare, era più alieno del grande capo dei sioux. O magari avrebbe scorso qualcosa di conosciuto in quello sguardo, un velo di incertezza, un'arcana perplessità.
 
 Rimise la foto a posto, guardò le vecchie tessere di plastica, qualcuna brasiliana, altre già italiane, del cineclub, dell'Arci, della Standa, dello Western Union. Aprì una cartella, di plastica grigia indurita dal tempo, friabile, e trovò alcuni manoscritti, bozze di lettere poi ricopiate a mano in bella copia, cimeli di un tempo anteriore al computer. Lettere a due amici già morti, a una ex-fidanzata lasciata indietro dall'emigrazione, “Querida Norma”, a un'amante anche lei tagliata brutalmente fuori dalla sua vita quando decise di sorvolare l'Atlantico per l'ultima volta, “Querida Quitéria”. Su di lei trovò anche alcune righe scritte a un amico libraio di Juiz de Fora, in cui diceva che aveva avuto un grande amore, tanti anni prima, che una volta finito, abbandonato al suo destino, non aveva più celebrato in alcun modo e faceva il possibile per non rievocarlo mai, per cancellarlo dalla memoria, per esorcizzare la possibilità della saudade, ancora troppo dolente, scottante, per essere goduta. “Che io ti guardi, Quitéria, mentre svanisco”, pensò Josué, e sorrise.
In fondo alla cartella, sotto le lettere, trovò un testo che apparentemente era stato scritto su richiesta di un giornalista curioso di conoscere alcuni degli usi e costumi del Brasile, ma che in verità egli aveva scritto più per sé stesso, per chiarire un concetto sfuocato seppur familiare, per aiutare a capire le lettere, le fotografie, i ricordi rimossi e quelli sopravvissuti, per assecondare la difficile digestione del già vissuto da parte del pensiero, per calmare la nausea e la vertigine del “mal di tempo” che tanto assomiglia a un mal di mare:
 
 
SULLA SAUDADE
 
La parola saudade, che è diventata un po' il marchio d'identità del mondo lusofono, il sentimento prevalente e onnipresente in quelle vastissime lande, è oggi divenuta parente (o almeno ha una vecchia amicizia semantica) con i sostantivi saúde (salute) e saudação (saluto). Questa tristezza addolcita tutta nostra - desiderata, poiché dolce, ma non per questo meno triste - intrattiene senz'altro colloqui segreti con lo stato di salute fisica del saudoso. Già un grande poeta brasiliano, Vinícius de Moraes, si riferiva alla malattia impronunciabile e più temuta, il cancro – in Italia chiamato eufemisticamente “tumore” e tra i medici “neoplasia” (che vuol dire letteralmente “forma nova”; sarà mica un'avanguardia!?) - come “quella tristezza delle cellule”. Non era lontano dal dire “quella saudade delle cellule”, che non potendo retrocedere nel tempo migrano, s'innestano altrove e poi si moltiplicano disordinatamente.
Il programma di una radio popolare nella Cataguazes della mia gioventù si chiamava Saudade não tem idade! (la saudade non ha età). Permetteva ai giovani degli anni '70 di avere il magone e la pelle d'oca riascoltando le canzoni degli anni '60, come se fossero scomparse in tempi ormai lontani: Stand by meIl mondoA Whiter Shade of PaleSapore di saleSmoke gets in your eyesThe House of the Rising SunHey Jude e tutta la bossa-nova, con la già allora defunta spensieratezza del periodo Juscelino Kubitschek, gli anni d'oro del Brasile e i suoi barquinhos e beijinhos sem ter fim (barchette e bacini senza fine). E il grande successo di João Gilberto, appunto, Chega de saudade (Basta saudade!).
Sono lontanissimi ormai gli anni '60 e anche i '70, e da allora il passato è cresciuto come narrazione in un modo talmente smisurato che da racconto è divenuto romanzo ed è ormai una tetralogia. 
Uno guarda avanti e cosa vede? Poco tempo, una manciata di domeniche, giorni contati; ma non solo, giorni anche un po' bruttini, un po' grigiastri, dominati da personaggi insipidi e antipatici, dalla banalità urlata e da macerie mascherate da futuro. Uno guarda indietro invece e vede la Grande Storia e dentro la propria storia, oramai poco meno grande dell'altra. 
Saudação a questo oceano immenso, grandioso. 
Osservato dall'oblò della squallida scialuppa, quale invito ci fa? Di saltare dalla barca e tuffarci nella saudade delle sue acque. Se il passato è casa e patria - ci mormora la saudade all'orecchio - , se ci si sta così bene, perché ostinarsi ad abitare in un bizzarro albergo a ore, pieno di ospiti equivoci e poi così lontano da tutto?
 
Josué chiuse lo scatolone mentre quell'ultima frase risuonava come una campana a morto: “Così lontano da tutto”. “Infinitamente distante da me stesso”, pensò. Tutto ciò che era stato finora avrebbe potuto riassumersi in una foto ingiallita, sempre più sbiadita, fino a che ogni traccia di umanità non si fosse eclissata dai segni del tempo. Sapeva di non poter darsi al lusso della saudade quel pomeriggio, come si era augurato, o in fondo aveva temuto. Anche lui, come lo sfortunato zio Wilson, era scivolato sotto un tram, un gigantesco tram chiamato patria, le cui ruote d'acciaio l'avevano tagliato in due: una metà era rimasta lì per sempre, immobile tra i binari, in decomposizione, mentre l'altra era stata portata molto lontano, nella sponda meno gelida della vecchia Europa, dove rimaneva tuttora, evitando gli specchi per continuare a credersi un uomo intero. 
Rabbrividì. Poi, in preda a uno scatto istintivo, afferrò il cellulare sulla credenza e chiamò la moglie. Era in ansia, come se non avesse potuto farlo mai più, inghiottito dalle sabbie mobili di quel passato pericoloso. Il cellulare a cui si era aggrappato era la corda della sua salvezza. 
Lei rispose subito, sorpresa. Conoscendolo avrebbe potuto scommettere che non l'avrebbe chiamata così presto. La sorpresa più grande però fu quella di sentirlo dire che era guarito dal raffreddore e veniva a trovarli in pullman a San Vincenzo la mattina dopo, che l'avrebbe richiamata per comunicarle l'orario di arrivo. “Sei sicuro di voler venire, Josué?”. “Sì, certo. Ora sto benone. Domattina passo in libreria e prendo due o tre libri nuovi da leggere in spiaggia. Ascoltando Vivaldi starò da Dio”.
Dovrebbero inventare un modo per cremare anche i ricordi e spargere le loro ceneri al vento, pensò Josué, mentre si metteva le scarpe per uscire a fare una camminata e magari comprare uno zainetto e una valigia nuova.
 
 – Liane, posso farti una domanda? È vero o è stata una mia impressione che quel testo “Sulla saudade” è stato scritto molto prima del resto del racconto? Perché ha uno spirito, ma anche un linguaggio, molto diversi del resto.
– Sì, è vero. Sono contenta che tu l'abbia notato. Quella parte è stata scritta un paio di anni fa, e proprio come ha detto il personaggio di Josué, su richiesta di una rivista. Ma attenzione, volevo che lo stile fosse ben diverso dal resto, per sottolineare i cambiamenti avvenuti nel personaggio. E nel racconto è sottinteso che quel testo è antico, scritto magari dieci o vent'anni prima. Quindi il cambiamento dev'essere evidente, anche se in tutte e due le parti la malinconia è presente, perché è essenziale per il personaggio, gli appartiene. Ma nel primo testo la malinconia è più... energetica, più attiva e più spericolata.
– La mia impressione invece è che i sentimenti evidenziati nei due testi siano proprio contraddittori. Il vecchio articolo dice che è possibile e forse desiderabile sentire la saudade, che è una cosa positiva, piacevole, mentre nel racconto delle vacanze solitarie e frustrate di Josué sembra quasi che lui soffra a causa di tutti quei ricordi. Che soffra e basta. Li vuole addirittura cremare.
– L'hai sentito così? Bé, forse hai ragione. Il rapporto col proprio passato è sempre ambiguo. Io stessa l'ho sempre vissuto così. La saudade è dolce-amara, anche quando è voluta, cercata, e quando il piacere della rievocazione prevale sui rimpianti e sui dolori.
– Il racconto l'hai scritto in terza persona, con il narratore onnisciente, anche se la narrazione è inframezzata da pensieri e da brevi monologhi interiori, ai quali si aggiunge pure il dialogo conclusivo. Pensavo se, dato che l'argomento è tutto interiore e il racconto descrive le sfumature di un sentimento, non sarebbe stato meglio scriverlo in prima persona, come un lungo monologo interiore.
 – Ma, vedi, qui si tratta di una falsa terza persona. Le descrizioni ambientali esterne, le azioni fisiche compiute dal personaggio, servono soltanto per introdurre quei sentimenti, quelle sensazioni diffuse, cangianti, e certi suoi ragionamenti. Diciamo che il racconto è un monologo interiore che ha bisogno di una cornice fattuale, di uno scenario, che faccia scaturire il flusso delle emozioni. Il monologo interiore spesso si giustifica e si rinforza quando presentato a partire da una situazione reale, visiva. Questa falsa terza persona è uno dei miei punti di vista favoriti, spesso mi ci trovo bene. Ma, attenzione, non è facile fare i passaggi dalle descrizioni dello scenario al flusso di coscienza dei personaggi senza che sembri una forzatura, un salto artificioso. Il segreto forse è coinvolgere il lettore tramite la descrizione delle emozioni, in modo tale che si identifichi psicologicamente col personaggio. Così quando si passa dall'esterno all'interno il lettore ha quasi l'impressione che quelle emozioni siano sue. E siccome noi stessi, nella realtà, a partire dall'osservazione diamo inizio senza accorgercene ai nostri soliloqui, questa strategia narrativa sembrerà naturale dentro la narrazione.
– Infatti, nel racconto non ho nemmeno avvertito questi passaggi…
– Facciamo così. Mancano solo due incontri al termine del corso, ma io vorrei ancora approfondire l'uso di questa tecnica. Per il prossimo incontro potreste fare anche uno o più monologhi interiori usando questo falso narratore assente, oltre all'esercizio che vi ho già assegnato. Poi, domenica prossima, li leggiamo tutti insieme, va bene? Sono già le sette e un quarto. Chiudiamo qui per oggi. Buona settimana e, mi raccomando, scrivete, ok? Sul serio, eh, ragazzi.
 
L'estate era alle porte, però. E Liane, che degli inviti del sole se ne intendeva, sapeva benissimo che in pochi avrebbero portato gli esercizi fatti. Le mattine luminose, i pomeriggi rossi, stordiscono dolcemente le meningi, il cervello gira a vuoto, sensuale.
Ma dai, avrebbero fatto bene a non scrivere più niente fino all'autunno. Sapeva che vivere è essenziale mentre scrivere è accessorio, e a volte anche bizzarro, e che solo il mito dello “scrivere”, con tutto ciò che rappresenta di ridicolo e di consolatorio, può farlo sembrare una priorità.
Si affacciò al terrazzino e vide giù il gruppetto che camminava verso il cancello mentre chiacchierava vivacemente. Si erano fermati per qualche secondo, forse per fissare un appuntamento tra di loro, e poi erano spariti dietro la siepe di camelie.
Liane sapeva che si sarebbe ricordata molte volte di quei suoi allievi-amici quando sarebbe finito il corso. Di loro e delle loro storie. E allora si chiese se anche loro avrebbero potuto concedersi quel lusso dell'anima, quella nostalgia saporita che da sempre conosceva con il nome di saudade.



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Antonella Rita Roscilli, brasilianista, giornalista, scrittrice e traduttrice. Da oltre venti anni si dedica in Europa alla divulgazione dell'America Latina, e in particolare, alla cultura e attualità del Brasile e Paesi dell’Africa di lingua portoghese, con programmi radiofonici, interventi in convegni, pubblicazioni in quotidiani, riviste e nel'area accademica. Ideatrice nell'area documentaristica. Laureata in Italia in Lingua e Letteratura Brasiliana con una tesi sulla memorialista Zélia Gattai, è Mestra em Cultura e Sociedade. E' stata eletta membro corrispondente alla Academia de Letras da Bahia e all'IGHB. E' biografa di Zélia Gattai Amado. Tra le sue pubblicazioni, le opere Zélia de Euá Rodeada de Estrelas (ed. Casa de Palavras, 2006), Da palavra à imagem em “Anarquistas, graças a Deus” (ed. Edufba/Fapesb, 2011). Ha curato in Italia la post-fazione dell’edizione di Un cappello di viaggio (ed. Sperling &Kupfer).