Amado Jorge
Antônio Torres
Jorge Amado
TESTO IN ITALIANO   (Texto em portugûes)

 
Voglio ricordare qui il maestro nell'arte di fare amici, di saper presentare le persone tra loro, per riceverle nella sua bella casa in via Alagoinhas, 33, nel quartiere di Rio Vermelho a Salvador, Bahia, o all'indirizzo di Rio de Janeiro e Parigi. Instancabile corrispondente, riusciva sempre a trovare il tempo per leggere e rispondere alle lettere che riceveva da tutto il mondo. Una disponibilità impressionante dal momento che si trattava di uno scrittore con una dedizione completa al suo mestiere, mentre, come figura pubblica, gli giungevano sempre molteplici richieste. Le oltre centomila pagine di un volume conservato nella Fondazione che porta il suo nome, nella capitale del suo stato natale, dimostrano quanto egli abbia parlato intensamente per posta. Furono molti gli sconosciuti che, all'inizio della loro carriera letteraria, ricevettero da lui gentili parole di incoraggiamento,  che i destinatari più discreti conservano come trofei e i più audaci diffondono trionfalmente.  

L'autore di queste righe era uno di quei fortunati. Per un vorace lettore dei suoi libri, fin daí tempi dell'adolescenza, è sorprendente e indimenticabile il momento in cui uno di essi cadde fra le sue mani. Lo considerava una figura irraggiungibile, dato che era il romanziere brasiliano più letto, più tradotto, più corteggiato, più popolare. La sua popolarità non era mai stata raggiunta da nessun altro scrittore brasiliano del suo tempo, o a lui antecedente, anche se la critica, sopratutto quella accademica, storceva il naso. Perciò, colui che vi sta scrivendo, non contava su quel gesto, imprevedibile, disinteressato, attento, o per meglio dire, di una generosità inimmaginabile.

Ecco la storia:
 
Rio de Janeiro, 12 dicembre 1972
Stavo già preparando la valigia per um breve viaggio a São Paulo. Motivo: l'uscita del mio primo libro, in programma in occasione dell' apertura di una libreria nel largo do Arouche, nel centro della città.
Il telefono squillò. Quando risposi riconobbi la voce di un amico paulista che mi voleva dare due notizie, una buona e l'altra cattiva.  

Gli chiesi di iniziare con la cattiva.
E lui:
- Per tua sfortuna, Jorge Amado stasera presenta e autografa il suo libro "Tereza Batista stanca di guerra" qui a Sao Paolo,  nello stesso orario della presentazione del tuo livro. Come accade per ogni sua presentazione, ci sarà il pienone, e la tua potrebbe rimanere senza pubblico.  

                                                                 

Questa non me l'aspettavo. La coincidenza delle due presentazioni dei libri, nello stesso orario: ero proprio preoccupato. Ma che fare, se tutto era già stato organizzato e ora, non si poteva più proporre un'altra data? 
- Adesso raccontami la buona ...
- Leggi "O Estado de São Paulo" di oggi.
     
Naturalmente, giunto all'aeroporto Santos Dumont, nel centro di Rio, mi precipitai dal giornalaio per comprare l' "Estadão". Ed eccolo lì, a pagina 10 del primo inserto cultura, un corposo articolo sulla presentazione dei libri e in primo piano le rispettive copertine: quella del baiano, consacrato universalmente, e quella del debuttante, già avvisato perchè si preparasse ad essere travolto dal peso del nome del suo illustre conterraneo. Ma intanto, mentre si incamminava verso l'aereo, il tal debuttante già si sentiva più ottimista, pensando che, in ogni caso, non sarebbe stato un viaggio perso. A giudicare dallo spazio che gli era stato riservato nel potente "Estadão", e vicino a chi poi, in realtà, lui già aveva vinto quel viaggio in anticipo. Solo pensando a questo lui già se sentiva vincitore.
                                                                    
                                                                       

São Paulo, 12 dicembre 1972.
Tardo pomeriggio.
Arrivo alla libreria alcuni minuti prima dell'appuntamento e mi dirigo al bancone per presentarmi. Un ragazzo mi saluta e mi fa i complimenti. Subito rivela la ragione del suo entusiasmo: Jorge Amado era appena uscito dalla libreria.

E qui giunse la sorpresa. Prima di recarsi nella libreria dove, poco dopo, avrebbe autografato il suo nuovo romanzo, e sicuramente a tanta gente, Jorge Amado era passato nell'altra e aveva comprato il libro del debuttante autore. Lo aveva lasciato al libraio chiedendogli di farlo autografare dall'autore e poi di inviarglielo in albergo. Come se non bastasse, aveva lasciato un biglietto di saluti al nuovo autore, insieme al suo indirizzo e telefono, affichè potesse cercarlo al ritorno a Bahia. Questo era normale nel mondo delle lettere o solo nel caso di un signore di nome Jorge Amado?

La prassi doveva essere un'altra: il debuttante doveva sforzarsi per scoprire come mandare un suo libro ad uno scrittore famoso, scrivergli per sapere se lo aveva ricevuto, se aveva avuto tempo di leggerlo, cosa ne pensava ecc, tentare un avvicinamento attraverso un amico che avesse un amico che a sua avolta era amico....Più o meno non era questa la via crucis alla ricerca di un riconoscimento, con cammini più lunghi rispetto all'ammirevole nuovo mondo-io inagurato dal web? In ogni caso, al destinatario di quella piccola lettera scritta di suo pugno il 12 dicembre 1972, Jorge Amado sembrava scendere dalla cima della montagna dove era stato collocato, grazie alla forza della sua opera, per dare una mano a un bravo ragazzo senza curriculum e giunto da poco nella piana delle lettere.

Ma dovevano accadere ancora altre cose.
Pochi mesi dopo, il telefono squillò, e all'altro capo era lui. Mi invitò nel suo appartamento di Copacabana, a Rio de Janeiro. Mi chiese se poteva  invitare anche l'artista Calazans Neto, suo grande amico, illustratore di copertine e di alcuni dei suoi libri. Bene, bene, perché no? E io andai per conoscere personalmente lui, la moglie, la scrittrice Zelia Gattai e il "maestro Calá. socievole e simpatico, affascinante, il cui senso di humor riempiva il vuoto che rimaneva nella sala ogni volta che suonava il telefono e dona Zélia si alzava per rispondere. Il che accadeva ogni minuto. Erano telefonate daí giornali, dalle Tv, dagli ambasciatori di vari paesi. Jorge chiedeva permesso, andava e veniva, si scusava per le interruzioni della conversazione.
- Volevo proprio parlare con te, ma non mi lasciano in pace. Vai a Bahia e chissà che là sia più tranquillo per conversare?

Dolce illusione. Baiano, ma ben presto vissuto fuori dello stato, alla fine io sarei stato presentato praticamente a tutto il mondo letterario locale da Jorge Amado! E questo durante pranzi domenicali, ricchi di odori, colori e sapori carichi di quella sensualità che riempiva le pagine dei suoi libri.
- Arriva sul presto, così possiamo parlare.  
       
                                                                                    ***
 
Prima di me arrivò solo una squadra della TV argentina, per intervistarlo. Il salotto era pieno di telecamere, cavi, riflettori che lo seguivano nelle camere, studio, cucina, dappertutto. La produzione gli chiedeva di cambiare vestiti durante i vari set della registrazione. E lui, tenendo in mano uma camicia colorata e a fiori, tipica dei turisti nord americani nelle isole Hawai diceva: -Zélia, questa va bene?

Ma non finiva qui: il campanello suonava tutto il tempo. E lui andava verso il portone per essere fotografato, ora da giapponesi, ora da turisti paulisti che arrivavano in gruppo, mentre l' invitato, che dietro sua richiesta era arrivato presto, si chiedeva come facesse a tener testa a tutto questo, e per giunta fosse capace anche di scrivere con tanta regolarità.

Sarei tornato a fargli visita a Bahia, a Rio, a Parigi. A volte -rare volte- con la fortuna di incontrarlo senza quel movimento che lo accampagnava dappertutto. E non furono poche le lettere che ricevetti da lui, inviate da Salvador, Londra, Lisbona, Martinica... Ossia, pur stando fuori, si interessava del destino dello scrittore debuttante che a São Paulo lo aveva portato a cambiare strada per comprare il suo libro, in quel fine pomeriggio del 12 dicembre 1972.

Ora ricordo la mia iniziazione di lettore dell'opera di Jorge Amado. Iniziai con il libro Mar morto, nel quale navigai per due notti, per sbarcare al sorgere del sole con lo stesso rapimento con cui già avevo letto un celebre vate e icona del romanticismo in Brasile: Antônio de Castro Alves, anche lui baiano. Il romanzo di Jorge Amado era così poetico da sembrare una versione contemporanea, in prosa, della lira fiammeggiante, libertaria, di colui che aveva messo la penna al servizio di un mondo più giusto, impegnato nella costruzione di un nuovo ordine sociale, con la causa repubblicana e abolizionista.

Ma strappava anche i cuori, come il grande poeta d'amore e malinconia del XIX secolo. ("Perché Castro Alves e Jorge Amado meritano ancora analisi più ampie e più profonde?" - si chiede lo scrittore e critico letterario Hélio Pólvora, in un saggio intitolato Jorge Amado e il romanzo del mare. E risponde: "Perché espongono  comuni sentimenti, comuni ansie, diffuse speranze. Sono soprattutto eloquenti: esprimono subito l'essenziale, senza ricorrere alla discussione delle idee, dispensano i misteri del testo. Dicono verità essenziali  e ciò - come giustamente disse Máximo Gorki - è un'arte del cuore ").

Mar morto sarebbe allora una dimostrazione di questo, anche se non pochi critici lo combatterono, arrivando ad accusarlo di sentimentalismo quasi infantile, accozzaglia di banalità e luoghi comuni, che in nessun modo potevano essere elevate a stato di poesia.
        
Il lettore qui ricordato ancora non leggeva i critici. Era un adolescente più vicino alla poesia che alla prosa. Ma aveva già letto, con interesse, un romanzo di Machado de Assis, un altro di Graciliano Ramos, alcuni racconti di Monteiro Lobato, e una serie di antologie intitolata Meraviglie del racconto (ispano-americani, russi, nord-americani, ecc). Sicuramente Mar morto lo aveva conquistato per la prosa narrativa. Colpito dal potere seduttivo del linguaggio baiano molto umano che Jorge Amado sapeva  bene come trasporre nella lingua scritta.

Portava nella letteratura brasiliana un colore che risultava affascinante, perfino, o, principalmente, ad un giovane lettore baiano come quello che qui si ricorda. Era originario e viveva ancora all'interno dello stato. Perciò quel giovane lettore non conosceva la vita e le leggende del mare, gli scenari mitici amadiani, dipinti nel loro tratto sincretico, e che offrivano una splendida visione utopica del mondo.  

La scoperta di questo favoloso mondo avvenne grazie ad un insegnante - di Geografia! - che era arrivato da Rio de Janeiro per insegnare nell'unico ginnasio della città, sorprendendo gli studenti con la sua vasta conoscenza di montagne, mari, fiumi, laghi, punti culminanti, continenti, paesi, capitali. A poco a poco, avrebbe rivelato altre aree che spaziavano dalla Matematica alla Letteratura. Questo maestro dal nome strano - si chiamava Carloman, per esteso, Carloman Carlos Borges - fuori della classe si sforzava di parlare di libri e autori di cui non si parlava mai in quell' istituto scolastico, fermo al periodo del Romanticismo.

Secondo il professor Carloman, avremmo compreso meglio il paese nel quale vivevamo, se avessimo letto la moderna letteratura brasiliana, molto ben rappresentata da romanzieri del Nord-Est, che, con la cearense Rachel de Queiroz, l'alagoano Graciliano Ramos, il paraibano José Lins do Rego e il baiano Jorge Amado, avevano inaugurato il ciclo letterario nazionale più potente del ventesimo secolo, quello del "romanzo del '30" - vale a dire degli anni '30 -. Per iniziare ad apprezzare l'opera di Jorge Amado, leggi questo - mi disse quando mi prestò il libro Mar morto - Quando si comincia a leggere Jorge Amado, non ci si ferma più.
        
Eravamo nella seconda metà degli anni '50, in una città di 50.000 abitanti, luci verdi, sogni d'oro, e  vita culturale limitata. La nostra immaginazione era popolata da personaggi interpretati da astri e stelle di Hollywood, e noi ragazzi a volte  uscivamo dal cinema camminando come un cowboy appena sceso da cavallo, a volte avremmo trascorso ore e ore davanti ad uno specchio, ingegnandoci con vestiti alla moda, che ci facessero apparire simili a Elvis Presley. Nelle serate danzanti, tuttavia, sapevamo ballare solo il bolero. Chi osò i primi movimenti ancheggianti del rock and roll venne applaudito in piedi, come un eroe. Leggere Jorge Amado significò scoprire un altro tipo di eroismo.
                   
Mar morto inizia con un tono di colloquio personale, intimo, um sussurro all'orecchio e così seduce il lettore dalla prima riga - Adesso io voglio raccontare le storie del lungomare di Bahia - e, da lì in poi lo porta sulle onde, lasciandolo completamente circondato dal dolore delle fatiche dei suoi marinai, come dal piacere di un testo amoroso, memorabile: Venite ad ascoltare queste storie e queste canzoni. Venite ad ascoltare la storia di Guma e Livia che è storia della vita e dell'amore nel mare.

Una storia di avventura e libertà, di miti oriundi di tradizioni culturali così vicine e così sconosciute a quel piccolo lettore di provincia:                        
Stella del mattino. Sul molo il vecchio Francisco scuote la testa. Una volta, quando fece ciò che nessun maestro di saveiro [i]avrebbe fatto, lui vide Iemanjá, la signora del mare. Non è lei che ora va a piedi nel Paquete Voador? Non è lei? Si, è lei. E' Iemanjá che va là. E il vecchio Francisco grida agli altri sul molo:
                          - Guardate! Guardate! E' Janaína.
Guardarono e la videro. Anche Dona Dulce guardò, dalla finestra della scuola. Vide una donna forte che lottava. La lotta era il suo miracolo. Cominciava ad accadere. Sul molo i marittimi videro Iemanjá, colei che ha cinque nomi. Il vecchio Francisco gridava, era la seconda volta che la vedeva.
           Cosi' raccontano sul molo.

"Di tutti i miti che sostengono i romanzi amadiani, dando loro una profonda risonanza della fatalità, nessuno è usato più di quello di Iemanjá, che presta a Mar morto la sua struttura, il soffio poetico e la forza drammatica. La storia di Guma è, in certe occasioni, così commovente quanto quella di Edipo.
                    
Il sistema di relazioni tra i personaggi è riprodotto grazie alla presenza mediatrice del mito afro-brasiliano, è il vecchio schema della narrativa greca che forse non è nient'altro che l'espressione delle relazioni inerenti a tutti i gruppi umani da sempre"
                                                                                       Salah, Jacques. O cenário mítico em Mar morto.                                                                                          In: Colóquio Jorge Amado – 70 anos de Mar morto.                                                                                        Salvador: Casa de Palavras, 2008.
                                                           
Fine della storia. Inizio di un'altra. Con la seguente epigrafe: Buscaba el Amanecer / y el Amanecer non era. Per la prima volta questo lettore si imbatteva nel nome di Federico Garcia Lorca, che, scoperto attraverso Jorge Amado, un giorno gli avrebbe ispirato il romanzo Balada da infância perdida..
                                                                                        ***
 
Salve, salve, capitano di lungo corso:
Me lo ricordo ne Il paese del carnevale: "Si vive la tragedia di fare ironia." Perchè non smette di essere ironico il fatto che il mondo accademico, che abitualmente lo gettava nel calderone, per trattarlo come un Giuda[ii], ora stia facendo una rivalutazione della sua opera. Adesso sembra quasi che tu "eri l'eroe"  (copyright di Chico Buarque), l'eroe popolare al quale alcuni circoli colti rendono giustizia, anche se tardìa.

Comunque sia, è bene ricordare che questo cambiamento iniziò nel 2010, quando due venerande istituzioni dell'insegnamento superiore, una di São Paulo e l'altra di Bahia, organizzarono un seminario attorno al tuo nome e le sale erano gremite. Ora si scopre che "ancora vi sono terreni fertili da conoscere" nella tua opera, come l'omosessualità in alcuni tuoi romanzi, "il grande potenziale della letteratura amadiana  per la ricerca storica", come la valutazione accademica fatta anche in un recente numero della bella Revista da Biblioteca Mário de Andrade, di São Paulo.

E adesso tu ti saresti chiesto: "E' cambiata l'università brasiliana o sono cambiato io"? E sono tanti i congressi sulle tue opere - e la tua vita - all'estero, tanti gli omaggi in tutto il mondo per il tuo centenario, che lo spazio qui è poco per parlare di tutto, anche perchè non potrei chiudere queste righe senza trasmettere un messaggio da Bahia. Il nostro conterraneo Aleilton Fonseca, dottore in Lettere e scrittore, manda a dire che nella tua opera, Jorge, "siamo noi che veniamo rappresentati, con la nostra cultura meticcia, le nostre  caratteristiche etniche e sociali, e i diversi aspetti della nostra formazione". E che essa rivela "la nostra particolare esperienza del mondo". Firmo sotto. Saudades eterne.


[i]  (N.d.T) barca a vela tradizionale usata dai pescatori locali.
[ii] (N.d.T) "malhá-lo como a um Judas" nel testo originale. Il modo di dire proviene da "Malhação de Judas" o "Queima de Judas": una tradizione in diverse comunità cattoliche e ortodosse che fu introdotta in America Latina dagli spagnoli e dai portoghesi. E' realizzata anche in altri paesi, e simbolizza la morte di Giuda. Consiste nel malmenare un fantoccio grande quanto un uomo, ripieno di segatura, stracci o giornali, per le strade di un quartiere, nel giorno del sabato santo, e appiccarvi fuoco, normalmente a mezzogiorno.

Traduzione in italiano di Antonella Rita Roscilli
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Antônio Torres. Scrittore, professore e giornalista, nacque nel sertão baiano (Sátiro Dias,1940), nordest del Brasile. Debuttò nella letteratura nel 1972, con il romanzo Um cão uivando para a Lua, considerato dalla critica la rivelazione dell'anno. Oggi, tra i suoi 17 titoli pubblicati ricordiamo la trilogia formata da Essa terra (1976), O cachorro e o lobo (1997), e Pelo fundo da agulha (2006). Essa terra è stato pubblicato anche in Italia con il titolo Questa terra (Collana Biblioteca del Vascello, ed. Robin). Nel 1998, fu condecorato dal governo francese come Chevalier des Arts et des Lettres, per i suoi libri tradotti fino ad allora in Francia (Essa terra e Um táxi para Viena d’Áustria). Dal 1990 al 2005 fu Scrittore Visitante della UERJ – Universidade do Estado do Rio de Janeiro. Nel 2000 ricevette il Prêmio Machado de Assis, della Academia Brasileira de Letras, per l'insieme della sua opera. Nel 2001, vinse il Prêmio Zaffari & Bourbon, della 9ª Jornada Nacional de Literatura, della Universidade de Passo Fundo, RS, per il romanzo Meu querido canibal. Nel 2007, Pelo fundo da agulha fu uno dei vincitori del Prêmio Jabuti. I suoi libri hanno avuto varie edizioni in Brasile e traduzioni in molti paesi (Argentina, Cuba, Stati Uniti, Francia, Spagna, Germania, Italia, Olanda, Inghilterra, Israele, Bulgaria e Vietnam. Ora il suo romanzo Essa terra è in via di traduzione in Albania, Romania e Pakistan). E' stato tradotto in italiano con il titolo "Questa Terra" (Biblioteca del Vascello-Robin). Tesi sulla sua opera sono realizzate in Brasile e all'estero. Nel 2013 è stato eletto all' Academia Brasileira de Letras. Occupa il seggio 23, il cui patrono è José de Alencar, ebbe Machado de Assis come fondatore e fu occupata prima di lui da Lafaitte Rodrigues Pereira, Alfredo Pujol, Jorge Amado, Zélia Gattai e Luiz Paulo Horta. 

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TEXTO EM PORTUGÛES   (Testo in italiano)

Amado Jorge
por
Antônio Torres

                                                                           
 
Recordo aqui o mestre na arte de fazer amigos, apresentar pessoas umas às outras, de recebê-las em sua bela casa na Rua Alagoinhas, 33, no bairro do Rio Vermelho, em Salvador da Bahia, e nos seus endereços do Rio de Janeiro e de Paris. Missivista incansável, ele sempre dava um jeito de encontrar tempo para ler e responder as cartas que recebia de todo o mundo, numa disponibilidade impressionante em se tratando de um escritor com dedicação exclusiva ao seu ofício, e ao mesmo tempo figura pública frequentemente envolta em múltiplas solicitações.

As mais de cem mil páginas guardadas num acervo isolado na fundação que leva o seu nome, na capital do seu estado natal, comprovam o quanto ele dialogou intensamente por via postal. Não foram poucos os ilustres desconhecidos, promissores ou não, que no início de suas carreiras literárias mereceram dele amáveis palavras de incentivo, a serem guardadas como um troféu pelos destinatários mais discretos, ou divulgadas triunfalmente – pelos mais afoitos.

O autor destas linhas foi um desses felizardos. E de forma tão surpreendente quanto inesquecível, para um voraz leitor de seus livros, e desde a adolescência, quando um deles lhe caiu às mãos. E que o tinha na conta de uma figura inatingível, já que se tratava do romancista brasileiro mais lido, mais traduzido, mais viajado, mais cortejado, mais popular – sua popularidade jamais fora igualada por qualquer outro escritor brasileiro do seu tempo, ou de antes dele, ainda que a crítica, sobretudo a acadêmica, lhe torcesse o nariz. Portanto, este que agora vos escreve não contava com aquele seu gesto, imprevisível, desprendido, atencioso, melhor dizendo, de uma generosidade inimaginável.

Eis a história:
Rio de Janeiro, 12 de dezembro de 1972.
Já estava aprontando a mala, para uma rápida viagem a São Paulo. Motivo: o lançamento do meu primeiro livro lá, programado para a inauguração de uma livraria no Largo do Arouche, no centro da cidade.
O telefone tocou. Ao atendê-lo, reconheci a voz de um amigo paulista, que tinha duas notícias, uma boa e outra ruim.

Pedi-lhe que começasse pela ruim.
E ele:
- Para o seu azar, Jorge Amado vai fazer a noite de autógrafos de Tereza Batista cansada de guerra aqui em São Paulo, hoje, no mesmo horário da sua. Como qualquer lançamento dele dá enchente, o seu pode ficar às moscas.                             

                                                                       

Por essa eu não esperava. A coincidência dos dois lançamentos, no mesmo horário, era mesmo preocupante. Mas, fazer o que, se estava tudo marcado e, àquela hora, não dava mais para propor outra data?
- Agora conta a boa...
- Leia “O Estado de São Paulo” de hoje.

Claro que, ao chegar ao aeroporto Santos Dumont, no centro do Rio, corri à livraria para comprar o “Estadão”. E lá estava, na página 10 do primeiro caderno, uma matéria de boníssimo tamanho sobre os dois lançamentos, com as capas dos respectivos livros em destaque, o do baiano universalmente consagrado e o do estreante já devidamente avisado de que se preparasse para ser esmagado pelo peso do nome do seu ilustre conterrâneo. No entanto, ao se encaminhar para o avião, o tal estreante já estava mais otimista, achando que de modo algum aquela seria uma viagem perdida.
A julgar pelo espaço que lhe coubera no poderoso “Estadão”, e junto logo de quem, a ganhara por antecipação. Só por isso já se sentia no lucro.                                   
                      
São Paulo, 12 de dezembro de 1972.
Fim de tarde.
Chego à livraria alguns minutos antes da hora marcada e me dirijo ao balcão, para me apresentar. Um rapaz me cumprimenta, se desmanchando em mesuras. E logo revela a razão do seu entusiasmo: Jorge Amado acabava de sair dali.

                                                                           

E aí é que vinha a surpresa. Antes de ir para a livraria onde estaria autografando seu novo romance, dali a pouco, e certamente para uma multidão, Jorge Amado passara naquela outra, na qual comprara o livro do estreante, que deixou com o vendedor, pedindo-lhe para enviá-lo ao hotel em que estava hospedado, devidamente autografado. Como se isso fosse pouco, deixou uma cartinha com simpáticas saudações ao novo autor, e dando-lhe seu endereço e telefone, para que o procurasse, quando fosse à Bahia. Seria isso algo normal no mundo das letras, ou somente em se tratando de um cavalheiro chamado Jorge Amado?

A praxe deveria ser outra: o estreante envidar esforços para descobrir como enviar seu livro para o escritor consagrado, escrever para ele para saber se o havia recebido, se tivera tempo de lê-lo, o que achara etc, tentar uma aproximação através de um amigo que tivesse um amigo que por sua vez era amigo... Não era mais ou menos assim a via crucis em busca de reconhecimento, por caminhos mais longos do que no admirável novo mundo-ego inaugurado pela web?

Enfim, para o destinatário daquela cartinha escrita de próprio punho em 12 de dezembro de 1972, Jorge Amado parecia haver descido do topo da montanha em que fora colocado pela força da sua obra para dar uma mão a um mocinho sem currículo recém-chegado à planície das letras.
Ainda ia haver mais.

Poucos meses depois, o telefone toca, e era ele próprio no outro lado da linha, convidando para dois dedos de prosa em seu apartamento em Copacabana, no Rio de Janeiro. Perguntou se podia convidar também o artista plástico Calazans Neto, seu grande amigo, capista e ilustrador de alguns dos seus livros. Ora, ora, como não? E lá me fui. Para conhecê-lo pessoalmente, assim como à sua mulher, a escritora Zélia Gattai, e o “mestre Calá”, um conviva espirituoso, encantador, cujo senso de humor preenchia o vazio que ficava na sala toda vez que o telefone tocava e dona Zélia se levantava para atendê-lo.

O que acontecia a todo instante. Eram ligações dos jornais, das TVs, dos embaixadores dos mais diversos países. Jorge pedia licença, ia e vinha, se desculpava pelas interrupções à conversa.
- Eu queria mesmo era ficar conversando contigo. Mas não me deixam. Vá à Bahia. Quem sabe lá dê para a gente conversar?

Doce ilusão. Baiano, mas vivendo fora do estado desde cedo, finalmente eu iria ser apresentado a praticamente todo o meio literário local - por Jorge Amado! E isso em torno dos comes e bebes de um almoço de domingo, com os cheiros, cores e sabores carregados da sensualidade que impregnavam as suas páginas.
– Chegue cedo, para a gente poder conversar.

Só que uma equipe da TV argentina chegou antes, para entrevistá-lo. Sua sala de visitas estava completamente tomada por câmaras, cabos, refletores, que o seguiam por quartos, escritório, cozinha, tudo. E a produção pedia-lhe para trocar de roupa, nas mudanças dos sets de gravação. E ele, tendo nas mãos uma camisa estampada, de cores vivas, bem ao gosto de turista norte-americano no Hawai: - Zélia, esta fica bem?

Isso não foi tudo: a campainha tocava o tempo todo. E lá ia ele para a porta de casa, para ser fotografado, ora por japoneses, ora por turistas paulistas que chegavam aos bandos, enquanto o convidado que atendera ao seu pedido de chegar cedo se perguntava como ele agüentava esse tranco e ainda era capaz de escrever com tanta regularidade.   

Voltaria a visitá-lo, na Bahia, no Rio, em Paris. Às vezes – raras vezes - com sorte de encontrá-lo sem o desassossego que o acompanhava em toda parte. E não foram poucas as cartas que recebi dele, enviadas de Salvador, Londres, Lisboa, Martinica... Ou seja, pela vida afora ele acompanhava com interesse o destino do escritor estreante que em São Paulo o levara a fazer um desvio de caminho para comprar o seu livro, naquele fim de tarde de 12 de dezembro de 1972.
        
                                                                                     ***
Agora recordo a iniciação de um leitor à obra de Jorge Amado. Foi através do Mar Morto, no qual navegaria em duas noites, para desembarcar ao raiar de um dia com o mesmo arrebatamento com que já havia lido um célebre vate, e ícone do romantismo no Brasil, o também baiano Antônio de Castro Alves. De tão poético, o romance de Jorge Amado parecia uma versão contemporânea, em prosa, da lira flamejante, libertária, daquele que tanto colocou a sua pena a serviço de um mundo mais justo, comprometida com a construção de uma nova ordem social, e com a causa republicana e abolicionista, quanto também arrebatava os corações como o grande poeta do amor e da melancolia do século XIX.

(“Por que Castro Alves e Jorge Amado estão ainda por merecer estudos analíticos mais amplos e mais profundos”? – pergunta o escritor e crítico literário Hélio Pólvora, num ensaio intitulado Jorge Amado e o romance do mar. E responde: “Justamente porque expõem sentimentos comuns, ânsias comuns, esperanças disseminadas. E, sobretudo, porque são eloquentes: exprimem logo o essencial sem o recurso ao debate de ideias, dispensam os mistérios do texto. Dizem verdades essenciais – e isso, como ficou bem dito de Máximo Gorki, é uma arte do coração”). Mar morto seria então uma comprovação disso, embora não tenham sido poucos os críticos que o combateram, chegando-se até a acusá-lo de sentimentalismo quase pueril, amontoado de lugares comuns e banalidades que de modo algum poderiam ser elevadas à categoria de poesia.

O leitor aqui recordado ainda não lia os críticos. Era um adolescente mais chegado à poesia do que à prosa. Ainda assim já havia lido com interesse um romance de Machado de Assis, outro de Graciliano Ramos, alguns contos de Monteiro Lobato, e de uma série de antologias intitulada Maravilhas do conto (hispano-americano, russo, norte-americano etc). Mar morto o conquistara definitivamente para a prosa de ficção. Ponto para o poder de sedução da humaníssima fala baiana que Jorge Amado tão bem sabia captar para a linguagem escrita, trazendo à literatura brasileira um colorido encantador, até, ou principalmente, para um leitorzinho baiano como o que aqui se rememora, pois, sendo natural do interior do estado e nele ainda vivendo, desconhecia a vida e as lendas do mar, os cenários míticos amadianos, pintados pelo seu viés sincrético, a retratar uma deslumbrante visão utópica de mundo.

E a descoberta desse mundo fabuloso deveu-se a um professor – de Geografia! -, que chegara, procedente do Rio de Janeiro, para dar aulas no único ginásio da cidade, surpreendendo os seus alunos com seus vastos conhecimentos de serras, mares, rios, lagos, pontos culminantes, continentes, capitais, países. Aos poucos, ele revelaria outros domínios, que abrangiam da Matemática à Literatura. Esse mestre de nome estranho – chamava-se Carloman, por extenso, Carloman Carlos Borges -, fora das salas de aulas empenhava-se em falar de livros e autores jamais falados naquele estabelecimento de ensino, parado no tempo do Romantismo.

Para o professor Carloman, compreenderíamos melhor o país em que vivíamos, se lêssemos a literatura brasileira moderna, muito bem representada pelos romancistas do Nordeste, que, com a cearense Rachel de Queiroz, o alagoano Graciliano Ramos, o paraibano José Lins do Rego e o baiano Jorge Amado haviam inaugurado o mais poderoso ciclo literário nacional, no século XX, o do “romance de 30” – ou seja, da década de 1930. – Para começar a gostar da obra de Jorge Amado, leia este – ele disse, ao me emprestar o Mar morto.  – Quando se começa a ler Jorge Amado, não se para mais.

Estávamos na segunda metade da década de 1950, numa cidade de 50 mil habitantes, luzes verdes, sonhos dourados, e vida cultural limitada. Nosso imaginário era povoado pelos personagens interpretados pelos astros e estrelas de Hollywood, e nós, os rapazes, ora saíamos do cinema andando como um cowboy que acabava de apear do cavalo, ora  iríamos passar horas e horas diante de um espelho, caprichando num pimpão que nos deixasse parecidos com o Elvis Presley. Nos bailes, porém, só sabíamos dançar mesmo era o bolero. Aquele que ousou os primeiros requebros do rock and roll foi aplaudido de pé, como um herói. Ler Jorge Amado significou descobrir um outro heroísmo.

Começando o Mar morto em tom de conversa pessoal, íntima, de pé do ouvido, ele seduz o leitor desde a primeira linha - Agora eu quero contar as histórias da beira do cais da Bahia -, e daí por diante leva-o em ondas, deixando-o completamente envolvido pelas dores das labutas dos seus marinheiros, tanto quanto pelo prazer de um texto amoroso, memorável: Vinde ouvir estas histórias e estas canções. Vinde ouvir a história de Guma e Lívia que é a história da vida e do amor no mar. Uma história de aventura e de liberdade, de mitos oriundos de tradições culturais tão próximas e tão desconhecidas daquele leitorzinho interiorano:
                       
Estrela matutina. No cais o velho Francisco balança a cabeça. Uma vez, quando fez o que nenhum mestre de saveiro faria, ele viu Iemanjá, a dona do mar. E não é ela quem vai agora de pé no Paquete Voador? Não é ela? É ela, sim. É Iemanjá quem vai ali. E o velho Francisco grita para outros no cais:
                         - Vejam! Vejam! É Janaína.

Olharam e viram. Dona Dulce olhou também da janela da escola. Viu uma mulher forte que lutava. A luta era seu milagre. Começava a se realizar. No cais os marítimos viam Iemanjá, a dos cinco nomes. O velho Francisco gritava, era a segunda vez que ele a via.
                           Assim contam na beira do cais.

“De todos os mitos que sustentam os romances amadianos e lhes dão a profunda ressonância da fatalidade, nenhum é tão amplamente utilizado quanto o de Iemanjá que empresta a Mar morto a sua estrutura, o seu sopro poético e a sua força dramática. A história de Guma é, em certas ocasiões, tão comovente quanto a de Édipo. O sistema das relações entre os personagens se reproduz graças à presença mediadora do mito afro-brasileiro, o velho esquema da ficção grega que nada mais é, talvez, do que a expressão das relações inerentes a todos os grupos humanos desde sempre”.
                                                                                      Salah, Jacques. O cenário mítico em Mar morto.                                                                                           In: Colóquio Jorge Amado – 70 anos de Mar morto.                                                                                         Salvador: Casa de Palavras, 2008.
                                                           
Fim de uma história. Começo de outra. Com a seguinte epígrafe: Buscaba el amanecer/ y el amanecer no era. Foi a primeira vez que este leitor bateu os olhos no nome de Federico Garcia Lorca, que, descoberto via Jorge Amado, um dia iria lhe inspirar o romance Balada da infância perdida.   
                                                                                   ***
Salve, salve, capitão de longo curso:
                       
Recordo-o em O país do carnaval: “Fica-se vivendo a tragédia de fazer ironias”. Pois não deixa de ser irônico que o mundo acadêmico, que costumava jogá-lo num saco de gatos, para malhá-lo como a um Judas, esteja fazendo uma reavaliação da sua obra. Chega a parecer que agora você “era o herói” (copyright para Chico Buarque), o herói popular ao qual alguns círculos eruditos fazem justiça, ainda que tardia. Seja como for, não custa recordar que essa virada começou em 2010, quando duas venerandas instituições do ensino superior, uma de São Paulo e a outra da Bahia, realizaram um seminário em torno do seu nome, e com auditórios lotados.

Agora se descobre que “ainda há terrenos férteis a serem explorados” em sua obra, como a homossexualidade em alguns de seus romances, e “o grande potencial da literatura amadiana para a pesquisa histórica”, conforme avaliação acadêmica feita em recente edição da bela Revista da Biblioteca Mário de Andrade, também de São Paulo. Era agora que você iria se perguntar: “Mudou a universidade brasileira ou mudei eu”?

E são tantos os workshops em torno dos seus livros – e da sua vida - pelo país afora, e tantas as homenagens a você around the world, neste seu centenário, que o espaço aqui ficou pequeno para dar conta de tudo, até porque não poderia encerrar estas mal-traçadas linhas sem repassar um recado da Bahia. Nosso conterrâneo Aleilton Fonseca, doutor em Letras e escritor, manda dizer que na sua obra, Jorge, “somos nós que estamos representados, com a nossa cultura mestiça, nossas marcas étnicas e sociais, e os diversos aspectos da nossa formação”. E que ela revela “a nossa experiência particular do mundo”. Assino embaixo. Saudades eternas. 

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Antônio Torres. Escritor, professor e jornalista, nasceu  no sertão baiano (Sátiro Dias,1940). Estreou na literatura em 1972, com o romance Um cão uivando para a Lua, considerado pela crítica a revelação do ano. Hoje, entre os seus 17 títulos publicados destaca-se a trilogia formada por Essa terra (1976), O cachorro e o lobo (1997), e Pelo fundo da agulha (2006). Em 1998, foi condecorado pelo governo francês como Chevalier des Arts et des Lettres, pelos seus livros traduzidos na França até então (Essa terra e Um táxi para Viena d’Áustria). De 1999 a 2005, foi Escritor Visitante da UERJ – Universidade do Estado do Rio de Janeiro. Em 2000, recebeu o Prêmio Machado de Assis, da Academia Brasileira de Letras, pelo conjunto da sua obra. Em 2001, ganhou o Prêmio Zaffari & Bourbon, da 9ª. Jornada Nacional de Literatura, da Universidade de Passo Fundo, RS, pelo romance Meu querido canibal. Em 2007, Pelo fundo da agulha foi um dos ganhadores do Prêmio Jabuti. Seus livros têm tido várias edições no Brasil e traduções em muitos países (Argentina, Cuba, Estados Unidos, França, Espanha, Alemanha, Itália, Holanda, Inglaterra, Israel, Bulgária e Vietnã – neste momento o seu romance Essa terra está em vias de tradução na Albânia, Romênia, Paquistão). Foi traduzido em italiano com titulo Questa Terra (Biblioteca del Vascello-Robin). Teses e Dissertações sobre sua obra são realizadas no Brasil e no exterior. Em 2013 foi eleito para a Academia Brasileira de Letras, passando a ocupar a cadeira 23, cujo patrono é José de Alencar, teve Machado de Assis como fundador e foi ocupada por Lafaitte Rodrigues Pereira, Alfredo Pujol, Jorge Amado, Zélia Gattai e Luiz Paulo Horta.