IL RACCONTO. Il sapore delle Nuvole
Aleilton Fonseca
Foto di Fabio Abu-Chacra
TESTO IN ITALIANO   (Texto em portugĂ»es)

Si avvertiva quel profumo caldo, di biscotti nel forno. Rimaneva sempre un grande sogno quello di poter entrare nel portone, la voglia di vedere come si facevano i biscotti, quante mani li impastavano, li infornavano, li aggiustavano nelle scatole colorate. Ma non potevo entrare perchè c'era sempre l'uomo a vigilare. Solo, quieto nel gabbiotto. Si dilettava ad ascoltare uma radio a pile, mentre i nostri occhi scalavano l'aria per scrutare la piccola onda di fumo, il sorriso ilare del camino si moltiplicava in nuvole basse. Portavano nei dintorni delle nostre case i colori silenziosi di quel gusto tiepido. Ci veniva voglia di assaggiare la fabbrica intera. Era una costruzione enorme. Il rumore dei generatori dava l'avviso. Il cuore della fabbrica pulsava: ci distraeva come un motore di nave in volo, ronzando negli orecchi incuriositi. Ma, il portone! Sempre chiuso agli estranei - estraneo, io?! -, il gabbiotto e il suo inquilino solitario che ascoltava quelle notizie. Il suo mondo usciva dalla radio e finiva proprio lì. E le lettere rosse, irate, gridavano:
 
                                                                      ENTRATA PROIBITA
 
Adesso no: stavo vincendo io mentre attraversavo il portone, improvvisamente spalancato; non era il portone, ma l'entrata che mi chiamava senza imporre condizioni:
- Ehi! Sta cercando qualcosa? - un ragazzo mi fermò
- Biscotti! - risposi, senza lasciar scappare il filo del mio tempo.
- In mezzo alla vegetazione? - lui insisté.
- No, in mezzo alla fabbrica.
- ?!
- Hmm questo profumo! — mormorai, sentendo l'acquolina in bocca
- Odore di bosco e insetti - lui puntualizzò la realtà
- No, biscotti caldi.
- ?!
- Guarda il fumo del camino. 

Il ragazzo guardò le nuvole che si stagliavano alte e assolate, mi guardò in faccia e, allontanandosi un pò da me, mi osservava di traverso. Stava dubitando di me. Ero forse impazzito? Facemmo ambedue delle pause, frammentate da sguardi sbiechi. E in questo dialogo fatto di sguardi, ci scrutavamo, nei ritagli del tempo. Ognuno col suo sguardo, con le sue stampe, nelle quali la vita può essere rivista. C'era un ragazzo e la sua bicicletta, nelle ruote del suo presente. Io, allora.... Lui accostò la bici ad un palo sopravissuto, entrò nella fabbrica saltando sul resto di una parete. E mi disse che il nonno aveva lavorato là. Mentre si avvicinava, spinse le tenere frasche verso i cespugli. Colse un melão-de-são-caetano e lo avvicinò tra le dita, le parti si aprirono a stella, mostrando le carni vive e i semi del frutto silvestre. Era bello, lo pensavo fin da piccolo: peccato che non serviva a uma migliore degustazione, serviva solo ad alimentare il sogno. Quel frutto era venuto dal passato, entrando oltre il portone per occupare tutto lo spazio. Erano i rami della mano del tempo.
- Guarda questo! -
Il ragazzo toccò col piede la parete e mi disse che era fradicia. Il tetto era cascato, le tarme avevano divorato il legno. Io ascoltavo il racconto, ma non accompagnavo i suoi occhi. Mi pareva di sentire proprio gli ingranaggi che lavoravano. Le macchine che non avevo mai visto, ma solo immaginato, attraverso il suono del lavoro che le mura traforate mi rimandavano. Erano saltate due tegole, cadendo si erano rotte sul capim rasteiro che aveva invaso il luogo. Erano due tegole che si frantumavano, ma io le rivedevo intatte, nella parete sicura, color ossido di terra, sempre nuove. Il ragazzo fece un salto, uscì montando la bicicletta, se ne andò in equilibrio. Gli andai dietro, senza sapere perchè lo seguivo. Là davanti, lo vidi quando entrò in un terreiro, e ancora più in fondo in una casa semplice. Continuai a camminare fino ad avvicinarmi alla grata bassa del portone. Di fronte alla casa vi erano piccoli angoli di fiori, mi salutavano lì, durante la ricerca, le rose e le sue spine. C'era una aroeira giovane, sotto la quale una panchina di legno invitava all'ombra:
- Ehi di casa! - mi avventurai in una nuova direzione. Un uomo di una certa età apparve alla porta, e iniziò a guardarmi, certamente per vedere se mi conosceva da altri tempi o luoghi. Mi venne incontro. Avvertii il suo sforzo a casaccio: no, lui non mi conosceva. Io entrai in scena:
- Buon pomeriggio. Il signore è...?
- Ivo, proprio io. Buon pomeriggio. Che c'è? - rispose e chiese allo stesso tempo, reticente.
- Niente. Passavo di qua, suo nipote mi ha detto che lei lavorava nell'antica fabbrica e allora...
- Ah si, ho lavorato là. Ma molti anni fa, saranno passati circa trenta anni - informò mentre mi indicava la panchina di legno, invitandomi a sedere.
- E' passato molto tempo- commentai mentre ci sedevamo all'ombra.
- Guardi, il tempo passa e porta tutto con sè. Porta anche noi - filosofò cercando appoggio nelle nuvole.
- Le dispiacerebbe parlarmi un pò di quel tempo, della fabrica. Com'era all'epoca?
La prima frase della sua risposta fu un gesto silenzioso, a poco a poco i suoi occhi giunsero nei miei. Poi il suo sguardo fuggì verso i rami della pianta di aroeira che assisteva al nostro incontro. Questo zio Ivo, nonno del ragazzo, era imbarazzato. Io lo riportavo ad un discorso morto, ad un tratto, mentre tornava la luce del pomeriggio. Era sorpreso. Dopo essersi assorto, in un quasi sorriso, mormorò con una certa tristezza:
- Ah non so raccontarti nulla. Non so niente di là.
- Ma, e il servizio là dentro? - insistetti.
- Là dentro, non ricordo.
- Ma se il signore lavorava proprio là?
- Ma io lavoravo solamente fuori.
- Ah - mormorai deluso.
- Chi è lei? - lui rigirò la domanda, ma io già ero sfiduciato.
Rimasi in piedi, guardai la tranquilla pianta di aroeira, anche lui si alzò. Il ragazzo stava tornando, e aveva lo sguardo diretto verso noi.
- Gli hai raccontato, nonno? - disse con aria orgogliosa.
- Che cosa?
- Che eri il vigile della fabbrica.
Per me, questa del ragazzo, fu una rivelazione in confronto al discorso vuoto di suo nonno. Quasi controvoglia il vecchio si sfregò le mani, con le dita intrecciate e confermò:
- Io ero solo un vigile.
Rimanemmo tutti e tre in silenzio. Io riconoscevo in quell'uomo il lavoro che svolgeva e ci impediva di alimentare la curiosità per tentare la prova di alcuni biscotti. Lui rimaneva a guardia nel gabbiotto affinchè i ragazzini non entrassero.
 
Nella sua goffagine, confessò questo, quasi agoniato e scontento. Ci rimaneva quel silenzio in bianco.
Allora salutai il vecchio con un gesto e dissi "Arrivederci". Era in realtà un addio. Lui, a testa bassa, neppure rispose. Me ne andai per la strada sterrata, senza nemmeno avere voglia di guardare indietro. Ad un tratto, sentii che il ragazzo mi seguiva. Era dietro di me, diretto alla fabbrica. I miei occhi erano ancora pieni di immagini che quel nonno non aveva potuto raccontarmi. Tutta la fabbrica per lui si riassumeva al gabbiotto minimo, la misura esatta della sua storia. Mi sentii pieno, avevo la fabbrica intera negli occhi. E ora camminavo. Il ragazzo mi guidava, senza dire parola.
- Questa fabbrica è stata importante qui, lo sa? - si sforzava per riempire la pagina che suo nonno aveva rovinato senza volere.
Continuai a camminare accostandomi alla pista asfaltata di recente, mentre il ragazzo mi accompagnava, pedalando lentamente. Mi avvicinai al vecchio palazzo e adesso vedevo di fatto le frasche che invadevano i resti delle pareti, entrando e uscendo dai cobogos che sopravvivevano.
Entrai di nuovo attraverso il vano aperto delle rovine del gabbiotto dove stava il vigile: era la bocca del tempo che aveva ingoiato tutto. Percorsi quella mappa della fabbrica, un pertugio antico perso nelle memorie invecchiate degli uni e sepolte degli altri. Io scarabocchiavo le immagini riempiendomi di tutti i forse. Pensavo al punto in cui stava ogni macchinario, dove era il forno, dove si impacchettava, tutto era una ex-esistenza delle cose e dei gesti. Gli operai di nuovo ai loro posti, le loro voci e passi pesanti per la vibrazione dei macchinari. Quante volte avevo sognato di essere uno di loro! Dentro di me la pasta andava lievitando, i biscotti prendevano forma e poi alla fine,  uscivano di là caldi per i pacchetti e le latte. Io non potevo perdere quel profumo.

Avevo bisogno di riportare me stesso al sapere esperto, che la vita dissolve e distrae, nelle rime certe del testo, somma del si e del niente, risposte che la gente coglie, come frutti colti in un frutteto. Sono qui, sono arrivato tardi, ma nella data dovuta: invece di pasta, preparo un altro tipo di fermento.
L'orologio scomparve dalla mia rotta, mi vidi in un punto sospeso, le reticenze tra due virgole assorte, prima di firmare quella sentenza. Dovevo riconoscere: tre generazioni, il nonno, io e il ragazzo vivevamo ognuno una propria allegoria, ognuna la più plausibile e incerta. In ognuno di noi c'era una fabbrica diversa che sbocciava dall'interno della vegetazione che invadeva i nostri occhi e i nostri giorni. Dei tre sopravvissuti del sogno, solo io avevo pena e un ruolo. E sapevo sentire i colori, il gusto e il sapore delle nuvole. Tutto sopravvive nei solchi che le lettere scavano sulla muta pergamena. Sotto i rischi, sopravvivono le scritture. Ecco la fabbrica. Entrai di nuovo, senza permesso. Procedevo casualmente in mezzo alla sala di lavoro, inciampando nello strisciante sottobosco. Volevo rimettere i pezzi a posto, accendere le macchine, riscaldare il forno e preparare il camino. Il ragazzo mi osservava, forse curioso davanti alla mia impresa. Percepivo da lui una domanda che non arrivò a formulare. Anch'io ero impiegato, tempo dopo, la mia funzione era l'ultima di tutte. Alla fine, io adesso la esercitavo. Sentii che la fabbrica fischiava e sentii i brividi dappertutto. Stavo terminando questo turno di lavoro. Così uscii.
- Questa fabbrica è morta.
Disse il ragazzo e poi riprese la bicicletta. Diede un'ultima occhiata, e si diresse lontano, facendo girare il tempo presente. Il pomeriggio stava finendo e dentro di me il fischio della fabbrica piangeva.  Vedevo di nuovo il fumo che formava nuvole e sentivo il profumo tiepido dei biscotti. Continuai a camminare, senza guardare dietro, il fogliame non mi dava più fastidio. Era giunta l'ora e io uscivo dallo stesso portone aperto, dal quale passavano le mie lagrime.
 
 Traduzione in italiano di Antonella Rita Roscilli

---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Aleilton Fonseca è nato a Itamirim, oggi Firmino Alves, nello stato brasiliano di Bahia il 21 luglio 1959 e rsiede a Salvador. Dottore in Lettere (USP) è professore titolare della UEFS. Scrive romanzi, poesie e saggi. Debuttò nel 1981 con Movimento de Sondagem (poesie) e ha pubblicato finora 11 libri. Ha partecipato ad antologie e collezioni di racconti e di poesia. Nel 2006 ja pubblicato "As formas do barro & outros poemas (Salvador: EPP-Publicações e Publicidade) e il romanzo Nhô Guimarães (Rio de Janeiro: Bertrand Brasil.


© SARAPEGBE                                                             
E’ vietata la riproduzione, anche parziale, dei testi pubblicati nella rivista senza l’esplicita autorizzazione della Direzione

 
-------------------------------------------------------------------------------


TEXTO EM PORTUGĂ›ES   (Testo in italiano)

O  sabor das nuvens

Aleilton Fonseca


Foto de Fabio Abu-Chacra

Era aquele cheiro quente de biscoitos no forno. Invadir o portão era sempre o sonho, a vontade de ver como se faziam biscoitos, quantas mãos os amassavam, enfornavam, acomodavam nas embalagens coloridas. Mas não podia, que lá sempre havia o homem a vigiar, sozinho, quieto na guarita. Ele se ocupava em ouvir um rádio de pilha, enquanto os nossos olhos escalavam o ar para colher a fumacinha, um sorriso sorrateiro da chaminé multiplicando-se em nuvens baixas. Elas levavam aos arredores de nossas casas as cores silenciosas daquele gosto morninho. Dava-nos vontade de saborear a fábrica inteira.
Era uma enorme casa. O ruído dos geradores era o aviso, o coração da fábrica pulsava: distraía-nos como um motor de nave em vôo, zumbindo nos ouvidos curiosos. Mas, o portão! Sempre fechado aos estranhos — estranho, eu?! —, a guarita e seu morador solitário, escutando aquelas notícias. Seu mundo saía do rádio e ali mesmo se esvaía. E as letras vermelhas, iradas, gritavam:
 
ENTRADA PROIBIDA
 
Agora, não: eu ia vencendo portão adentro, de repente escancarado; nem portão que era, mas a entrada que me chamava sem impor condições:
— Ei, o senhor está procurando alguma coisa? — um menino me atalhou.
— Biscoitos! — respondi, sem deixar escapar-me o fio de meu próprio tempo.
— No meio do mato? — ele insistiu.
— Não, no meio da fábrica.
— ?!
— Huummm. Esse cheiro! — murmurei, sentindo-me orvalhar nos lábios.
— Cheiro de mato e insetos — ele pontuou-se no real.
— Não, biscoitos quentinhos.
— ?!
— Veja a fumaça da chaminé.
O menino olhou para as nuvens, que se iam altas e ensolaradas, me encarou e, distanciando-se um pouco, me observava de um certo soslaio, bem que desconfiava de mim. Eu estava um doido? Ambos fizemos pausas, entrecortadas de olhares esconsos. E, nesse diálogo, já de somente olhar, nos tangenciávamos, nos recortes do tempo. Cada qual seus quais, com suas estampas, em que a vida pode ser revisitada.
Era um menino e sua bicicleta, nas rodas de seu presente. Eu, então... Ele encostou o brinquedo numa estaca sobrevivente, entrou na fábrica saltando por sobre um resto de parede. E me disse que seu avô trabalhara ali antigamente. Ao se aproximar, ele afastou as ramagens tenras, por entre as touceiras de mato. Colheu um melão-de-são-caetano e o apertou entre os dedos, as partes se abrindo em estrela, expondo as carnes vivas e sementes do fruto silvestre. Era bonito, desde menino eu achava: pena que não se prestava a melhor degustação, só servia para alimentar o sonho. Aquele fruto viera do passado, entrando portão adentro para tomar conta de tudo. Eram as ramagens da mão do tempo.
— Olhe isso!
O menino tocou o pé na parede e me disse que estava tudo podre. O telhado viera abaixo, os cupins devoraram as madeiras. Eu ouvia o relato, mas não acompanhava seus olhos. Ouvia mesmo era a engrenagem trabalhando. As máquinas que nunca vi, apenas as imaginara, pelo som do trabalho que os cobogós me avisavam. Dois tijolos saltaram, quebrando-se sobre o capim rasteiro que assoalhava o lugar. Eram dois tijolos que se esmigalhavam, mas eu os revia intactos, na parede firme, na cor do óxido de terra, sempre novos.
O menino montou de um salto, saiu cavalgando a bicicleta, ia-se equilibrado. Segui atrás, sem saber ao certo por que o acompanhava. Lá adiante, vi quando ele entrou num terreiro, a casa simples mais ao fundo. Continuei caminhando, até me acercar da grade baixa do portão. Na frente da casa compunham-se pequenos canteiros de flores, acenavam-me ali nessa busca as rosas e seus espinhos. Havia uma aroeira jovem, sob a qual um banco de madeira convidava à sombra:
— Ó de casa! — me arrisquei a novo rumo.
Um homem de boa idade assomou à porta, logo me averiguava as feições, certamente para ver se me conhecia de outro tempo ou lugar. Ele veio ao meu encontro. Senti o seu esforço a esmo: não, ele não me conhecia. Eu desatei a cena:
— Boa tarde. O senhor é seu...?
—  Ivo, eu mesmo. Boa tarde. É alguma coisa? — ele respondeu e perguntou, reticente.
— Nada. Ia passando, seu neto me disse que o senhor trabalhou na antiga fábrica, então...
— Ah, sim, trabalhei, né? Mas isso faz muitos anos, pra lá de uns trinta!  — ele informou, enquanto apontava o banco de madeira, num convite.
— É, faz tempo! — comentei, enquanto nos sentávamos à sombra.
— O senhor veja: o tempo passa, leva tudo. Leva a gente também — ele filosofou, buscando apoio nas nuvens.
— O senhor se importaria de me falar um pouco daquele tempo, da fábrica, como era antigamente?
A primeira frase de sua resposta foi um gesto silencioso, de quase em quase, desde seus olhos para os meus. Depois seu olhar fugiu para os galhos da aroeira que nos assistia. Esse seu Ivo, avô do menino, estava já encabulado. Eu lhe trazia aquele assunto morto, num repente voltando à luz da tarde. Ele estava surpreso. Depois de se cultivar absorto, num quase sorriso, ele murmurou,  com jeito de certa tristeza:
— Ah, não sei lhe contar, não. Não sei de lá, nada.
— Mas, e o serviço, lá dentro? — eu quis insistir.
— Lá dentro, não lembro.
— Mas se o senhor trabalhou lá?!
— Mas eu só trabalhava fora.
— Ah — murmurei, desapontado.
— Quem é o senhor? — ele reverteu a entrevista, mas já eu desanimara.
Fiquei de pé, olhei a aroeira tranqüila, ele também se levantou. O menino vinha de volta, os olhos acesos em nossa direção.
— Contou a ele, vô? — disse, com o ar orgulhoso.
— O quê?
—  Que o senhor era vigia da fábrica?
Para mim, esta revelação do menino, diante da fala vazia do seu avô. Meio a contragosto, o velho esfregou as mãos, com os dedos entrelaçados, e confirmou:
— Eu era só mesmo vigia.
Os três ficamos calados. Eu reconhecia naquele homem a função que nos impedia de alimentar a curiosidade, de nos arriscar à prova de alguns biscoitos. Ele ficava de guarda na guarita para que os meninos vadios não entrassem. No seu sem jeito, ele confessava isso, meio que pesaroso, até mesmo descontente. Restava-nos aquele silêncio em branco.
Então eu cumprimentei o velho com um gesto e disse “até logo”. Aquilo era mesmo um adeus. Ele, cabisbaixo, nem respondeu. Segui pelo caminho de barro, sem ânimo sequer de olhar para trás. De repente, ouvi que o menino me seguia, em meu rumo direto de volta à fábrica. Meus olhos ainda iam cheios das imagens que aquele avô não pudera me contar. Toda a fábrica para ele resumia-se à mínima guarita, o tamanho exato de sua história. Eu me senti pleno, tinha a fábrica inteira dentro de meus olhos. E agora ia seguindo, o menino guiando, sem palavras quais que fossem.
— Essa fábrica foi importante aqui, o senhor sabe? — ele se esforçava para preencher a página que o seu avô rasgara sem querer.
Eu fui seguindo pelo acostamento da pista recém-asfaltada, enquanto o menino me acompanhava, pedalando devagar. Aproximei-me do velho prédio e agora eu via de fato as ramagens que invadiam os restos das paredes, entrando e saindo pelos cobogós sobreviventes.
De novo, entrei pelo vão aberto das ruínas da guarita onde ficava o vigia: era a boca do tempo que tudo engolira. E percorri aquele mapa da fábrica, um debucho antigo perdido nas memórias envelhecidas de uns e sepultadas de outros. Eu rabiscava as imagens, preenchendo-me de todos os talvezes. Riscava por onde fosse que ficava cada máquina, onde era o forno, onde se empacotava, tudo agora um ex-existir das coisas e dos gestos. Os operários de novo a postos, suas vozes e passos abafados pela vibração das máquinas. Quantas vezes eu sonhara ser um deles! Dentro de mim a massa ia engrossando, os biscoitos tomando forma e daí ao forno, saindo de lá quentinhos para os pacotes e para as latas.
Eu não podia me perder daquele cheiro. Eu precisava me repor no saber experiente que a vida desbota e destrata, nas rimas certas do texto, a súmula do sim e do nada, as respostas que a gente colhe como frutos de safra no pomar. Estou aqui, mas cheguei tarde, contudo em data aprazada: em vez de massa, preparo um outro tipo de fermento.
O relógio sumiu de minha rota, eu me vi num ponto suspenso, as reticências entre duas vírgulas absortas, antes de assinar aquela sentença. Eu tinha de reconhecer: três gerações, o avô, eu e o menino vivíamos cada um sua própria alegoria, cada qual a mais plausível e incerta. Em cada um de nós havia uma fábrica diferente brotando de dentro do mato, que invadia os nossos olhos e os nossos dias. Dos três sobreviventes do sonho, apenas eu tinha pena e papel; e sabia sentir as cores, o gosto e o sabor das nuvens. Tudo sobrevive nos sulcos que as letras escavam sobre o mudo pergaminho. Debaixo dos riscos, sobrevivem as demais escritas.
Eis a fábrica. Entrei de novo, sem licença. Eu andava a esmo, pelo meio do salão de trabalho, tropeçando nos matos rasteiros. Eu só queria repor as peças em seus lugares, ligar as máquinas, aquecer o forno e despertar a chaminé. O menino de novo me observava, talvez curioso ante minha empreitada. Eu perscrutava-lhe uma pergunta que ele não alcançou formular. Eu, também funcionário, em certo depois, minha função era a última de todas. Enfim, eu agora a exercia. Ouvi que a fábrica apitava e me senti arrepiar inteiro. Estava findo esse turno de trabalho. Então eu fui saindo.
— Esta fábrica está morta.
O menino disse isto e retomou sua bicicleta. Deu uma última olhada, foi-se a guiar para longe, fazendo girar o tempo presente. Era já o cair da tarde; e dentro de mim o apito da fábrica chorava. Eu via de novo a fumaça formando nuvens e provava o cheiro morno dos biscoitos. Continuei caminhando, sem olhar para trás, os matos já não me incomodavam. Era hora, e eu ia saindo pelo mesmo portão aberto, por onde as minhas lágrimas passavam.
 
 
_________________________________
 
Aleilton Fonseca nasceu em Itamirim (hoje Firmino Alves) em1959. Escreve poesia, ficção e ensaios. É co-editor de Iararana - Revista de arte, crítica e literatura (Salvador), e Légua e Meia - Revista de Literatura e Diversidade Cultural (UEFS-Feira de Santana). Publicou, em poesia: Movimento de Sondagem (1981), O espelho da consciência (1984); Teoria particular (mas nem tanto) do poema (1994) e As formas do barro & outros poemas (2006). Publicou o ensaio Enredo romântico, música ao fundo (1996). Publicou em ficção: Jaú dos Bois e outros contos (1997), O desterro dos mortos (2001), O canto de Alvorada (2003), Nhô Guimarães - romance-homenagem a Guimarães Rosa (2006) e Les marques du feu et autres nouvelles de Bahia (2008, Éditions Lanore-França). Participou das coletâneas e antologias:  Oitenta: poesia e prosa. (1996); A  poesia baiana no século XX.  (1999); O conto em 25 baianos (2000); As palavras conduzem a outras palavras. Antologia de contos e crônicas de autores baianos. (2004); Antologia Panorâmica do conto baiano – século XX (2004); Contos cruéis. As narrativas mais violentas da literatura brasileira contemporânea (2006); Quartas Histórias. Contos baseados em narrativas de Guimarães Rosa (2006); Outras moradas (2007); Capitu mandou flores. Contos para Machado de Assis nos cem anos de sua morte (2008) e Travessias singulares: pais e filhos (2008). Recebeu o Prêmio Luis Cotrim (1997); o Prêmio Herberto Sales (2001) e o Prêmio Marcos Almir Madeira (2005). Publicou poemas e artigos em diversas revistas, inclusive as francesas Latitudes: cahiers lusophones (Paris), Autre Sud (Marselhe) e Crisol (Nanterre).
É membro da Academia de Letras da Bahia e do PEN Clube do Brasil.



© SARAPEGBE
É proibida a reprodução, mesmo que parcial, dos textos publicados na revista sem a explícita autorização da Direção
Aleilton Fonseca nasceu em Itamirim, hoje Firmino Alves, na Bahia, em 21/07/1959, e reside em Salvador. Doutor em Letras (USP), é Professor Pleno (titular) da UEFS. Escreve ficção, poesis e ensaio. Estreou em 1981, com Movimento de Sondagem (poemas), e já publicou 11 livros. Tem participado de antologias e coletâneas de contos e de poesia. Em 2006 publicou As formas do barro & outros poemas (Salvador: EPP-Publicações e Publicidade) e o romance Nhô Guimarães (Rio de Janeiro: Bertrand Brasil