I romanzi di João Ubaldo Ribeiro: una revisione della storia del Brasile - IN ITALIANO E PORTOGHESE
Antonio Maura
Lo scrittore João Ubaldo Ribeiro ©Dadá Jaques
TESTO IN ITALIANO   (Texto em portugûes)

I romanzi e le cronache dello scrittore baiano João Ubaldo Ribeiro contengono una sufficiente dose di umore, l’erotismo, l’oralità e l’impegno politico che Jorge Amado vorrebbe vedere in un lavoro letterario. D’altra parte, come hanno notato alcuni critici, l’autore di “Viva il popolo brasiliano”, nella sua invenzione dell’oralità, trova i suoi precedenti nel lavoro di Guimarães Rosa. Come scrive il poeta Geraldo Carneiro: “La sua opera non è un esercizio naturalista di riproduzione pura e semplice del linguaggio. E’ una invenzione, una invenzione radicale, con una sintassi propria, una oralità reinventata attraverso le parole, una falsa oralità. E’ molto curioso che i due maggiori scrittori brasiliani di questo secolo, i due Joões, Ubaldo e Rosa, abbiano in qualche modo inventato l’oralità.”[1] 

Ma anche se nella produzione di Ubaldo Ribeiro si vede l’influenza del mineiro – e non solo la sua, ma anche quella di autori del cosiddetto romanzo regionalista – non è né un Rosa, le cui risonanze mistiche o metafisiche sono lontano dallo spirito di questo baiano dell’isola di Itaparica, né di un Jorge Amado che inventò una terra e fece sì che molti pensassero che quella fantasia fosse il Brasile. Ma, nonostante questo, senza dubbio, João Ubaldo è uno dei più importanti eredi del grande gruppo baiano e un bel finale per la narrativa regionalista. E come suo continuatore e epigono apporta al duro realismo il recupero o se si vuole, la reinvenzione – dell’espressione popolare, che caratterizzò questo gruppo di romanzieri, la sua enorme capacità di immaginazione e un mimetismo mitico-burlesco che potrebbe riportarci fino ad Omero.

João Ubaldo Ribeiro, nato nel 1941 nell’isola di Itaparica, è figlio di un importante giurista, Manoel Ribeiro, al quale dedicò il suo lavoro più ambizioso: Viva il popolo brasiliano. Dell’infanzia ricorda la passione che aveva per la lettura, al punto di divorare letteralmente tre libri al giorno senza mangiare e dormire, perchè gli rubavano un tempo essenziale per la sua attività preferita. In una cronaca intitolata Memória de livros che fa parte del suo libro Um brasileiro em Berlim confessa: “A dodici anni avevo già letto con esiti talvolta sorprendenti, la maggior parte dell’opera tradotta di Shakespeare, O elogio da loucura, As décadas di Tito Livio, Don Chisciotte (una delle illustrazioni di Gustavo Doré che ritrae mostri e personaggi che escono dai libri di cavalleria del fidalgo mi fece male perchè cominciai a vedere quelle immagini come se uscissero dai libri di casa). E ancora, lesse gli adattamenti speciali del Faust  e de La Divina Commedia l’Iliade, l’Odissea, vari saggi di Montaigne, Poe, Alexandre Herculano, José de Alencar, Machado de Assis, Monteiro Lobato, Dickens, Dostoievski, Svetonio, gli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola e non so più quanti altri classici.”[2]

A dodici anni, dice in un’altra parte, conosceva perfettamente l’inglese e i suoi amici raccontano che di quando in quando imitava alla perfezione, e con grazia insuperabile, il modo di parlare di artisti famosi come Louis Armstrong, Frank Sinatra o Richar Burton. In realtà, João Ubaldo tradusse in questa lingua Sargento Getúlio e Viva il popolo brasiliano, romanzi di evidente complessità lessicale.
Dopo essersi laureato in Legge studiò Scienze Politiche negli Usa e, dopo il suo ritorno in Brasile, lavorò come giornalista e fece parte del gruppo di baiani che nella decade del ‘60 rivitalizzò culturalmente il Paese: cineasti come Glauber Rocha, poeti e cantanti come Caetano Veloso, Maria Bethânia e Gilberto Gil sono tra i suoi amici.

Nel 1968 pubblicò il suo primo romanzo, Setembro não tem sentido e tre anni dopo Sargento Getúlio, opera con cui fu conosciuto dal pubblico e dalla critica. Il suo amico, lo scrittore Jorge Amado, in un articolo pubblicato lo stesso anno dell’edizione del libro, assicura che è un romanzo “che nasce come un classico, ma , allo stesso tempo, è estremamente moderno, ha la struttura narrativa densa e uno stile di qualità insuperabile”. In Sargento Getúlio si serve dell’espressione popolare dello stato del Sergipe che lo scrittore conobbe nella sua infanzia, per articolare la voce di un militare, capanga o jagunço, agli ordini di un politico locale, che trasporta un prigioniero da una piccola città dell’interno fino alla capitale dello stato. E’ stato  incarcerato per il fatto di essere un semplice nemico politico o un rivoluzionario: qualcosa che non sapremo mai, giacchè il soldato, che si limita a trasportarlo, sta ubbidendo solo agli ordini e non pone in questione l’ordine stabilito.

L’oralità della narrativa può giungere a parossismi idiomatici simili a quelli usati da Guimarães Rosa nella sua storia Meu tio ou Iauraté. D’altra parte, il protagonista Getúlio nella sua innocenza insultante, si potrebbe paragonare nella letteratura europea solamente a Meursault, il personaggio de L’étranger, di Albert Camus. Pubblica Vila Real alla fine della decade del ’70. Si tratta di un romanzo che mostra la lotta di un popolo contro gli interessi capitalisti che cercano di trasformare una terra di contadini in terra di miniera, sotto il controllo di una impresa multinazionale. Gli abitanti perdono i loro diritti e vengono espulsi dalle loro terre con la forza. Questo libro è fondamentalmente la storia di Argemiro, leader naturale dei Senza Terra, la cui personalità è perfettamente descritta nel romanzo. Il personaggio di Argemiro è, in qualche modo, il contrappunto di Getúlio.

Eppure la grande opera di Ubaldo Ribeiro non verrà pubblicata fino alla metà della decade seguente: il magnifico fregio narrativo della storia dell’isola di Itaparica e del Brasile, Viva il popolo brasiliano (1984). In più di seicento pagine il romanziere baiano racconta la vita leggendaria, immaginaria, possibile e illusoria delle persone che abitano l’isola: portoghesi e olandesi che erano giunti dall’Europa, schiavi africani e indigeni che praticavano il cannibalismo. I suoi personaggi sintetizzano meravigliosamente i differenti prototipi del Brasile coloniale: da una parte l’oligarchia, decadente e egoista, della quale lo scrittore offre una immagine plasticamente impressionante, e dall’altra, la gente del popolo che è ritratta con affetto e una complicità che saranno uno dei tratti dell’autore.

Forse uno dei personaggi più carismatici del romanzo è Maria da Fe, o Dafe che ereditò la tradizione delle donne nordestine di carattere, come furono Tereza Batista o Tieta do Agreste, protagoniste popolari dei romanzi omonimi di Jorge Amado. I due mondi – quello della gente del popolo meticcio o mulatto da una parte e, dall’altra, quello ordinario, secondo lui, dei fazendeiros, mediocri aristocratici e truffatori vari -, sono assolutamente inconciliabili con l’unica eccezione rappresentata dal mulatto Patricio Macario che, nonostante l’origine, e a causa del colore della sua pelle, finisce per unirsi al popolo, nella sua lotta e tradizioni. E tra i due mondi si incontra il “pollaio delle anime”: un’area mitico-fantastica dove vivono gli spiriti che sono invocati dalla parola e le danze delle cerimonie dell’Umbanda e del Candomblé. Tutta la magia dei tre estratti sociali e spirituali e delle tre razze che costituiscono il tratto distintivo del Nordest del Brasile si uniscono in questo romanzo esilarante a volte, ma anche tragico, sarcastico, violento, erotico, delicato e, soprattutto, umano.

Il romanzo appartiene al cosiddetto realismo magico? Penso che, per onore di verità, più che di realismo magico, si debba parlare di una favola inventata per ritrarre la sensuale e luminosa realtà di una regione brasiliana. I cinquecento anni di storia del grande Paese americano sono ricordati, reinventati e presentati di nuovo in una scrittura come fregio mitico di forza incalcolabile. L’autore dice che Maria da Fé “sentiva come se ci fosse una specie di canestro, un’arca, in cui, grazie a gente come lei, della quale esisteva molto più di ciò che si pensava, si sarebbero accumulate le risposte, finchè qualcuno le avesse potute tessere in un unicum”. Ed è proprio questo unicum come scrittura insieme all’evidenza che “il popolo era il vero proprietario del paese, non coloro che lo soggiogavano per conseguire i propri interessi” che rese possibile Viva il popolo brasiliano. Ma non è solo recupero di alcuni fatti e caratteri non tenuti in conto dalla storia ufficiale: il romanzo non è solo la descrizione di una realtà magica, ma anche una relazione del male che abita nell’uomo come Francis Utéza e Rita Olivieri Godet ricordarono in due studi imprenscindibili su questo libro. [3]

Questa dinamica di scrittura vuole modellare una immagine del Brasile concentrata come un talismano nell’isola di Itaparica creando un modello ideologico che può servire come una nuova interpretazione storica. Il recupero del cannibalismo, attraverso una forma più plastica e trascendente di quella che aveva immaginato Oswald de Andrade nel suo Manifesto Antropofagico, e la descrizione delle pratiche e credenze afro-brasiliane finirono per cambiare il discorso ideologico giudaico-cristiano proprio della tradizione portoghese. Sorge così una nuova versione della storia, in questo caso romanzata, ma con una vocazione che esige rigore. La sentenza che, come citazione o epigrafe, si situa nel frontespizio del romanzo, è molto significativa: “Il segreto della Verità è il seguente: non esistono fatti, esistono solo storie.”

Questa frase apparentemente semplice mostra l’interesse storico per la verità storica, che potrebbe anche essere filosofica nel trasformare non solo una versione di realtà, ma le fondamenta su cui si basa. Inevitabilmente la riferita epigrafe si rifà alla prima proposizione del Tractatus di Wittgenstein: “il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose”. Con la stessa espressività del filosofo viene pronunciata la risposta del romanziere per correggerlo. Non c’è nessun fatto per articolare una scienza o una lingua, ma storia, versioni di ciò che accadde o accade. Non ciò che fu o ciò che è, ma ciò che si racconta, è ciò que certamente importa, ed è la verità. Al lettore si offre questa Verità, filosofica o storica che sia.
Cinque anni dopo aver scritto una epopea simile, João Ubaldo pubblica O sorriso do lagarto, una narrativa tra il fantastico e il realista, che si potrebbe qualificare come un romanzo scientifico: esistono ibridi di umani con macachi? chiede uno dei suoi personaggi a uno scienziato ubriaco e pettegolo di nome João – come l’autore del romanzo – che, a sua volta, sembra essere più interessato al nome che dovrà avere il mostro che alle sue caratteristiche fisiche. Ancora una volta è l’umore, l’erotismo e la sensualità sono i principali punti di una narrativa nella quale vediamo apparire la corruzione politica, l’ambizione economica e sociale e la passione.

O sorriso do lagarto, confessò il suo autore, “fu sottostimato in Brasile, ma ancora credo di avere ragione su ciò che ho proposto”. Forse il fatto che questa narrativa abbia avuto meno successo delle altre sue opere, è dovuto alla proposta un pò forzata di produrre artificialmente una nuova creatura biologica, nonostante sia possibile. Lo scrittore mostra – con fare ironico – che le decisioni più assurde, che non hanno coerenza, tendono ad essere quelle che alla fine vengono imposte: ciò che domina l’essere umano è precisamente l’irrazionale e l’insano. João Ubaldo confessò in una intervista: “E’ il mio libro più amaro”. [4]

E non vi è alcun dubbio sul fatto che in questo romanzo si manifesti il male intrinseco dell’animo umano che già aveva rappresentato nella figura di Getúlio e, principalmente, nel personaggio di Perilo Ambrosio di Viva il popolo brasiliano.
Forse spaventato per la sua stessa lucidità, João Ubaldo scrisse nel 1997 una bella favola: O feitiço da Ilha do pavão. Per riempire la sua immaginaria e fantastica isola, Ubaldo recupera l’universo del secolo XVIII che ispirò molti passaggi di Viva il popolo brasiliano. Nuovamente sono due mondo opposti: da una parte i due sfruttatori di schiavi e dall’altra, colui nel quale predominano il coraggio e la nobiltà del popolo meticcio e mulatto del Brasile. Curiosamente uno dei personaggi del romanzo, il nero Jorge Diogo, acquistando la corona di re con il nome di Alfonso Jorge II, propone una aristocrazia di puri bianchi e puri neri congolesi. La corte del monarca possiede baroni, visconti, conti, marchesi e altri nobili. Neri non congolesi, così come meticci di queste nazioni o indios, non possono entrare, se non in cattività. Di nuovo è l’umore che rende leggera l’irrazionalità del razzismo. In questa grottesca corte vive una collezione di tipi umani che erano già apparsi con altri nomi e altre storie in Viva il popolo brasiliano.

Alla fine il feticcio a cui si allude nel titolo del libro non è altro che il sogno dell’uguaglianza, della saggezza e della convivenza tra tutti gli esseri umani. E siccome i sogni avvengono quando dormiamo, l’isola è visibile solo al buio. L’ironia, l’umore corrosivo, la sensualità e l’erotismo diventano di nuovo gli ingredienti di una scrittura con cui l’autore vuole provocare una riflessione mentre diverte il lettore. E forse questa è la ragione del successo di João Ubaldo Ribeiro: la sua volontà di insegnare mentre intrattiene.

Nel 1999, dietro richiesta dell’Editrice Objetiva, João Ubaldo pubblicò un romanzo nel quale abbordava il tema della lussuria brasiliana e fa parte di una collezione che, con diversi autori, voleva romanzare i sette peccati capitali. Nacque così A casa dos Budas ditosos che ebbe buoni indici di lettura nel Brasile, in Europa e negli Stati Uniti. Questo lavoro vuole essere, in qualche modo, una sorta di manuale di educazione sessuale in forma di trattati, tra provocatori e moralisti, che erano propri della “Ilustrazione francese”. Non possiamo dimenticare che uno dei più brillanti epigoni di questa fase storica e culturale fu il famoso Marchese de Sade. Nel lavoro del baiano, come deve essere, è una donna che inizia il lettore ad un’arte intima.

Tre anni dopo scrisse il romanzo Diario do farol che dà voce ad un torturatore. Tra i numerosi romanzi che in Brasile hanno trattato la questione della tortura ai tempi di piombo della dittatura, pochi sono così brutali e causano un impatto così grande come questo, che fa del lettore una vittima del narratore. Isolato in una torre in una isola persa e deserta, il protagonista sotto la luce luciferina del faro, racconta la sua vita in una confessione mista ad insulti per un impoteitico lettore che è reso complice dei suoi crimini ed eccessi. Si possono ricordare quei versi di Baudelaire, nella prefazione di Les fleurs du mal, “hypocrite lecteur – mio simile – mio fratello!”.

Allo stesso modo la voce del narratore di questo romanzo ci porta nelle navi più immonde della condizione umana e ci fa suoi complici. Ubaldo Ribeiro attraverso i suoi protagonisti non  tralascia nessuno dei tradimenti e umiliazioni di un essere umano che traspira risentimento e rancore da tutti i pori. Come ha rilevato giustamente Rita Olivieri Godet[5], questo romanzo racconta in forma romanzata gli stessi fatti che descrisse Elio Gaspari nel suo libro A ditadura escancarada che fu pubblicato lo stesso anno di Diario do farol e dove si raccolgono le testimonianze di alcuni torturatori del tempo della dittatura. Forse le due allegazioni – quella dello scrittore e quella del giornalista – aiutano a conoscere uno dei periodi più bui della storia del Brasile e servono come avviso ai responsabili sul fatto che i crimini non saranno lasciati in silenzio.

Uno può ricordare le parole di Maria da Fé in Viva il popolo brasiliano: le cose indegne della storia, seppur nascoste dai loro autori, rimarranno sempre nella memoria del popolo. Nessuno può ridurre al silenzio la verità e gli assassini saranno ricordati come coloro che furono assassini. Ubaldo non dice il nome del suo personaggio, e non è preciso: è la quintessenza del male, il volto più negativo della storia. Sembra che la sensualità e la tenerezza dei romanzi di Jorge Amado si trasformino nelle opere di Ubaldo Ribeiro nell’evidenza della malvagità dell’essere umano. La relazione dei personaggi che inizia con Getúlio e continua con Perilo Ambrosio, ci porta a questo Lucifero senza nome, che non sente compassione nemmeno per sé stesso e che nel suo essere indegno si paragona a tutti noi.

João Ubaldo Ribeiro è anche un grande autore di racconti che ha raccolto sotto diversi titoli come Venecacavalo e Outro Povo(1984) o Já podeis da patria filhos (1991) tra gli altri. In questi libri ha mostrato la sua capacità di meravigliare e la  fecondità nell’invenzione lessica. Oltre ad essere narratore, João Ubaldo è anche uno dei più lucidi critici del giornalismo brasiliano. Sa affermarsi, come nei suoi romanzi, nella realtà del quotidiano senza dimenticare il progetto utopistico al quale aspirano gli esseri umani, come fosse una promessa di felicità. Anche se è un sogno irrealizzabile, non significa che dobbiamo perdere la fiducia nel fatto di essere capaci di costruire un modo giusto e egualitario. Non si può dimenticare l’ultima frase del suo grande romanzo Viva il popolo brasiliano: “Nessuno guardò in alto e così nessuno vide, nel mezzo del temporale, lo Spirito dell’Essere Umano, errante, ma pieno di speranza, che vaga sulle acque senza luce della grande baia”. Se nell’epigrafe iniziale del romanzo Ubaldo Ribeiro propose di cambiare il senso della storia in questo suo ultima frase cambia l’inizio del Livro do Genesis. Forse la Storia è raccontata molto male e l’umanità finalmente potrà finalmente costruire un futuro onesto.

Traduzione in italiano di A.R.R.

[1] Carneiro Geraldo: Depoimento. In: Wilson Coutinho, João Ubaldo Ribeiro. Rio de Janeiro, 1998, p. 111
[2] Ubaldo Ribeiro, João, Um brasileiro em Berlim, Rio de Janeiro, 1995, p. 152
[3] Utéza, Francis: “Viva o povo brasileiro. O mistério da desencarnação”. In: Maria Nazareth Soares Fonseca (org.), Brasil afro-brasileiro. Belo Horizonte, 2010, PP. 253-268.
[4] João Ubaldo Ribeiro: “Entrevista”. Cadernos de Literatura Brasileira. Instituto Moreira Salles. N. 7 Marzo 1999, p. 49
[5] Op. Cit.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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TEXTO EM PORTUGÛES   (Testo in italiano)

Os romances de João Ubaldo Ribeiro: uma revisão da história do Brasil
de Antonio Maura
 
Os romances e crônicas do escritor baiano João Ubaldo Ribeiro têm suficiente dose de humor, erotismo, oralidade e compromisso político que Jorge Amado exigiria a um trabalho literário. Por outro lado, como alguns críticos têm apontado, o autor de Viva o povo brasileiro, na sua invenção duma oralidade, tem seu precedente no trabalho de Guimarães Rosa. Como escreve o poeta Geraldo Carneiro: “A obra dele não é um exercício naturalista de reprodução pura e simples da linguagem. Ela é uma invenção, uma invenção radical, com uma sintaxe própia, uma oralidade reiventada a través das palabras, uma falsa oralidade. É muito curioso que os dois maiores escritores brasileiros deste século, os dois Joões, o Ubaldo e o Rosa, tenham de certa maneira inventado a oralidade.”[1]

No entanto, embora na produção de Ubaldo Ribeiro dá para ver a influência das obras do mineiro — e não apenas a dele, mas também a dos autores do chamado romance regionalista ― não é nem um Rosa, cujas ressonâncias mesmo místicas ou metafísicas estão longe do espírito deste bahiano da ilha de Itaparica, nem dum Jorge Amado, que inventou uma terra e fez que muitos pensassem que aquela fantasia era o Brasil. Mas, apesar disso, sem dúvida João Ubaldo é um dos mais importantes herdeiros do grande bardo bahiano e uma bela coda para a narrativa regionalista. E como seu continuador e epígono traz ao duro realismo a recuperação ― ou si se quer a reinvenção ― da fala popular, que caracterizou a este grupo de romancistas, sua enorme capacidade imaginativa e um mimetismo mitico-burlesco que podería remontar-se ao Homero.

João Ubaldo Ribeiro nascido em 1941 na ilha de Itaparica é o filho de um eminente jurista, Manoel Ribeiro, a quem dedicou seu trabalho mais ambicioso: Viva o povo brasileiro. Da infância lembra a paixão que teve para ele a leitura ao ponto de, literalmente, devorar três livros por dia sem querer comer ou dormir, porque roubabam-lhe um tempo essencial para a sua atividade preferida. Numa crônica, intitulada "Memória de livros", que incluiou no seu livro Um brasileiro em Berlím, confessa: “Aos doze anos, eu já tinha lido, com efeitos às vezes sorprendentes, a maior parte da obra traduzida de Shakespeare, O elogio da loucura, As décadas de Tito Livio, D. Quixote (uma das ilustrações de Gustave Doré, mostrando monstros e personagens saindo dos livros de cavalaria do fidalgo me fez mal, porque eu passei a ver as mesmas coisas saindo dos livros da casa), adaptações especiais do Fausto e da Divina Comédia, a Ilíada, a Odisséia, vários ensayos de Montaigne, Poe, Alexandre Herculano, José de Alencar, Machado de Assis, Monteiro Lobato, Dickens, Dostoievski, Suetônio, os Exercícios espirituais de Santo Inácio de Loyola e mais não sei quantos outros clássicos”.[2]

Aos doze anos, diz em outra parte, ele conhecia perfeitamente o inglês, e contam seus amigos que, de quando em quando, imita a perfeição e graça insuperável a fala de artistas conhecidos como Louis Amstrong, Frank Sinatra ou Richard Burton. De fato, João Ubaldo traduziu para essa língua Sargento Getúlio e Viva o povo brasileiro, romances de evidente complexidade lexica.
Depois de se formar em direito, estudou Ciência Política na USA e, após seu retorno ao Brasil, trabalhou como jornalista e formou parte desse grupo de baianos que, na década de 1960, revitalizou culturalmente o país: cineastas como Glauber Rocha, poetas e cantores como Caetano Veloso, Maria Bethânia e Gilberto Gil estão entre seus amigos.

Em 1968, ele publicou seu romance de estréia, Setembro não tem sentido e, três anos mais tarde, Sargento Getúlio, obra com a que se deu a conhecer pelo público e a crítica. Seu amigo, o escritor Jorge Amado, num artigo publicado o mesmo ano da edição do livro, assegura que é um romance “que nasceu como um clássico, sendo, ao mesmo tempo, extremamente moderno, a estrutura narrativa densa e seu estilo de qualidade insuperável.” En Sargento Getúlio se serve da fala popular do Estado de Sergipe, que o escritor conheceu na sua infância, para articular a voz de um militar, capanga ou yagunzo, ás ordens de um político local, que transporta, desde uma pequena cidade do interior para a capital do Estado, a um prisioneiro detido pelo fato de ser um simples inimigo político ou um revolucionário: algo que nunca saberemos, já que o soldado, carregando-o apenas, limita-se a cumprir ordens e não põe em questião a ordem estabelecida. A oralidade da narrativa pode chegar  a paroxismos idiomáticos semelhantes aos usados por Guimarães Rosa na sua estória Meu tio ou Iauaratê. Por outra parte, o protagonista, Getúlio, na sua inocência insultante, só poderia ser comparado na literatura européia, ao Meursault, o personagem de L' étranger, de Albert Camus.

Do fim da década de 1970 é Vila Real, romance que mostra a luta de um povo contra os interesses capitalistas que buscam converter uma terra de camponeses em um lugar dedicado à mineração, baixo o control de uma empresa multinacional. Os moradores perdem seus directos sobre uma terra da que são expulsos pela força. Mas este livro é, fundamentalmente, a história de Argemiro, líder natural dos sem-terra, cuja personalidade é perfeitamente descrita no romance. O personagem de Argemiro é, em certa forma, o contraponto de Getúlio.

Por enquanto, a grande obra de Ubaldo Ribeiro não será publicada até a mitade da  seguinte década: o magnífico friso narrativo da história da ilha de Itaparica e de o Brasil: Viva o povo brasileiro (1984). Em mais de seiscentas páginas o romancista baiano conta as vidas lendárias, imaginárias, possíveis e ilusórias das gentes que habitam a ilha: portugueses e holandeses, que tinham vindo da Europa, escravos africanos e indígenas que praticavam o canibalismo. Suas personagens sintetizam maravilhosamente os diferentes prototipos do Brasil colonial: de uma parte a oligarquia decadente e egoísta, da que o escritor oferece uma imagem plásticamente impressionante e, de outra, a gente do povo que é retratada com carinho e uma cumplicidade que será um dos traços do autor.

Talvez um dos personagens mais carismáticos do romance é Maria da Fe, ou Dafe, que herdou uma tradição de mulheres nordestinas de caráter como foram Tereza Batista ou Tieta do Agreste: populares protagonistas dos romances homônimas de Jorge Amado. Os dois mundos ― o da gente do povo mestiço ou mulato de uma parte e, de outra, o ordinário, a seu pesar, dos fazendeiros, aristocratas mediocres e extorsionários vários ―, são absolutamente inrreconciliáveis com a única excepção do mulato Patrício Macário, que, apesar de sua origem e por causa da cor da sua pele, acaba por se incorporar ao povo na sua luta e sua tradição. E entre os dois mundos se encontra o “poleiro das almas”: uma área mitico-fantastica onde vivem os espíritos que são invocados pela palabra e as danças das cerimônias de Umbanda e Candomblé. Toda a magia dos três estratos sociais e espirituais e das três raças, que são traço distintivo do Nordeste do Brasil, se juntam neste romance hilariante às vezes, mas também trágico, sarcástico, violento, erótico, meigo e, acima de tudo, humano.

O romance pertence ao chamado realismo mágico? Acho que, em honra da verdade, que mais que de realismo mágico, debe-se falar de uma fábula espejeante inventada para retratar a sensual e luminosa realidade duma região brasileira. Os quinhentos anos da história do grande país americano são rememorados, reinventados e apresentados novamente numa escrita como friso mítico de força incalculável. O autor diz que Maria da Fé  “sentía como se houvesse uma espécie de canastra, uma arca, onde as respostas, pela obra de gente como ela, da qual existia mais do que se pensava, se acumulariam, até que alguem as pudesse entretecer num todo único.” E é esse tudo único como escrita junto a evidência de que “o povo era o verdadeiro dono do país, não aqueles que o subjugavam para consecução dos próprios interesses”, o que tornou possível Viva o povo brasileiro. Mas não é só a recuperação de alguns fatos e alguns caracteres não tidos em conta pela história oficial, o romance não é só a descrição de uma realidade mágica, mas também uma relação do mal que habita no homem como Francis Utéza e Rita Olivieri Godet recordaram em dois estudos imprescindíveis sobre este livro.[3]

Esta dinâmica da escrita quer modelar uma imagem do Brasil, concentrada como um talismã na ilha de Itaparica, criando um padrão ideológico que pode servir como uma nova interpretação histórica. A recuperação do canibalismo, a travês duma forma mais plástica e transcendente da que imaginara Oswald de Andrade em seu Manifesto Antropofágico, e a descrição das práticas e crenças afro-brasileiras acabaram por mudar o discurso ideológico judaico-cristão proprio da tradição portuguesa. Assim surge uma nova versão da história, neste caso romanceada, mas com uma vocação exigente de rigurosidade. A sentença que, como citação ou epígrafe, se situa no frontispício do romance, é muito significativa:
“O segredo da Verdade é o seguinte: não existem fatos, só existem histórias.”

Essa frase aparentemente simples mostra o interesse histórico pela verdade histórica, que também poderia ser aliás filosófica, ao transformar não só uma versão da realidade, mas os alicerces em que esta se baseia. Inevitavelmente, o referido epígrafe aponta para a primeira proposição do Tractatus, de Wittgenstein: “o mundo é a totalidade dos fatos, não das coisas.” Com a mesma expressividade do filósofo é pronunciada a resposta do romancista para corrigi-lo. Não há nenhum fato para articular uma ciência ou uma língua, mas histórias, versões do que aconteceu ou acontece.  Não o que foi ou que é, mas o que se conta, é o que certamente importa, o que é a verdade. E esta Verdade ― filosófica ou histórica — é a que se oferece ao leitor.

Cinco anos depois de escrever uma epopeia semelhante, João Ubaldo publica O sorriso do lagarto: uma narrativa entre fantástica e realista, que poderia qualificar-se como um romance científico: existem híbridos de humanos com macacos?, pergunta um dos seus personagens a um cientista bébado e fofoqueiro. “Pelo menos já se conseguiram embriões in vitro”, responde este último, um biólogo chamado João ― como o autor do romance — que, por sua vez, parece estar mais interessado no nome que deverá ter o esquisito monstro que pelas suas características físicas. Mais uma vez é o humor, o erotismo e a sensualidade os principais padrões de uma narrativa em que vemos aparecer a corrupção política, a ambição económica e social, e a paixão.

O sorriso do lagarto, confessou o seu autor, “foi muito subestimado no Brasil, mas ainda acho que tinha razão no que propunha.” Talvez o fato de que esta narrativa teve menos sucesso do que outras de suas obras é devido a proposta um tanto forçada de produzir artificialmente uma nova criatura biológica, não obstante seja possível. Por enquanto, o escritor mostra ― com uma piscadela irônica ― que as decisões mais absurdas, as mais carentes de coerência, tendem a ser, por outro lado, as finalmente impostas: o que domina o ser humano é precisamente o irracional e o insano. João Ubaldo confessou em uma entrevista: “É o meu livro mais amargo”.[4] E não há nenhuma dúvida que neste romance se manifesta o mal intrínseco da alma humana que já tinha apresentado na figura de Getúlio e, principalmente, em Perilo Ambrósio, de Viva o povo brasileiro.

Talvez assustado pela sua própria lucidez, João Ubaldo escrebeu em 1997 uma bela fábula: O feitiço da Ilha do pavão. Para preencher a sua imaginária e fantástica ilha Ubaldo recupera o universo do século XVIII, que inspirou muitas passagens de Viva o povo brasileiro. Novamente, são dois mundos oportos: duma parte o dos exploradores de esclavos e, de outra, aquele em que predominam a coragem e a nobreza do povo mestiço e mulato do Brasil. Curiosamente, uma das personagens do romance, o preto Jorge Diogo, atingindo a coroa de rei com o nome de Alfonso Jorge II, propõe uma aristocracia de puros brancos e puros pretos congolêses. A corte do monarca tem Barões, Viscondes, Condes, Marqueses e outros nobres. Negros não congoleses, assim como mestiços destas nações ou índios, não podem entrar, a não ser em cativeiro. Novamente é o humor que suaviza a irracionalidade do racismo. Nesta grotesca corte vive uma coleção de tipos humanos, que já tinham aparecido com outros nomes e outras histórias em Viva o povo brasileiro.

Finalmente, o feitiço que é aludido no título do livro não é outro senão o sonho de igualdade, de sabedoria e de convivência entre todos os seres humanos. E como os sonhos ocorrem quando dormimos, a ilha é apenas visível no escuro. A ironia, o humor corrosivo, a sensualidade e o erotismo se tornam novamente os ingredientes de uma escrita com que seu autor pretende provocar uma reflexão enquanto divertir ao leitor. E talvez seja esta a razão para o sucesso de João Ubaldo Ribeiro: sua vontade de ensinar enquanto entretém.

Em 1999, encomendado pela Editora Objetiva, João Ubaldo publicou um romance em que aborda a luxúria brasileira e faz parte de uma coleção que, com diferentes autores, quer romancear os sete pecados capitais. Assim nasceu A casa dos Budas ditosos, que teve bons índices de leitura no Brasil, na Europa e nos Estados Unidos. Este trabalho quer ser, de alguma forma, uma espécie de manual de educação sexual na forma dos tratados, entre desafiantes e morales, que eram próprios da Ilustração francêsa. Não podemos esquecer que um dos mais brilhantes epígonos dessa fase histórica e cultural foi o famoso Marquês de Sade. No trabalho do bahiano, como debe ser, é uma mulher a que inicia ao leitor em uma arte tão íntima como saborosa.

Três anos mais tarde, ele escreveu um romance arrepiante, Diário do farol, que dá voz a um torturador. Entre os numerosos romances que, no Brasil, tem tratado a questão da tortura nos tempos de chumbo da ditadura, poucos são tão brutais e causam um impacto tão grande como este que faz do leitor uma vítima do narrador. Isolado numa torre, em uma ilha perdida e deserta, o protagonista, sob a luciferina luz do farol, conta sua vida em uma confissão temperada com insultos para um leitor hipotético que é feito cúmplice de seus crimes e excessos. Podem-se lembrar aqueles versos de Baudelaire, no prefácio de Les fleurs du mal, “hypocrite lecteur, — mon semblable, — mon frère!” Da mesma forma a voz do narrador deste romance nos leva para os porões mais imundos da condição humana e nos faz seus cúmplices. Ubaldo Ribeiro, através de seu protagonista, não nos poupa nenhuma das traições e humilhações de um ser humano que respira ressentimento e rancor por todos os seus poros. Como assinalou muito oportunamente Rita Olivieri Godet[5], este romance conta na forma romanceada os fatos mesmos que descreveu Elio Gaspari no seu livro A ditadura escancarada, que foi publicado o mesmo ano que Diário do farol, e onde se recolhem os testemunhos de alguns torturadores do tempo da ditadura.

Talvez as duas alegações — a do escritor e a do jornalista ― ajudem a conhecer um dos períodos mais negros da história do Brasil e servam como aviso para os responsaveis de que os crimes não serão silenciados. Um pode lembrar as palavras de Maria da Fé, em Viva o povo brasileiro: as indignidades da história, por muito que queram escondé-las os seus autores, permaneceram na memória do povo. Ninguém pode silenciar a verdade e os assassinos serão lembrados como o que foram. Ubaldo não diz o nome de sua personagem, pois não é preciso: é a quintessência do mal, o rosto mais negativo da história. Parece como se a sensualidade e a meguice dos romances de Jorge Amado se transformá-se, nas obras de Ubaldo Ribeiro, na evidência da maldade do homem. A relação das personagens que se inícia com Getúlio e continua com Perilo Ambrósio leva-nos a este Lúcifer sem nome, que não sente compaixão nem por si mesmo e que, em sua indignidade, se compara a todos nos.

João Ubaldo Ribeiro é também um grande autor de contos que recolheu sob títulos diferentes, tais como Venecacavalo e Outro povo (1984) ou Já podeis da pátria filhos (1991), entre outros. Neste livros tem demonstrado sua capacidade de maravilharr e a sua fecundidade na invenção léxica. Além de narrador, João Ubaldo é também um dos mais lúcidos críticos do jornalismo brasileiro. Pois ele sabe, como em seus romances, se afirmar na realidade do dia a dia sem esquecer o projeto utópico a que aspiramos, como uma promessa de felicidade, os seres humanos. Embora seja um sonho irrealizable, não por isso devemos perder a confiança de ser capazes de construir um mundo justo e igualitário. Não pode ser esquecida a última frase de seu grande romance Viva o povo brasileiro:
“Ninguém olhou para cima e assim ninguém viu, no meio do temporal, o Espírito do Homem, erradio mas cheio de esperanza, vagando sobre as águas sem luz da grande baía.” Se no epígrafe inicial do romance Ubaldo Ribeiro propôs mudar o sentido da história, neste seu último parágrafo muda singularmente o início do Livro do Gênesis. Talvez a História esteja mal contada, e a humanidade finalmente possa construir um futuro honesto.


[1] Carneiro, Geraldo, Depoimento. In: Wilson Coutinho, João Ubaldo Ribeiro. Rio de Janeiro, 1998. pg. 111.
 
[2] Ubaldo Ribeiro, João, Um brasileiro em Berlim. Rio de Janeiro, 1995. pg. 152.
 
[3] Utéza, Francis. “Viva o povo brasileiro. O mistério da desencarnação”. In: Maria Nazareth Soares Fonseca (org.), Brasil afro-brasileiro. Bello Horizonte, 2010. pp. 253-268.
Olivieri Godet, Rita. “Sujeito totalitário e violência em Viva o povo brasileiro e Diário do farol”. In: João Ubaldo Ribeiro, Obra seleta. Rio de Janeiro, 2005. pp. 145-162.
[4] João Ubaldo Ribeiro, “Entrevista”. Cadernos de Literatura Brasileira. Instituto Moreira Salles. Nº 7.Março de 1999, p. 49.
[5] Op. Cit.
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Antonio Maura (Bilbao, 1953). Escritor, crítico, traductor, profesor universitario. Ha escrito diferentes libros entre los que se encuentran Piedra y Cenizas (cuentos), Voz de Humo (Premio Castilla La Mancha de Novela Corta en 1989), Ayno (novela) y Semilla de Eternidad (novela). Ha escrito dos libretos de ópera para la compositora española Zulema de la Cruz (Tagol y El niño y la luna), el ciclo de canciones Sendero de silencios y los reunidos bajo los títulos Canciones de Tasia y Agua y Sueño.
Es licenciado en Filosofía y Letras (Rama de Filosofía Pura) por la Universidad Autónoma de Madrid y en Ciencias de la Información (Rama de Periodismo) por la Universidad Complutense de Madrid. Se doctoró en Filología Románica por la Universidad Complutense de Madrid con la primera tesis defendida en una universidad española sobre literatura brasileña: El discurso narrativo de Clarice Lispector (Octubre, 1997). Experto en literatura brasileña, es Socio Correspondiente de la Academia Brasileña de Letras (Julio, 2011). Ha sido director de la Cátedra de Estudios Brasileños en la Universidad Complutense de Madrid desde 2004 a 2009 y es, además, asesor de la Fundación Cultural Hispano-Brasileña y de diferentes instituciones sobre temas brasileños. Ha impartido numerosas conferencias en diferentes universidades españolas o en instituciones españolas y americanas. Ha publicado más de un centenar de trabajos sobre cultura brasileña y de otros ámbitos.
Es colaborador habitual de diferentes revistas culturales y autor de la traducción de Casa Grande & Senzala, de Gilberto Freyre (Marcial Pons. Madrid, 2010). Por sus trabajos de divulgación de la cultura brasileña ha obtenido los siguientes premios y distinciones: Premio de Cultura-2011 de la Cámara de Comercio Brasil-España, la medalla de la Ordem do Rio Branco, en grado de oficial, concedida por el Ministerio de Asuntos Exteriores de Brasil (Itamaraty) en 1997, el premio Os Melhores de 1996, concedido por la Associação de Críticos de Arte de São Paulo a la mejor divulgación en el exterior de la literatura brasileña, y el premio Machado de Assis (1993) por su labor en favor de la cultura brasileña.
 
Antonio Maura (Bilbao, 1953). Scrittore, critico, traduttore, professore universitário. Ha scritto diversi libri tra cui ricordiamo Piedra y Cenizas (racconti), Voz de Humo (Premio Castilla La Mancha de Novela Corta nel 1989), Ayno (novella) y Semilla de Eternidad (novella). Ha scritti dei libri di Opera per la compositrice spagnola  Zulema de la Cruz (Tagol y El niño y la luna), il ciclo di canzoni Sendero de silencios y quelli riuniti sotto il titolo Canciones de Tasia y Agua y Sueño.
E’ laureato in Filosofia e Lettere (Rama de Filosofía Pura) alla Universidad Autónoma de Madrid e in Scienze dell’Informazione (Rama de Periodismo) alla  Universidad Complutense de Madrid. Ha un dottorato in Filología Románica alla Universidad Complutense de Madrid con la prima tesi difesa in una università spagnola sulla letteratura brasiliana: El discurso narrativo de Clarice Lispector (Ottobre 1997). Specialista in Letteratura Brasiliana è Socio Corrispondente dell’Accademia Brasileira di Lettere (Luglio 2011). E’ stato direttore della Cattedra di Estudios Brasileños nella Universidad Complutense de Madrid dal 2004 al 2009 e inoltre è assessore della  Fundación Cultural Hispano-Brasileña e di diverse istituzioni su temi brasiliani. Ha tenuto numerose conferenze in diverse università spagnole e in istituzioni spagnole e americane. Ha pubblicato più di un centinaio di lavori su cultura brasiliana e altri ambiti. E’ collaboratore abituale di diverse riviste culturali e autore della traduzione di
Casa Grande & Senzala, de Gilberto Freyre (Marcial Pons. Madrid, 2010). Per i suoi lavori di divulgazione della cultura brasiliana ha ottenuto i seguenti Premi e riconoscimenti: Premio de Cultura-2011 de la Cámara de Comercio Brasil-España, la medaglia dell’ Ordem do Rio Branco, in grado di ufficiale, concessa dal Ministero degli Esteri del Brasile nel 1997, il Os Melhores de 1996, concesso dall’Associazione di Critici di Arte di São Paulo per la migliore divulgazione all’estero della letteratura brasiliana e il premio Machado de Assis (1993) per il suo lavoro in favore della cultura brasiliana.