Sul palco Maria Bethânia, il drammatico gioco pessoano - PRIMA PARTE -
Cássia Lopes
Maria Bethania,1971.Collezione Arquivo Nacional
TESTO IN ITALIANO (Texto em português)
Visitando la Casa di Fernando Pessoa, situata nel quartiere Campo de Ourique di Lisbona, dove il poeta trascorse gli ultimi 15 anni della sua vita, i visitatori possono ammirare fotografie dello scrittore portoghese, nato il 13 giugno 1888 e scomparso il 30 novembre 1935. In questa casa, divenuta uno spazio dedicato alla costruzione della memoria del poeta, si trova la sua camera da letto: un letto singolo, un mobile con cassetti, un comodino e il famoso baule dove custodiva i suoi numerosi scritti, tra cui poesie, racconti e testi vari.
Inoltre, i visitatori possono sfogliare i suoi numerosi libri, parte della biblioteca privata, e alcuni oggetti personali come la macchina da scrivere; insomma, trovano elementi che in qualche modo compongono l'atmosfera poetica dello scrittore. Infine, è possibile ascoltare versi delle poesie dell'autore portoghese tramite un dispositivo elettronico con cuffie. Tra le voci dedicate alla lettura dei versi di Pessoa, spicca l'inconfondibile timbro di Maria Bethânia.
Non mi ha sorpreso sentire la dizione di questa cantante brasiliana intrecciarsi con la poesia di Pessoa, poiché l'artista baiana, originaria di Santo Amaro da Purificação, è da sempre una grande lettrice del poeta lisbonese. In molti dei suoi spettacoli, l'artista ha intrecciato le sue canzoni con le poesie di Pessoa, diventando così un'importante promotrice della letteratura in lingua portoghese, creando su ogni palco la terza sponda della lingua dove il fiume della sua arte può sempre scorrere con intensità e grande bellezza.
Nel 2015, per celebrare il 50° anniversario della carriera della cantante brasiliana, l'UFMG (Università Federale di Minas Gerais) ha pubblicato un libro intitolato *Caderno de Poesias: Maria Bethânia* (Quaderno di poesie: Maria Bethânia), contenente poesie presentate nel progetto *Sentimento do Mundo* (Sentimento del Mondo), creato dall'Università Federale di Minas Gerais nel 2007, in occasione della performance *Leituras de textos e poemas reunidos* (Letture di testi e poesie raccolte) del 17 marzo 2009.
Con l'obiettivo di promuovere la lettura di poesia in ambito universitario, il titolo del progetto allude al poeta di Minas Gerais Carlos Drummond de Andrade e ha visto la partecipazione di personalità di spicco come Maria Bethânia. Questo libro, ideato da Maria Bethânia, Heloisa Maria Murgel Starling, Wander Miranda e Gringo Cardia, nasce proprio come estensione di quella performance. La proposta era proprio quella di raccogliere le poesie, le canzoni e i testi di narrativa selezionati da Maria Bethânia per la performance e il ciclo di letture, oltre a brevi saggi biografici sugli autori presenti nel progetto.
Questi ultimi testi sono stati scritti da diversi ricercatori e specialisti universitari provenienti da diverse regioni del Brasile, tra cui includo me stessa con un testo su Gilberto Gil. Oltre a questo mosaico di testi, il libro presenta immagini di rinomati artisti brasiliani:
Su invito dell'UFMG, ho creato questa lettura; ho scelto testi che ho recitato nel corso della mia vita durante le mie performance come cantante. Alcuni di voi mi hanno già visto sul palco, dove oso e mi diverto ad esprimermi anche attraverso la parola. Mi piace prestare la mia vita e la mia voce alle storie, ai personaggi che rivelano gli autori.
So che leggere, ascoltare e recitare poesia oggi, in quest'epoca di tanto distacco, di tanta fretta, è un compito difficile. È come provocare il mondo, offendere il mondo; viviamo come se il silenzio e la delicatezza non fossero più appropriati. Ma lo sono ancora, e mi commuovono e mi tradiscono. (Maria Bethânia, 2015, p. 30)
La concezione stessa del libro riunisce diverse manifestazioni artistiche: pittura, poesia, saggio biografico e canzone. Tutto ciò si traduce in un modo di pensare al linguaggio artistico la cui proposta dialogica non fa che arricchire i vari campi del sapere e, al tempo stesso, invita il lettore contemporaneo ad attraversare diverse espressioni artistiche a partire dalla canzone brasiliana. Questo fenomeno si spiega con l'enorme qualità compositiva del canzoniere brasiliano, con la sua alta carica poetica, che è riuscita a infrangere le barriere invalicabili che separano l'erudito dal popolare nella scena culturale del paese.
I. L'ETICA E L'ESTETICA DEL PALCOSCENICO DI MARIA BETHÂNIA
Come previsto, il libro “Caderno de poesia: Maria Bethânia” non poteva non considerare le poesie di Fernando Pessoa, un poeta con cui la cantante costruisce una vita sul palcoscenico; una fonte di ispirazione per l'artista per comporre i suoi spettacoli, una forza creativa con cui instaura un patto poetico e ludico. Nel seguente frammento di testo, questa donna di Bahia dichiara apertamente che la poesia di Pessoa è parte della sua esistenza, una voce cruciale nella sua vita, ciò che "sostiene il suo respiro", cioè è intrecciata con lil pneuma, che, per molti filosofi, specialmente gli stoici, significa lo spirito stesso, il respiro che anima ogni cosa, ovvero la volontà creativa stessa:
Ho accettato di fare questa lettura perché è stata creata per una scuola. Trovo preziosa e bella l'idea di portare espressioni artistiche in classe. L'ho fatto in diversi posti, sempre ricevendo scuole con i loro insegnanti e studenti, o andando io da loro, cosa che per me è una gioia, un onore. L'ho fatto alla Casa di Fernando Pessoa, in Portogallo. Ho letto poesie nella casa del mio poeta, il poeta della mia vita, la fonte della mia sete. Un poeta che sostiene il mio respiro, il ritmo inquieto del mio cuore. (Maria Bethânia, 2015, p. 31)
Le poesie selezionate di Fernando Pessoa e di altri autori, che compongono il progetto del libro, formano un tessuto di soggettività che vincola anche la prospettiva biografica della cantante. In questo caso, il bricolage poetico, come componente dell'estetica degli spettacoli e anche del libro “Cadernos de poesia: Maria Bethânia”, costituisce un saggio biografico e drammatico poiché la lettura rivela le sue predilezioni poetiche e gli affetti condivisi che segnano uno stile unico nel modo in cui concepisce i suoi spettacoli e la sua stessa esistenza.
C'è un messaggio che Maria Bethânia decifra nel nome di Fernando António Nogueira Pessoa. In questo senso, lo spazio soggettivo finisce per interconnettersi con un progetto stile Pessoa, la cui eteronimia costruisce un gioco drammatico, in cui Pessoa diventa molte persone. Si realizza così un'esperienza con il pensiero di Pessoa e tutto ciò che esso implica: la messa in scena di se stessi.
Questa pratica comporta un incontro di molteplici voci, con processi di cattura di idiosincrasie, sfumature esistenziali e filtraggio delle sensazioni vissute da ciascuna forma di percezione della realtà. In breve, l'intero processo eteronimico non si riduce a mera rappresentazione, ma finisce per amalgamare diverse intersezioni attraverso diverse geografie che costituiscono il paesaggio esterno in cui Maria Bethânia respira la propria esistenza e al contempo svolge il suo esercizio artistico. Il palcoscenico è, per lei, un campo in cui la vita fisica si agita, inseparabile, naturalmente, dalla sua dimensione etica ed estetica.
In questo senso, il palcoscenico ridefinisce ciò che viene caratterizzato come spazio della soggettività e della costruzione biografica. Per Maria Bethânia, il palcoscenico diventa un luogo di sperimentazione, un'espressione espansiva del corpo, della sua voce e della messa in scena di molteplici sfaccettature attraverso letture e la memoria affettiva della cantante. Allo stesso tempo, il palcoscenico si trasforma in un'esperienza di “mise en abyme”, in cui il soggetto si rispecchia in molti testi e si vede come spettatore di se stesso, come il Proteo dai mille volti, negli echi dei testi delle canzoni e nelle voci di tanti poeti. In una relazione speculare, lo sguardo si perde in Fernando Pessoa e in tante altre persone, con infiniti incontri entro i limiti del tempo. Così, l'artista che occupa la forza centripeta verso cui tutto converge, assume anche il cerchio danzante, in una fine rotazione poetica centrifuga:
Ho una sorta di dovere di sognare, sempre, perché,
non essendo più, né volendo essere più che uno
spettatore di me stesso, devo avere il miglior
spettacolo possibile. Così mi costruisco in oro e sete,
in stanze immaginarie, palcoscenico fittizio, scenografie antiche,
un sogno creato tra giochi di luci soffuse e musica visibile.[1]
Tra “oro e sete”, che allegorizza non solo i costumi e le scenografie antiche di un teatro, si costruisce il soggetto poetico, ma anche la cantante, la cui dimensione biografica diventa inseparabile dal palcoscenico dove canta e recita le poesie. I versi di Pessoa, presentati in precedenza, scivolano sul palcoscenico e si fondono con la vita dell'artista: “Un sogno creato tra giochi di luci soffuse e musica visibile”. Il patto pessoano si configura quindi come un movimento privo di un centro, in un prevedibile declino da una focalizzazione meno statica e più estetica a un'esperienza artistica la cui funzione interpretativa si trasforma nell'esplorazione di territori di altri mondi e sensazioni.
Portando Fernando Pessoa sul palcoscenico, numerose immagini e sensazioni poetiche fanno fluttuare il cerchio del girotondo lungo tutta la performance, in gesti drammatici che alludono alla creazione di uno spazio caleidoscopico in cui si evocano molteplici volti. Il viaggio si snoda così lungo la terza sponda del linguaggio, anch'essa integrata nel palcoscenico, in una continua duplicazione di esistenze, con slittamenti spaziali che ritornano sempre al fiume dell'infanzia, a Santo Amaro da Purificação, al fiume Subaé, ma anche ad altri fiumi che attraversano il villaggio di Fernando Pessoa e Guimarães Rosa, per citare un altro nome caro alla poetica di Maria Bethânia.
Così, la cantante rende possibile pensare a una conoscenza gioiosa o a una scienza gioiosa. Nel suo libro “La gaia scienza: un breve viaggio”, Friedrich Nietzsche concepisce la gaia scienza come uno spirito di resistenza, dopo un periodo di malattia, privazione o impotenza di fronte alla vita e alla routine quotidiana: "Dobbiamo continuamente dare alla luce i nostri pensieri in mezzo al nostro dolore, donando loro maternamente tutto il sangue, il cuore, il fuoco, il piacere, la passione, il tormento, la coscienza, il destino e la sorte che sono in noi." (NIETZSCHE, 2001, p. 13) E non possiamo dimenticare quanto fosse difficile per l'artista baiana vivere la sua arte durante la dittatura militare in Brasile.
Così, la conoscenza gaia emerge come un segno di salute, di reinvenzione di sé, nel ritmo della convalescenza, in un chiaro rapporto tra arte e clinica: "La gioia di ritrovare le forze" (NIETZSCHE, 2001, p. 9). Fin dallo spettacolo Rosa dos Ventos (1971), Maria Bethânia ha fatto della poesia un campo di forza attraverso il quale si percorrono nuove strade, modi di attraversare altri itinerari esistenziali, di esplorare le possibilità della vita[2].
È il linguaggio stesso del vento, della vita inquieta, che si agita. In questo senso, portare sul palco Fernando Pessoa e tante altre voci poetiche, accanto al canto, costituisce una dinamica artistica che fa muovere il corpo e, al tempo stesso, traduce sensazioni e pensieri in una foresta di segni, in cui la danza si disegna anche nei versi letti. Le parole acquistano corpo e visibilità nella voce della cantante; costruiscono una "sensazione del mondo", invitando a sentire le pulsazioni del presente.
E gli spettatori finiscono per essere invitati a esercitarsi come esseri viventi della parola parlata, con contrazioni e rilassamenti muscolari in risposta ai testi interpretati dal cantante. Si costituisce dunque una conoscenza gioiosa: "Vivere: questo significa, per noi, trasformare in luce e fiamma tutto ciò che siamo e tutto ciò che ci influenza" (NIETZSCHE. 2001. p. 13)".
Nella genealogia dei gesti della cantante sul palcoscenico, si può affermare che Maria Bethânia elabora anche un'etica del palcoscenico. Per farlo, è necessario comprendere la nozione di etica che può essere elaborata in questo contesto di lettura. La premessa da sollevare riguarda il concetto differenziato di ethos, che non si riduce all'insieme di norme e regolamenti di condotta stabiliti, ad esempio, tra la cantante e i suoi musicisti, tra l'artista e il suo pubblico, tra l'interprete e i suoi poeti preferiti, ma costituisce l'etica dell'artista.
A questo proposito, torniamo alla lettura di Oswaldo Giacoia Jr. su Giorgio Agamben, riguardo alla comprensione dell'approccio etico. Da una prospettiva genealogica, il primo riprende la nozione di etica formulata da Eraclito di Efeso, secondo cui «il carattere stesso dell'uomo è il suo demone» (GIACOIA, 2018, p. 28). Secondo Giacoia, fu Heidegger ad aggiornare audacemente la traduzione di questa frase eraclitea, secondo la quale l'etica sarebbe «la dimora dell'uomo», ovvero «la dimora (familiare) è per l'uomo l'apertura alla presenza di Dio (l'insolito)». (GIACOIA. 2018. p. 29)
In questo ambito interpretativo, precisamente in modo aperto, si stabilisce lo spazio dell'ethos. Questa insolita concezione del concetto di etica diventa importante per pensare al palcoscenico di Maria Bethânia, proprio nella sua performance di apertura, come modo di presentare valori etici ed estetici, in un matrimonio inscindibile.
In questo senso, il palcoscenico si configura come una dimora molto speciale per la cantante, ovvero un luogo a lei familiare, uno spazio di azione sul mondo; è anche un rifugio per i suoi sogni e le sue preoccupazioni esistenziali. In questo caso, il palcoscenico mette in scena un modo di vivere che non è dato al soggetto a priori, ma che viene incessantemente costruito e ricostruito con l'espansione del corpo – della physis – sulla scena. In questa dimora, in cui la cantante vive insieme ai suoi dei, con i suoi cari, i suoi poeti e autori delle canzoni che interpreta, emerge un modo di esistere inseparabile dal suo palcoscenico artistico.
Così, L'etica trascende i limiti del quadro filosofico, così come le sue prerogative di costumi e determinazioni comportamentali, poiché costituisce, prima di tutto, un modo di essere.
I
n questo arco di riflessione, c'è un messaggio che Maria Bethânia decifra nel nome di Fernando Pessoa, che non si limita solo ai versi del poeta recitati nei suoi spettacoli. Il poeta portoghese è nato il 13 giugno, lo stesso giorno in cui si celebra Sant'Antonio, onorato dalla voce della cantante nel suo percorso artistico a Santo Amaro e diffuso in tutto il Brasile: "Che ne sarebbe di me, mio Dio, senza la fede in Antonio?".
Il nome del poeta Fernando Antônio Nogueira Pessoa inizialmente si riferisce al santo patrono di Lisbona (1195), che si celebra anch'esso il 13 giugno nella capitale del Portogallo e che si chiamava Fernando de Bulhões. Solo più tardi, all'età di 25 anni, adottò il nome Antonio, quando entrò nell'Ordine francescano. Sant'Antonio, le cui spoglie mortali furono poi collocate nella sua chiesa a Padova, ha spinto anche gli italiani a riscoprire le sue origini e la sua presenza nell'immaginario italiano.
Questo stesso Santo, poliedrico nei suoi viaggi, la cui devozione giunse in Brasile durante il periodo coloniale, è oggetto di credenze e celebrazioni popolari in terra brasiliana, il che lo rende anche un nostro santo, entrando a far parte del nostro immaginario festivo, con novene di tredici giorni accompagnate da musica, bevande e buon cibo.
Basti ricordare che a Salvador, questo santo dà il nome ad un quartiere, Santo Antônio além do Carmo, la cui zona bohémien della capitale Bahia è teatro di tante preghiere nelle case e nella chiesa che porta il suo nome. Si crea così un'atmosfera simbolica e una risonanza musicale in relazione al nome di Pessoa che già, nella sua origine, porta con sé una dimensione di collettività, nel contesto storico di Lisbona, ma anche nella biografia della cantante, nel suo ambiente familiare a Santo Amaro da Purificação, con le novene di tredici giorni cantate da sua madre, D. Canô, in omaggio al santo portoghese.
[1] Bernardo Soares. (Fernando Pessoa). O livro do desassossego. In: Maria Bethânia. Caderno de Poesia. Belo Horizonte: UFMG, 2015. p. 101.
[2] Secondo José Miguel Wisnik, una caratteristica distintiva della musica popolare brasiliana è “la permeabilità che si è instaurata al suo interno fin dalla bossa nova tra la cosiddetta alta cultura e le produzioni popolari, formando un campo di intersezione molto difficile da comprendere alla luce della consueta distinzione tra musica d'intrattenimento e musica informativa e creativa. Nella canzone popolare brasiliana degli ultimi tre decenni si ritrovano basi portoghesi e africane con elementi di jazz e musica da concerto, rock, pop internazionale e avanguardia sperimentale, impegnati in un intenso dialogo con la cultura letteraria, visiva, cinematografica e teatrale”. Cfr. WISNIK, José Miguel. A Gaia Ciência: literatura e música popular no Brasil. In: Op. cit. p.215.
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Cássia Lopes. Docente ordinario di Teoria letteraria presso l'Istituto di Lettere dell'Università Federale di Bahia. Ricercatrice in produttività presso il CNPq. Membro permanente del corpo docente del Corso di Laurea Magistrale in Letteratura e Cultura e del Corso di Laurea Magistrale in Arti Performative presso l'Università Federale di Bahia.
Traduzione dal portoghese: Antonella Rita Roscilli
© SARAPEGBE
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TEXTO EM PORTUGUÊS (Testo in italiano)No palco, Maria Bethânia: o jogo dramático pessoano
Cássia Lopes
Maria Bethania,1971.Collezione Arquivo Nacional
Quando se vai à Casa de Fernando Pessoa, situada no bairro Campo de Ourique, em Lisboa, local onde o poeta passou os seus últimos 15 anos de vida, o visitante vai defrontar-se com as fotografias do escritor português que nasceu em 13 de junho de 1888 e faleceu em 30 de novembro de 1935. Nessa casa, que se tornou um espaço de construção da memória do poeta, encontra-se o seu quarto: com uma cama de solteiro, uma peça com gavetas, uma mesinha de cabeceira e o famoso baú onde guardava seus inúmeros escritos, entre poesias, contos e textos diversos.
O visitante também poderá passear pelos seus numerosos livros, integrantes de sua biblioteca particular e também alguns objetos pessoais como a máquina de escrever; enfim, encontrará signos que de alguma forma compõem a atmosfera poética do escritor. Mas além disso, podem-se escutar os versos dos poemas do autor português, em um aparelho eletrônico com fone de ouvido. Entre as vozes dedicadas a ler os versos pessoanos, ouve-se o timbre da voz inconfundível de Maria Bethânia.
Não foi uma surpresa, para mim, sentir a dicção dessa cantora brasileira, entrelaçada à poesia pessoana, já que a baiana, de Santo Amaro da Purificação, sempre foi uma grande leitora do poeta lisboeta. Em muitos de seus shows, a artista entrelaçou as suas canções à poesia pessoana, tornando-se, desse modo, uma importante incentivadora da literatura em língua portuguesa, instaurando, em cada palco, a terceira margem da linguagem onde o rio de sua arte pode deslizar de maneira sempre intensa e com grande fluxo de beleza.
Quando da comemoração dos 50 anos de carreira da cantora brasileira, em 2015, a UFMG lançou um livro intitulado Caderno de Poesias: Maria Bethânia, com poemas apresentados no Projeto Sentimento do Mundo, criado pela Universidade Federal de Minas Gerais em 2007, por ocasião do espetáculo Leituras de textos e poemas reunidos, em 17 de março de 2009.
Com o propósito de galvanizar o espaço de leitura de poesia no campo universitário, o título do projeto faz alusão ao poeta mineiro Carlos Drummond de Andrade e contou com a presença ilustre de Maria Bethânia. Exatamente como dobra desse espetáculo, nasce esse livro, idealizado por Maria Bethânia, Heloisa Maria Murgel Starling, Wander Miranda e Gringo Cardia. A proposta foi a de reunir os poemas, as canções, os textos ficcionais selecionados por Maria Bethânia para compor o espetáculo e o ciclo de leituras, além de ensaios biográficos sucintos sobre os autores contemplados no projeto.
Estes últimos textos foram redigidos por diversos pesquisadores e especialistas universitários de distintas regiões do Brasil, dentre os quais me incluo com um texto sobre Gilberto Gil. Além desse mosaico de textos, o livro conta com imagens de consagrados artistas brasileiros:
A convite da UFMG criei essa leitura; escolhi textos que ao longo da minha vida tenho dito em meus espetáculos de cantora. Alguns de vocês já me viram em cena, onde ouso e gosto de me expressar também através da palavra falada. Gosto de emprestar minha vida e minha voz às histórias, aos personagens que os autores revelam.
Sei que ler, ouvir, dizer poesia hoje, nesse tempo de tanto desapego, tanta correria, é uma tarefa difícil. É como provocar o mundo, ofender o mundo, vivemos como se não coubesse mais o silêncio, as delicadezas. Mas ainda cabem e me comove e me trai. (Maria Bethânia, 2015, p. 30)
A própria idealização do livro traz o encontro entre diferentes manifestações artísticas: a pintura, a poesia, o ensaio biográfico e a canção. Tudo isso traduz um modo de pensar a linguagem artística cuja proposta dialógica só enriquece os diversos campos de saberes e, ao mesmo tempo, convida o leitor contemporâneo a cruzar várias expressões artísticas a partir da canção brasileira. Fenômeno que se explica pela enorme qualidade composicional do cancioneiro brasileiro, com alta voltagem poética, que soube romper os diques estanques que separam o erudito e o popular no cenário cultural do país.
I. A ÉTICA E A ESTÉTICA DO PALCO DE MARIA BETHÂNIA
Como é de se esperar, o livro Caderno de poesia: Maria Bethânia não poderia deixar de considerar os poemas de Fernando Pessoa, poeta com quem a cantora constrói uma vida no palco; fonte de inspiração para que a artista componha os seus espetáculos, força criadora com quem ela estabelece um pacto poético e lúdico.
No fragmento de texto apresentado a seguir, a baiana, declaradamente, diz que a poesia pessoana faz parte de sua existência, é uma voz crucial em sua vida, é aquilo que “sustenta a respiração”, isto é, está entrelaçado à pneuma, segundo a qual, para muitos filósofos, principalmente os estoicos, significa o próprio espírito, o sopro que anima tudo, nomeadamente a própria vontade criadora:
Aceitei fazer essa leitura porque foi criada para casa de ensino. Acho a ideia de levar expressões artísticas para dentro de uma sala de aula preciosa e linda. Fiz em vários lugares, sempre recebendo escolas com seus professores e alunos, ou indo até eles, o que para mim é uma alegria, uma honra.
Fiz na Casa Fernando Pessoa, em Portugal. Eu li poesia na casa de meu poeta, poeta da minha vida, fonte de minha sede. Poeta que sustenta a minha respiração, o ritmo desassossegado do meu coração. (Maria Bethânia, 2015, p. 31)
Os poemas selecionados de Fernando Pessoa, e de outros autores, para compor o projeto do livro, formam um tecido de subjetividade que ancora também a perspectiva biográfica da cantora. Nesse caso, a bricolagem poética, como componente da estética dos espetáculos e também do livro Cadernos de poesia: Maria Bethânia, constitui um ensaio biográfico e dramático, já que a trilha de suas leituras revela suas predileções poéticas e os afetos compartilhados que marcam um estilo próprio no modo de conceber seus shows e sua existência.
Há um recado que Maria Bethânia decifra no nome de Fernando António Nogueira Pessoa. Nesse aspecto, o espaço subjetivo acaba se interconectando com um projeto pessoano cuja heteronímia constrói um jogo dramático, no qual o Pessoa torna-se muitas pessoas. Dá-se, assim, uma experiência com o próprio pensamento pessoano e tudo que ele implica: a encenação de si.
Essa prática prevê um encontro de muitas vozes, com processos de captação de idiossincrasias, de nuances existenciais, de filtragem de sensações vividas por cada forma de apreensão da realidade. Enfim, todo esse processo heteronímico não se reduz à mera representação, pois acaba por amalgamar diferentes cruzamentos por diversas geografias que constituem a paisagem exterior onde Maria Bethânia respira a própria existência e também performatiza o seu exercício artístico. O palco é, para ela, um campo onde a vida física se agita, inseparável, evidentemente, de sua dimensão ética e estética.
Nesse sentido, o palco redimensiona o que se caracteriza como o espaço de subjetividade e de construção biográfica. Para Maria Bethânia, o tablado passa a ser um local de experimentação, de viés expansionista do corpo, de sua voz e de encenação de muitas faces através de recursos de leituras e da memória afetiva da cantora. Ao mesmo tempo, o palco converte-se em experiência de mise en abyme, na qual o sujeito se espelha em muitos textos e se vê como espectador de si mesmo, como o Proteu de mil faces, nos ecos das letras de canções e nas vozes de tantos poetas.
Numa relação especular, os olhos se abismam em Fernando Pessoa e em tantas outras pessoas, com infinitos encontros dentro da limitação do tempo. Assim, a artista que ocuparia a força centrípeta, para onde tudo converge, também assume a ciranda dançante, em fina rotação poética centrífuga:
Tenho uma espécie de dever de sonhar, sempre, pois,
Não sendo mais, nem querendo ser mais, que um
Espectador de mim mesmo, tenho que ter o melhor
Espetáculo que posso. Assim me construo a ouro e sedas,
Em salas supostas, palco falso, cenário antigo,
Sonho criado entre jogos de luzes brandas e músicas visíveis. [1]
Entre “ouros e sedas”, que alegorizam não só o figurino e o cenário antigo de um teatro, o sujeito poético se constrói, mas também a cantora, cuja dimensão biográfica torna-se inseparável do palco onde canta e declama os poemas. Os versos pessoanos, apresentados anteriormente, deslizam no tablado e se misturam à vida da artista: “Sonho criado entre jogos de luzes brandas e músicas visíveis.”
O pacto pessoano converte-se, portanto, em um movimento no qual deixa de haver centro, no declínio previsível de foco menos estático e mais estético, para uma experiência artística cuja função de intérprete transforma-se na exploração de territórios de outros mundos e de sensações.
Ao trazer Fernando Pessoa para a cena, muitas imagens poéticas e sensações fazem a roda da ciranda percorrer o espetáculo, em gestos dramáticos que aludem à constituição de um espaço caleidoscópico no qual muitos rostos são suscitados. Assim, ocorre o percurso pela terceira margem da linguagem, inserida também do palco, numa contínua duplicação de existências, com deslizamentos de espaços que sempre retomam o rio da infância, em Santo Amaro da Purificação, o rio Subaé, mas também outros rios que atravessam a aldeia de Fernando Pessoa e de Guimarães Rosa, para citar outro nome caro à poética de Maria Bethânia.
Assim, a cantora possibilita pensar um saber gaio ou uma gaia ciência. Em seu livro A gaia ciência: um breve percurso, Friedrich Nietzsche pensa a gaia ciência como espírito de resistência, depois de um período de doença, de privação ou impotência diante da vida e do cotidiano: “Temos de continuamente parir os nossos pensamentos em meio a nossa dor, dando-lhes maternalmente todo sangue, coração, fogo, prazer, paixão, tormento, consciência, destino e fatalidade que há em nós”. (NIETZSCHE, 2001. p. 13)
E não podemos esquecer o quanto foi difícil para artista baiana viver a sua arte em tempos de ditadura militar no Brasil. Desse modo, o saber gaio emerge como signo de saúde, de reinvenção de si, no ritmo da convalescença, numa nítida relação entre arte e clínica: “Júbilo da força que retorna”. (NIETZSCHE, 2001. p. 09) Desde o espetáculo Rosa dos ventos (1971), Maria Bethânia faz da poesia um campo de força por onde se percorrem novos caminhos, maneiras de atravessar outros itinerários existenciais, de desbravar possibilidades de vida.[2]
É a própria linguagem do vento, da vida inquieta, que se agita. Nesse sentido, trazer Fernando Pessoa e tantas outras vozes poéticas para o palco, ao lado da canção, constitui uma dinâmica artística que faz o corpo se movimentar e, ao mesmo tempo, traduzir sensações e pensamentos numa floresta de signos, na qual a dança também se desenha nos versos lidos. As palavras ganham corpo e visibilidade na voz da cantora; elas constroem um “sentimento do mundo”, convidam a sentir as pulsações do presente.
E os espectadores do espetáculo acabam por ser convidados a se exercitarem como viventes também da palavra falada, com contrações e distensões musculares diante dos textos encenados pela cantora. Assim se constitui um saber gaio, “Viver: “isto significa, para nós, transformar em luz e flama tudo o que somos e tudo que nos atinge”. (NIETZSCHE. 2001. p.13)}
Na genealogia dos gestos da cantora no tablado de seus shows, pode-se dizer que Maria Bethânia também desenha uma ética do palco. Para tanto, é preciso entender a noção de ética possível de ser trabalhada nesse contexto de leitura. A premissa a ser levantada trata do conceito diferenciado de ethos, que não se reduz ao conjunto de normas e regimentos de condutas estabelecidas, por exemplo, entre a cantora e seus músicos, entre a artista e seu público, entre a intérprete e seus poetas de predileção, mas constitui, portanto, a ética da artista.
A propósito desse contexto, retomemos a leitura feita por Oswaldo Giacoia Jr, sobre Giorgio Agamben, quanto ao entendimento do enfoque ético. Em uma perspectiva genealógica, o primeiro retoma a noção de ética dada por Heráclito de Éfeso, segundo a qual, “o caráter próprio do homem é o seu demônio”. (GIACOIA. 2018. p.28) Segundo Giacoia, foi Heidegger quem atualizou, ousadamente, a tradução dessa frase heraclitiana, segundo a qual, a ética seria “a morada do homem”, isto é, a “habitação (familiar) é para o homem a abertura para a presentificação do Deus (o insólito)”. (GIACOIA. 2018. p. 29)
Nesse âmbito interpretativo, precisamente no aberto, instaura-se o espaço do ethos. Esse desenho pouco usual do conceito de ética torna-se importante para se pensar o palco de Maria Bethânia, exatamente na sua abertura de cena, como forma de presentificação de valores éticos e estéticos, em um casamento indissociável. Nesse sentido, o palco configura-se como uma morada especialíssima da cantora, ou seja, é um lugar que lhe é conhecido, é um espaço de ação sobre o mundo; também é abrigo de seus sonhos e de suas preocupações existenciais.
Nesse caso, o palco performatiza um modo de vida, que não é dado previamente ao sujeito, mas está incessantemente sendo construído e reconstruído com a expansão do corpo – da physis – na cena. Nessa morada na qual a cantora habita junto com seus deuses, com seus entes mais queridos, dentre os quais seus poetas e autores das canções que interpreta, emerge um modo de existência inseparável de seu tablado artístico. Assim, a ética extrapola os limites da moldura filosófica, como também suas prerrogativas de costumes e determinações comportamentais, pois se constitui, sobretudo, como um modo de ser.
Nesse arco de reflexão, há um recado que Maria Bethânia decifra no nome de Fernando Pessoa, que não se limita apenas aos versos do poeta recitados em seus shows. O poeta português nasceu no dia 13 de junho, mesmo dia no qual se celebra Santo Antônio, tão homenageado pela voz da cantora em sua travessia artística em Santo Amaro e espalhados por todo o Brasil: “Que seria de mim, meu Deus, sem a fé em Antônio?”
O nome do poeta Fernando Antônio Nogueira Pessoa refere-se, a princípio, ao santo patrono de Lisboa (1195), que é festejado também em 13 de junho na capital de Portugal e chamava-se Fernando de Bulhões. Somente, a posteriori, aos 25 anos, adotou o nome Antônio, quando entrou na Ordem dos Franciscanos. Santo Antônio, que depois tem seus restos mortais na sua Igreja em Pádova, também fez como que os italianos reivindicassem a sua origem e presença no imaginário italiano.
Este mesmo Santo, múltiplo em suas travessias, cuja devoção vem para o Brasil no período colonial, é motivo de crenças e festejos populares nas terras brasileiras, o que faz dele um santo também nosso, entrando em nosso imaginário festivo, com direito às trezenas regadas à música, à bebida e boa culinária. Basta recordar que, em Salvador, este santo dá nome a um bairro, Santo Antônio além do Carmo, cuja região boêmia da capital da Bahia é palco de tantas rezas em casas e na igreja que recebe seu nome.
Assim, cria-se uma ambiência simbólica e uma ressonância musical quanto ao nome pessoano que já traz, na sua origem, uma dimensão da coletividade, no contexto histórico lisboeta, mas, também, na biografia da cantora, no seu ambiente familiar em Santo Amaro da Purificação, com as trezenas cantadas por sua mãe, D. Canô, em homenagem ao santo português.
Continua nel prossimo numero
[1] Bernardo Soares. (Fernando Pessoa). O livro do desassossego. In: Maria Bethânia. Caderno de Poesia. Belo Horizonte: UFMG, 2015. p. 101.
[2] Segundo José Miguel Wisnik, uma marca da música popular brasileira é “a permeabilidade que nela se estabeleceu a partir da bossa nova entre a chamada cultura alta e as produções populares, formando um campo de cruzamento muito dificilmente inteligível à luz da distinção usual entre música de entretenimento e música informativa e criativa. Na canção popular brasileira das últimas três décadas encontram-se bases portuguesas e africanas com elementos do jazz e da música de concerto, do rock, da música pop internacional, da vanguarda experimental, travando por vez um diálogo intenso com a cultura literária, plástica, cinematográfica e teatral”. Cf. WISNIK, José Miguel.
A Gaia Ciência: literatura e música popular no Brasil. In: Op. cit. p.215.
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Cássia Lopes. Professora Titular de Teoria da Literatura do Instituto de Letras da Universidade Federal da Bahia. Pesquisadora de produtividade do CNPQ. Docente permanente do Programa de Pós-Graduação de Literatura e Cultura da UFBA e do Programa de Pós-Graduação em Artes Cênicas da UFBA.