Ruy Espinheira Filho: Poesia nel corso del tempo sucessivo. SECONDA PARTE
Florisvaldo Mattos
TESTO IN ITALIANO   (Texto em português)

Jorge Luis Borges ricorda un aforisma di Oscar Wilde, secondo il quale "un uomo, in ogni istante della sua vita, è tutto ciò che è stato e tutto ciò che sarà, tutto il suo passato e tutto il suo futuro". Nella poesia di Ruy Espinheira Filho, dico, se questo aforisma è valido, la persistenza della memoria si impone come fattore dominante sulla realtà.

Tuttavia, per quanto l'atto del ricordare suggerisca celebrazione e gioia, è impossibile non percepire in queste transizioni esistenziali un velo di malinconia, ancor più quando si impongono i delicati aggiustamenti della maturità. Apprezzando la sua Elegia di agosto e altre poesie (2005), l'acuto André Seffrin individua ed esalta il suo processo creativo. "Cos'è la poesia per questo autore? È innanzitutto un'illuminazione, un'epifania, un'apertura della temporalità attraverso la parola, un tunnel che interconnette i tempi".
 
Ruy è, nel profondo, un romantico incallito, che usa questo ideale come strumento di liberazione dell'anima. È così che i critici interpretano la sua opera, come se fosse intrecciata con i ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza – forse ancora sopiti negli spazi e nei tempi di due città, Poções e Jequié, nel sud-est di Bahia, che sonnecchiano dentro di lui, cullate dalle emozioni. Il recupero del tempo vissuto e passato, sebbene comune a molti poeti, come il cubano Nicolás Guillén, che in un verso affermò che "il passato non è passato", persiste nella cultura di molti popoli fin dall'antichità.

Nel suo breve trattato intitolato Sulla brevità della vita, lo stoico Seneca invoca l'autorità di Virgilio, riproducendo un passo delle Georgiche, che considera un "canto di salvezza": "Optima quaeque dies miseris mortalibus aevi/ Prima fugit", tradotto così: "I giorni migliori della vita dei tristi mortali/ sono i primi a fuggire". E, con profondo peso morale, predica la necessità di uno sforzo affinché i giorni non sfuggano, qualcosa che, come dimostra la poesia, solo la memoria può garantire.
 
Questo è ciò che predica con il suo denso lirismo. E persino come editorialista, quando la settimana scorsa, in difesa di Marcel Proust e delle sue memorie romanzate, ha suggerito che, come tutte le opere d'arte che si avvalgono della memoria, le opere mnemoniche portano con sé tanta immaginazione quanto interpretazione della realtà; la vita segreta che il tempo minaccia di sottrarre finisce per essere salvata dal tempo stesso.
 
In opere più recenti, come le già citate "Sotto il cielo di Samarcanda", "Viaggio e altre poesie" e "La casa dei nove pini", pubblicata quest'anno, Ruy presenta poesie delicate in cui la memoria si fonde con la storia, evocando popoli, città, palazzi, mitologie, paesaggi e tombe, in ambientazioni di altre epoche, anche se in esse risuona la quiete laboriosa di una biblioteca, o la placida consistenza delle pagine di un libro viene rievocata, quasi a voler far rivivere un segno che il poeta sceglie come lanterna per illuminare i sentieri della poesia nella notte dell'oblio.
 
In una di queste poesie, con nostra grande gioia, il poeta incontra Omar Khayyam in un'antica città dell'Uzbekistan, costruita nel V secolo, dove si dice sia sepolto Tamerlano, erede di Gengis Khan. «Sebbene non l'avessi mai vista prima», né la città invocata, come dice nei versi, il poeta riconosce ben presto la celebre voce dell'Oriente: «Il cielo, sotto il quale parlava, scintillante, non poteva che essere il cielo di Samarcanda», assicura, e si abbandona alla nostalgia «di quel momento sacro e alla speranza che il mondo dei sogni porti un altro sogno».

Paragono queste scene e scenari lontani e immaginari alle riflessioni di un altro grande poeta bahiano, Sosígenes Costa di Belmont, quando in poesie dalla raffinata trama evocativa fa riferimento a Re Salomone, alla Regina di Saba, a Salomè, a San Giovanni, all'Imperatore Tiberio e allo sfortunato tetrarca figlio di Erode, tra le altre figure che emergono dalle nebbie di popoli e civiltà passate.
 
Nello stesso spirito diligente di recupero delle immagini del passato, si colloca il poema che narra la tragica storia di Plinio il Vecchio, morto nell'eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei nel 79 d.C. In esso, il poeta dimostra tutta la sua maestria e abilità nell'uso del verso libero, esplorando in tutta la sua ampiezza e intensità il potenziale di un vocabolario espressivo, in cui l'intonazione prevale nel guidare il ritmo della frase e l'identificazione emotiva con ciò che narra, in cinque capitoli e 166 versi, in un'incursione nei rigidi codici del culto dell'eroismo in cui si forgiò la morale romana.
 
Il poema allude alla sventura di Plinio il Vecchio, il quale, vestito con la sua veste di stoico scetticismo, indifferente e incredulo di fronte al tragico evento, soccombe presto alla furia della nube insolita, quando "era il nono giorno / prima delle calende di settembre" e, al comando della flotta navale, Plinio il Vecchio si trovava / semplicemente / a riposo / a Miseno. Ma la nube e le scosse sismiche che seguirono furono più forti.

Vale la pena citare un passo:
E là andò / finché pietre e cenere non cominciarono a cadere / sulle navi / (...) / Senza sospettare nulla / dell'inganno della sua scienza / Senza prevedere nulla / della morte che lo attendeva / sulla riva / (...) / Quell'illustre / là / nel sonno della morte / abbandonato dalla scienza / e dagli dei / nessuno dei quali lo avvertì una delle furie/della Terra (...)

Concludo questa conversazione con l'audacia di un'apprensione non avallata dal flusso degli anni vissuti e un voto di fiducia che l'esperienza mi concede. C'è chi vede nel presente una congiuntura di pericoli che minacciano la cultura, e con essa la poesia, derivanti dall'accelerazione dell'evoluzione della tecnologia elettronica e digitale, di cui sono esempi la mania di internet e la pletora di prodotti che la alimentano e la propagano, mutando atteggiamenti, usi e abitudini, il che richiama alla mente un verso di Rubén Darío, di fronte alle paure che, nel 1907, ossessionavano il mondo e che sarebbero esplose poco dopo nella fatalità della prima guerra mondiale (1914-18): "un grande stormo di corvi macchia l'azzurro celeste".

Io non condivido una prospettiva così sinistra, identica a quella che, nel secolo scorso, preannunciava la fine del giornalismo cartaceo, sotto l'impatto della radio e della televisione. Al contrario, almeno per quanto riguarda la poesia, resto saldo, calmo e fiducioso, finché continueranno a esistere poeti come Ruy Espinheira Filho, che scrivono e pubblicano, dimostrando con orgoglio che la poesia è eterna, sussiste nell'universo come uno dei bisogni primordiali della vita e dell'umanità.


 
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Testo tratto da una conferenza tenuta nell'auditorium dell'Accademia delle Lettere di Bahia nell'ambito del seminario "Tempo e Poesia - Seminario Ruy Espinheira Filho", svoltosi alle ore 17:00 del 28 novembre 2012.

La prima parte è stata pubblicata in Sarapegbe, n. 34 (gen.-apr- 2026)
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 Florisvaldo Mattos. Originario di Uruçuca, nel sud dello stato di Bahia (Brasile). E’ poeta e giornalista, professore in pensione della Università Federale di Bahia. Ha avuto incarichi in vari giornali, tra i quali quello di editore capo (“Diário de Notícias” e “A Tarde”, ambedue di  Salvador). E’ stato corrispondente e capo della succursale di bahia del “Jornal do Brasil” (RJ). Per più di dieci anni  si è occupato del supplemento settimanale “A Tarde Cultural”, premiato nel 1995 dalla Associação Paulista de Críticos de Arte (APCA), como Il migliore del Brasile nel punto della Divulgazione Culturale. Dal 1995, ocupa Il seggio nº 31, della Academia de Letras da Bahia. Dal 1987 e il 1989 occupò l’incarico della Presidenza della Fundação Cultural do Estado (Funceb), Opere pubblicate: Reverdor, 1965; Fábula Civil, 1975; A Caligrafia do Soluço & Poesia Anterior, 1996; Mares Anoitecidos, 2000; Galope Amarelo e Outros Poemas, 2001; Poesia Reunida e Inéditos,2011; Sonetos elementais – Uma antologia, 2012 (todos de poesia).Estação de Prosa & Diversos, 1997); A Comunicação Social na Revolução dos Alfaiates, 1998 e Travessia de oásis - A sensualidade na poesia de Sosígenes Costa, em 2004 (gli ultimi sono saggi) - Antologia Poética e Inéditos (Coletânea Mestres da Literatura Baiana), Assembleia Legislativa da Bahia e ALB, 2017.

Traduzione dal portoghese: A.R.R.




© SARAPEGBE                                                             
E’ vietata la riproduzione, anche parziale, dei testi pubblicati nella rivista senza l’esplicita autorizzazione della Direzione
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TEXTO EM PORTUGUÊS   (Testo in italiano)

Ruy Espinheira Filho: Poesia na marcha do tempo sucessivo. SEGUNDA PARTE
por
Florisvaldo Mattos



                                                                 

Jorge Luis Borges recobra um aforismo de Oscar Wilde, segundo o qual “um homem, em cada instante de sua vida, é tudo o que foi e tudo o que será, todo seu passado e todo seu futuro”. Na poesia de Ruy Espinheira Filho, digo eu, se válido esse ditame, a persistência da memória avulta-se como fator dominante sobre a realidade.

No entanto, por maior festa e alegria que insinue o ato de recordar, não há como não perceber nesses trânsitos do existir um travo de melancolia, ainda mais quando se impõem as regulagens sensíveis da maturidade. Apreciando sua Elegia de Agosto e outros poemas (2005), percuciente, André Seffrin identifica e exalta o seu processo criativo.“O que é o poema para este autor? É principalmente uma iluminação, uma epifania, uma abertura da temporalidade por meio da palavra, um túnel que interliga tempos”. 

Ruy é, no fundo, um inveterado romântico, valendo-se desse ideário como ferramenta de libertação da alma. Assim é visto pela crítica, como que enlaçado nas reminiscências de sua infância e adolescência – todas ainda talvez mourejando nos espaços e tempos de duas cidades, Poções e Jequié, no sudeste baiano, que dormem no seu íntimo,  embaladas pela emoção.

A recuperação do tempo vivido e passado, embora seja comum em muitos poetas, como o cubano Nicolás Guillén, ao dizer em um verso que “o tempo passado não passou”, persiste na cultura de muitos povos desde épocas remotas. No seu pequeno tratado dito Sobre a Brevidade da Vida, o estóico Sêneca invoca a autoridade de Virgílio, reproduzindo passagem das Geórgicas, que encara como um “canto de salvação”: “Optima quaeque dies miseris mortalibus aevi/ Prima fugit”, assim traduzidos: “Os melhores dias da vida dos tristes mortais/ São os primeiros a fugir.”, E, com peso moral, prega a necessidade de um esforço para que os dias não fujam, algo que, como prova a poesia, só a memória pode assegurar.

É isto que ele prega com o seu denso lirismo. E até como articulista de jornal, quando semana passada, em defesa de Marcel Proust e seu memorialismo ficcional, sugeria que, como toda obra de arte que se serve da memória, a obra mnemônica traz consigo tanto de imaginação quanto de interpretação da realidade; a vida secreta que o tempo ameaça levar acaba salva por ele próprio.  

Em livros mais recentes, como o já citado Sob o céu de Samarcanda, Viagem e outros poemas e o deste ano, A casa dos nove pinheiros, Ruy apresenta sensíveis poemas, em que a memória linda com a história, ao evocar povos, cidades, palácios, mitologias, paisagens, tumbas, em cenários de outras épocas, mesmo que neles ressoe a laboriosa quietude de uma biblioteca ou reviva a plácida textura das páginas de um livro, como a ressuscitar signo, que o poeta elege como lanternas para clarear sendas à poesia dentro da noite do esquecimento. 

Num deles, para nosso gáudio e deleite, o poeta depara-se com Omar Khayyam em antiga cidade do Usbequistão, erguida no século V, onde se diz estaria enterrado Tamerlão, o herdeiro de Gengis Khan. “Embora/ nunca o houvesse visto antes”, tampouco a invocada urbe, como diz em versos, O poeta logo reconhece a concelebrada voz do Oriente: “O céu, sob o qual falava,/ cintilante, só podia/ser o céu de Samarcanda”, garante e guarda a saudade “daquele sagrado instante/ e a esperança de que o mundo/ dos sonhos traga outro sonho”.

Comparo essas imaginadas cenas e cenários longínquos às cogitações de outro grande poeta baiano, o belmontino Sosígenes Costa, quando em poemas de fina urdidura evocativa reporta-se ao o rei Salomão, à rainha de Sabá, Salomé, São João, o imperador Tibério e o tetrarca infeliz filho de Herodes, entre outras figuras que emergem das brumas de idos povos e civilizações.

Neste mesmo diligente ânimo restaurador de imagens do passado, situa-se o poema com a trágica história de Plínio o Velho, morto na erupção do Vesúvio, que sepultou Pompéia, no ano 79 de nossa era. Nele o poeta exibe toda a sua maestria e desenvoltura no manejo do verso livre, explorando em toda extensão e intensidade o potencial de um vocabulário expressivo, em que prevalecem a entonação na condução do ritmo da frase e a identidade emocional com o que narra, em cinco capítulos e 166 versos, numa incursão pelos rígidos códigos do culto ao heroísmo em que se forjava a moral romana.

O poema alude ao infortúnio de Plínio o Velho, que, vestido em sua túnica de ceticismo estóico, indiferente e descrente do momento trágico, logo sucumbe à fúria da nubem inusitata, quando “era o nono dia/ antes das calendas de setembro” e, comandando a frota de barcos, Plínio o Velho apenas estava/ em Miseno/ posto em sossego. Mas a nuvem e os abalos sísmicos que se seguiram foram mais fortes. Vale citar um trecho:

E lá se foi/ até que começaram a vir/ pedras e cinzas sobre as naves/ (...)/ Sem nada desconfiar/ do engano de sua ciência./ Sem nada pressentir/ da morte à sua espera/ Na praia. (...) // Aquele ilustre/ Ali/ no sono da morte/ desamparado pela ciência/ e pelos deuses/ que nenhum deles o advertira das fúrias/ da Terra (...)

Finalizo esta conversa com a afoiteza de uma apreensão não endossada pela caudal de anos vividos e um voto de confiança que a experiência me consente. Há quem entreveja na atualidade uma conjunção de perigos que ameaçam a cultura, e com ela a poesia, advindos da acelerada evolução da tecnologia eletrônica e digital, de que são exemplos a febre da internet e a parafernália de produtos que a alimentam e propagam, mudando atitudes, usos e hábitos, o que me devolve à mente um verso de Rubén Darío, ante os temores que, em 1907, rondavam o mundo e eclodiriam pouco depois na fatalidade da primeira guerra mundial (1914-18): “um grande vôo de corvos mancha o azul celeste”.

Não sigo tal perspectiva agourenta, idêntica à que, no século passado, prenunciava o fim do jornalismo impresso, sob o impacto do rádio e da televisão. Ao contrário, pelo menos quanto à poesia, me ponho sobranceiro, tranqüilo e confiante, desde que continuem a existir, escrever e publicar poetas múltiplos como Ruy Espinheira Filho, a mostrar, também eles sobranceiramente, que a poesia é eterna, subsistindo no universo como uma das necessidades primordiais da vida e do ser humano.
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Texto de palestra dada no auditório da Academia de Letras da Bahia dentro da programação de “Tempo e Poesia – Seminário Ruy Espinheira Filho, realizado às 17 horas de 28/11/2012).
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A primeira parte foi publicada em Sarapegbe. n. 34 (gen.-apr. 2026)


© SARAPEGBE                                                             
E’ vietata la riproduzione, anche parziale, dei testi pubblicati nella rivista senza l’esplicita autorizzazione della Direzione

                                                
 
Florisvaldo Mattos. Natural de Uruçuca, no sul do estado da Bahia (Brasil), é poeta e jornalista, professor aposentado da Universidade Federal da Bahia; exerceu cargos em vários jornais, entre os quais os de editor-chefe (“Diário de Notícias” e “A Tarde”, ambos de Salvador). Foi correspondente e chefe de sucursal na Bahia do “Jornal do Brasil” (RJ). Por mais de uma década, editou o suplemento semanal “A Tarde Cultural”, premiado em 1995 pela Associação Paulista de Críticos de Arte (APCA), como o melhor do Brasil no quesito de Divulgação Cultural. Desde 1995, ocupa a Cadeira nº 31, da Academia de Letras da Bahia. Entre 1987-89 ocupou a presidência da Fundação Cultural do Estado (Funceb), Obras publicadas: Reverdor, 1965; Fábula Civil, 1975; A Caligrafia do Soluço & Poesia Anterior, 1996; Mares Anoitecidos, 2000; Galope Amarelo e Outros Poemas, 2001; Poesia Reunida e Inéditos,2011; Sonetos elementais – Uma antologia, 2012 (todos de poesia).Estação de Prosa & Diversos, 1997); A Comunicação Social na Revolução dos Alfaiates, 1998 e Travessia de oásis - A sensualidade na poesia de Sosígenes Costa, em 2004 (os últimos de ensaio) - Antologia Poética e Inéditos (Coletânea Mestres da Literatura Baiana),Assembleia Legislativa da Bahia e ALB, 2017.