Il molisano Felice Del Vecchio e la funzione civile dell’impegno intellettuale
Norberto Lombardi
TESTO IN ITALIANO   (Texto em português)

Felice Del Vecchio pubblicò nel 1957, a ventotto anni, La Chiesa di Canneto, che ottenne il Premio Viareggio ‘Opera Prima’, e nel 2002 Il nido di pietra, con l’editore molisano Enzo Nocera (Enne). Il primo lavoro conobbe una nuova edizione nel 1997, a quarant’anni di distanza, il secondo ricompare a oltre quindici anni nella collana di narrativa di Cosmo Iannone, arricchito di alcuni brevi racconti.

Del Vecchio non è uno scrittore occasionale, episodico. La sua scrittura, anzi, ha una maturità e una qualità che gli sono state riconosciute fin dal suo primo manifestarsi. La sua, seppur lontana, frequentazione del lavoro editoriale presso un’editrice di grande peso quale Mondadori, inoltre, allontana il sospetto di una sua sostanziale marginalità rispetto al mondo letterario nei fervidi decenni del dopoguerra, un’estraneità che avrebbe potuto frenare o scoraggiare una presenza più operosa e continua.

Qual è, dunque, la ragione di una produzione tanto rada e dispersa nel tempo?
La risposta credo sia da ricercare soprattutto in una scelta culturale ed etica dell’autore o meglio nel modo come egli non ha mai smesso di intendere la funzione civile dell’impegno intellettuale e della stessa letteratura, di cui già nell’opera di esordio aveva dato una prova convincente e riconosciuta, salutata come una pagina viva, in ottica leviana, della nuova narrativa meridionalistica.
La formazione di Del Vecchio, infatti, si è profondamente impastata di motivi di responsabilità umana e di solidarismo sociale lievitati nel prolungato contatto con l’esemplare testimonianza cristiana dello zio Don Duilio Lemme e nella successiva militanza nelle file del Partito comunista italiano, in anni in cui la sinistra sociale e politica faceva il massimo sforzo organizzativo, di elaborazione e di lotta verso il Mezzogiorno nell’arco dell’intera vicenda repubblicana.

L’adesione a quel progetto di rinascita e di riscatto, pur vissuta in un difficile contesto, quello molisano, fortemente striato di tradizionalismo contadino e di conservatorismo piccoloborghese, fu convinta e diffusa tra diversi intellettuali del tempo. Ne sono prova la lettura di emancipazione che Francesco Jovine dava della società molisana negli articoli e nella sua opera più matura – Le terre del Sacramento -, pubblicati negli ultimi anni della sua breve vita, e l’impegno organico di più giovani leve, quali Vincenzo De Filippis, Renato Lalli, Filippo Conti, un giovanissimo Gaetano Scardocchia e, appunto, lo stesso Del Vecchio, oltre a numerosi altri collocati nel contiguo campo socialista.

Quell’impronta per Del Vecchio fu profonda e durevole, non ristretta ai tempi e alle forme della militanza politica, ma sostanziata di principi assunti, come si diceva, da una formazione ricca di valori, da scelte ed esperienze esistenziali coerenti con tali premesse, da un retroterra di studi condotti presso un istituto di alta qualificazione, come la Scuola Normale Superiore di Pisa, nel quale si formava una reale élite intellettuale e professionale.

Per lui, dunque, un progetto culturale non può avere senso compiuto se non ha una chiara polarizzazione sociale, se non si dimostra capace di farsi carico della condizione degli uomini, di interpretarne le attese e di accompagnarli nel loro sforzo di liberazione e di miglioramento, di diventare un fattore di consapevolezza personale e collettiva, di alimentare un impegno di cambiamento della realtà data, soprattutto se attraversata da crepe di ineguaglianza e di ingiustizia. Senza rinunciare, naturalmente, alla specificità delle forme espressive, in questo caso la narrativa, che hanno peculiarità e canoni che non possono essere certo ignorati, ma, semmai, cercando per ciascuna di esse ragioni di inveramento culturale ed etico che ne giustifichino il senso e le mettano al riparo da mode e manierismi sterili, fine a sé stessi.
Un’impostazione di questo genere, per altro, non è senza implicazioni sulla struttura dell’opera e sulla sua impaginazione.

Già in occasione del suo primo lavoro la critica rilevava la felice combinazione «tra il racconto, l’evocazione lirica di memorie d’infanzia, la riflessione saggistica, e quel particolare genere di narrazione che vuole rappresentare e comprendere un’esperienza esistenziale e sociale nella sua totalità» (Niccolò Gallo, 1957). I richiami al contesto storico-politico, la consistenza antropologica dell’ambiente e delle figure che in esso si muovono, l’attenzione per il dato sociale, in particolare per la condizione del Mezzogiorno rurale e interno, il richiamo ai grandi sistemi di valori che si sono confrontati nel corso del Novecento sono motivi presenti, con accresciuta evidenza, anche in quest’opera. Questi elementi ne sorreggono l’architettura e costituiscono gli spazi della narrazione, che conosce per altro passaggi di indiscussa qualità letteraria, soprattutto quando si sofferma nella descrizione dei luoghi e nella delineazione, di segno profondo, dei personaggi.

Il nido di pietra, comunque, pur nell’autonomia del suo impianto e della sua resa narrativa, può essere una chiave interpretativa di alcuni passaggi significativi della vicenda esistenziale dell’autore e del suo particolare percorso letterario. Il punto magmatico della vicenda è nella crisi politica, ideale ed etica che investe il giovane protagonista, fervente comunista, a seguito delle rivelazioni kruscioviane sul sistema staliniano di potere e sulle profonde deviazioni del modello di socialismo al quale egli aveva creduto profondamente. La sua resistenza alla condanna sommaria di un’intera esperienza storica e delle idealità che agli occhi di grandi masse di persone l’avevano ispirata, con le difficoltà pratiche che tale atteggiamento gli procura, lo costringe suo malgrado ad abbandonare la pulsante Roma degli anni Cinquanta e a rifugiarsi a casa, un piccolo paese del Molise, con l’idea di ritemprarsi prima di tornare ai suoi studi e ai suoi lavori.

Riprende contatto con i semplici e vecchi compagni del paese e della zona, con cui tenta di riavvolgere il filo di quella speranza di giustizia e di liberazione che le grandi vicende storiche sembravano avere compromesso. Ma anche la battaglia politica locale, che egli conduce con dedizione e generosità, si arena sulle sabbie del tradizionalismo diffuso e si scontra con la reazione delle “cricche” di potere paesane, pronte a fare muro per soffocare qualsiasi fermento di cambiamento.

Il giovane scivola così in una crisi che assume sempre più acutamente risvolti esistenziali e che lo portano ad isolarsi, a privilegiare nei rapporti personali la dimensione privata, a desistere dagli studi per i quali pure si sente inclinato. Il punto di svolta è determinato dal legame sempre più diretto e sincero con il Prete Vecchio, un sacerdote di formazione modernista, aperto e colto, che a causa delle sue poco ortodosse frequentazioni romane viene prima emarginato e poi sostanzialmente confinato nel suo paese natio, tra la gente semplice che tuttavia ne apprezza le doti umane e la solida moralità e che per lui nutre considerazione e affetto.

I dialoghi tra il Prete Vecchio e il giovane comunista restituiscono l’amarezza di una parallela sconfitta ideale e la pena di una comune solitudine esistenziale. Essi, tuttavia, evocano anche principi e idealità il cui valore non si perde nelle crepe e nelle contraddizioni degli accadimenti storici del momento né si dissolve nella distorta testimonianza che gli interpreti del tempo a volte ne fanno, ma si misura nella forza con la quale riescono a parlare all’intelligenza e alla volontà degli uomini, rispondendo alle loro più profonde e ineliminabili domande di senso.

La morte del Prete Vecchio spezza l’ultimo ancoraggio che il giovane ha con l’ambiente di vita e con gli affetti più diretti. La decisione di emigrare, come molti nel suo paese e tanti in quei tempi, conclude la narrazione. Egli la vive con la determinazione e con l’angoscia dolorosa dei migranti, con un ultimo sguardo a quel nido di pietra che lo ha visto crescere, lottare e scegliere infine l’altrove.
Le possibili trasparenze con la vicenda di vita dell’autore e con il suo percorso culturale e letterario sembrano evidenti e, comunque, è bene che il lettore, se crede, le veda con i suoi occhi. Vi sono, però, aspetti che attengono alla società e alla cultura di un tempo, gli anni Cinquanta, che vanno salvaguardati come testimonianze preziose di una transizione radicale e irreversibile della società molisana e meridionale. Testimonianze di una mutazione abitualmente consegnata e circoscritta ai dati demografici ed economici e alle annotazioni antropologiche, ma che si irradiò diffusamente nel tessuto umano, nelle coscienze, nella qualità delle relazioni tra le persone.

Il giovane deluso e frastornato che torna nel suo paese con la speranza di recuperare le forze interiori e l’ordine mentale necessari per superare il disorientamento e la sofferenza per la crisi della ideologia e del modello storico nei quali ha intensamente creduto, viene pian piano avvolto dall’accidia dell’ambiente che gli spegne le energie e le speranze residue. Egli si isola e rifugge dai rapporti umani fervidi che la società contadina gli aveva sempre assicurato, misura la durezza e l’inanità di una lotta politica contro i maggiorenti locali che pretendono non solo di convertire i bisogni in favori, ma di controllare anche le coscienze, vede i compagni di lotta, tenaci e leali, decidere uno a uno di ricollocare la loro vita e il loro futuro in altre realtà, alla ricerca di lavoro e diritti, e incamminarsi lungo la strada fluente dell’emigrazione.

Il prezzo pagato per la “modernizzazione” del Molise e del Mezzogiorno, prima ancora che nell’esodo e nell’abbandono, è stato nella perdita di una cultura del vincolo con gli altri e con la natura, nonché nella dissipazione di un’etica solidaristica propria di una società rurale. Non si tratta di ripensare in termini nostalgici una transizione allora forse inarrestabile e oggi comunque irreversibile, ma di comprendere come l’abbandono delle zone interne abbia comportato una distruzione di valori e di umanità incarnati negli insediamenti e nei luoghi e che nessuna prospettiva di vita nuova sarà possibile se non si ricomincia, non retoricamente, da quel punto: restituire senso umano e valore, non solo economico ma culturale e identitario, a quelle realtà.

Il richiamo e la suggestione per la descrizione di questo profondo mutamento di scenario sociale e culturale non sono meno vivi dell’interesse di lettura per le vicende dell’io narrante, ne rappresentano anzi un risvolto forte, essenziale, capace di ancorare il dialogo sui valori tra il giovane comunista e il Prete Vecchio a un complesso retroterra umano e a un passaggio storico che dal punto di vista sociale non è eccessivo definire drammatico.

La narrazione è accompagnata da una decina di illustrazioni di Antonio Pettinicchi, uno degli interpreti più alti del Novecento molisano, ereditate dalla iniziale pubblicazione del libro nelle edizioni Enne. La simbiosi tra la narrazione di Del Vecchio e la pittura di Pettinicchi è molto stretta, anzi intima, essendo l’artista nativo di Lucito uno dei maggiori interpreti della transizione della società molisana verso una squilibrata modernizzazione e, in particolare, della lacerazione antropologica e sociale che il mondo contadino ha subito nel corso delle vicende che si rispecchiano nelle pagine dell’autore.

Il nucleo narrativo centrale, costituito da Il nido di pietra, è contornato da quattro brevi racconti. L’americano e Pezza nera richiamano vicende collocate nel periodo fascista, che per ambientazione e stile narrativo riportano alla mente le pagine joviniane dell’Impero in Provincia. “Pezza nera” è lo sprezzante nomignolo con il quale un vecchio galantuomo antifascista, asserragliato sdegnosamente nella sua casa signorile dopo le devastazioni subite da un attacco squadristico, con un estremo sussulto di dignità denuncia pubblicamente la responsabilità del segretario del fascio locale per la morte di un ragazzo avvenuta durante i disordini seguiti all’imposizione di un balzello fiscale.

L’americano narra una significativa vicenda di un emigrato che dopo avere fatto perdere ogni traccia di sé ritorna in paese con l’idea di risvegliarlo, di offrirgli un’opportunità di cambiamento investendo i suoi risparmi in una piccola fabbrica, una “fattoria di mattoni”. Un’iniziativa che, dopo un’iniziale fiammata, affonda lentamente nella stagnazione sociale ed economica e nella melma limacciosa della rassegnazione diffusa. Quasi un messaggio sulle difficoltà di assimilazione delle zone rurali del Sud a modelli di sviluppo estranei alla loro tradizione.

Forzante è il soprannome di un erculeo compagno comunista che si distingue non solo per il coraggio e la forza con cui contrasta la pretesa dei maggiorenti locali di restringere gli spazi di agibilità politica e civile del paese, ma anche per il rapporto sospettoso che egli, operaio manovale, mantiene nei confronti dei contadini, a suo dire infidi e pronti a farsi irretire dalle piccole concessioni del potere clientelare. Una metafora, o forse lo spunto di una riflessione critica, sulle difficoltà anche soggettive che la sinistra sociale e politica incontrava nel dopoguerra a penetrare nello spesso e opaco strato del mondo contadino meridionale.

Un weekend, infine, in virtù di una scrittura di particolare limpidezza, ci consegna due nitidi profili di donne di significativo risalto, incastonate in un paesaggio pastorale ormai svuotato di presenze e attività, ma ancora denso di risorse e suggestioni ambientali: una possidente colta e di spirito libero, a contatto con gli ambienti crociani di Napoli, e un’anziana contadina operosa e mite, discosta e allo stesso tempo premurosa e partecipe. Due figure sociali e culturali alle quali lo sguardo del narrante si volge con misurata simpatia e compenetrazione, quasi a tracciare un confine di sensibilità e umanità rispetto a un neogalantomismo ancora pervasivo in quei contesti ristretti e statici.
Al di là di queste ed altre possibili osservazioni, più dirette e specifiche, la riproposta de Il nido di pietra, in uno scenario culturale e sociale così mutato rispetto a quello della sua iniziale comparsa e all’evoluzione dei codici narrativi che ne è seguita, può avere ancora un senso per noi che viviamo tempi così distanti e diversi?

Non è facile evitare scivolamenti nostalgici o vere e proprie banalizzazioni nel tentativo di mettere a confronto presente e passato, tanto più se la sofferenza culturale e civile per le vicende dell’oggi sia molto acuta, come in effetti si sta rivelando per molti di noi. Tuttavia, di fronte alle conseguenze, sempre più inquietanti e dagli esiti insondabili, della dissoluzione delle ideologie che hanno attraversato la modernità e al ripiegamento della stessa riflessione sulla postmodernità, è difficile non convenire sulla obiettiva, urgente necessità di riaprire la ricerca e il confronto sulle idee di fondo e sui modelli di orientamento che il giovane comunista e il Prete Vecchio percepivano come “valori”. Certo, il modo come quei valori sono stati interpretati e vissuti nelle figure paradigmatiche dei personaggi di Del Vecchio appartiene ad un altro tempo, che oggi sembra anche più distante rispetto alla sua stessa lontananza cronologica.

Tuttavia il senso di un’umanità non chiusa ma dialogante, non frammentata e contrapposta ma ricomposta dall’esercizio della comprensione e della solidarietà, non atomizzata e resa arida dall’isolamento e dall’individualismo ma ristorata e fecondata dalla scambio e dalla contaminazione, non inerte o rassegnata di fronte al bisogno e alla sofferenza globale ma responsabilizzata e sospinta da un’ansia di giustizia rappresenta certo un’opzione possibile, addirittura realistica. Non l’unica, ma per molti una scelta necessaria. Per affrontare qui e ora il disagio e il rischio di un vivere civile inaridito e rabbioso e di un’etica della chiusura o della rinuncia.

Per questo, è ancora tempo di chiedersi che cosa sia vivo e che cosa sia morto dei valori del giovane e del Prete Vecchio e, posto che ci sia ancora qualcosa, o molto, di vivo, quale sia il modo più efficace e credibile per riprenderne il filo e testimoniarli. Oggi, domani. Senza l’impaccio di sembrare inattuali, semmai con il coraggio e la determinazione di doversi cimentare in un impegno di (ri)costruzione difficile e incerto e tuttavia necessario per il bene dei più.


 
Prefazione al libro “Il nido di pietra” (ed. Cosmo Iannone, 2019)
 
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Norberto Lombardi ha insegnato storia e filosofia negli istituti superiori, ricoperto incarichi politici e istituzionali in ambito locale e nazionale ed è stato componente del Consiglio generale degli italiani all’estero (CGIE) per oltre un ventennio. Ha rivolto i suoi interessi di studio e di scrittura alle migrazioni, alla storia locale e a quella dell’alimentazione. Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, dirige per l’editore Cosmo Iannone alcune collane sulle migrazioni ed è componente della direzione di «Glocale», rivista di storia e scienze sociali. Ha pubblicato La parabola del regionalismo molisano; Lavoro, ambiente e cibo nella transumanza; Altrove. Intellettuali molisani nella diaspora. Ha curato volumi su Arturo Giovannitti, sulla tragedia mineraria di Monongah, sul museo nazionale delle migrazioni, sulla festa del grano di Jelsi; ha co-curato Campobasso, capoluogo del Molise, in tre volumi. Ha scritto numerosi saggi per libri collettanei e riviste e firmato pre-postfazioni per nuove edizioni e riedizioni.
 
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TEXTO EM PORTUGUÊS   (Testo in italiano)

Felice Del Vecchio e a função cívica do compromisso intelectual
por
Norberto Lombardi

 

                                                  
 
                                                                 
 
 
Felice Del Vecchio publicou na Itália a obra “La Chiesa di Canneto” em 1957, aos vinte e oito anos de idade, obra que lhe valeu o Prêmio Viareggio de Melhor Primeira Obra, e “Il nido di pietra” em 2002, pela editora Enzo Nocera (Enne), da região italiana Molise. A primeira obra foi republicada em 1997, quarenta anos depois, enquanto a segunda reapareceu mais de quinze anos mais tarde na série de ficção da editora italiana Cosmo Iannone, enriquecida com vários contos. Del Vecchio não é um escritor ocasional ou episódico. De fato, sua escrita possui uma maturidade e qualidade reconhecidas desde o início da sua carreira. Além disso, seu longo envolvimento com o trabalho editorial em uma grande editora italiana como a Mondadori, dissipa a suspeita de sua significativa marginalização do mundo literário nas fervorosas décadas do pós-guerra, uma falta de conexão que poderia ter dificultado ou desencorajado uma presença mais ativa e contínua.
 
Qual, então, a razão para uma produção tão esparsa e dispersa no tempo? A resposta, acredito que reside principalmente nas escolhas culturais e éticas do autor, ou melhor, na maneira como ele nunca deixou de compreender a função cívica do compromisso intelectual e da própria literatura, uma função que ele já havia demonstrado de forma convincente e reconhecido em sua obra de estréia, aclamada como um exemplo vivo, na visão de Levi, da nova narrativa do Sul.
A educação de Del Vecchio, de fato, foi profundamente imbuída de temas de responsabilidade humana e solidariedade social, nutrida por seu contato prolongado com o testemunho cristão exemplar de seu tio, Dom Duilio Lemme, e por seu subseqüente ativismo nas fileiras do Partido Comunista Italiano, nos anos em que a esquerda social e política fazia seus maiores esforços organizacionais, construtivos e combativos em direção ao Sul da Itália durante toda a era republicana.
 
A adesão a esse projeto de renascimento e redenção, apesar de seu contexto difícil — o da região italiana de Molise, fortemente marcado pelo tradicionalismo camponês e pelo conservadorismo pequeno-burguês — era fervorosa e difundida entre muitos intelectuais da época. Prova disso é a interpretação emancipadora que Francesco Jovine deu à sociedade de Molise em seus artigos e em sua obra mais madura, Le terre del Sacramento (As Terras do Sacramento), publicada nos últimos anos de sua curta vida, e o compromisso consistente de gerações mais jovens, como Vincenzo De Filippis, Renato Lalli, Filippo Conti, um jovem Gaetano Scardocchia e, de fato, o próprio Del Vecchio, bem como muitos outros no campo socialista adjacente.
 
Para Del Vecchio, esse impacto foi profundo e duradouro, não se limitando aos tempos e formas de ativismo político, mas fundamentado em princípios derivados, como já foi dito, de uma educação rica em valores, de escolhas e experiências de vida coerentes com essas premissas e de uma formação acadêmica realizada em uma instituição altamente qualificada como a Scuola Normale Superiore de Pisa, onde se formou uma verdadeira elite intelectual e profissional.
Para ele, portanto, um projeto cultural não pode ser plenamente realizado a menos que tenha uma clara polarização social, a menos que demonstre a capacidade de abordar a condição da humanidade, de interpretar suas expectativas e acompanhá-la em seus esforços de libertação e aprimoramento, de se tornar um fator de consciência pessoal e coletiva, de alimentar um compromisso com a mudança da realidade dada, especialmente quando esta é repleta de fissuras de desigualdade e injustiça.
 
Sem, é claro, renunciar à especificidade das formas expressivas — neste caso, a narrativa — que possuem peculiaridades e cânones que certamente não podem ser ignorados, mas, se algo, buscando para cada uma delas razões de validação cultural e ética que justifiquem seu significado e as protejam de modismos e maneirismos estéreis e interesseiros. Essa abordagem, além disso, não está isenta de implicações para a estrutura e o layout da obra. Já em sua primeira obra, os críticos notaram a combinação bem-sucedida "do conto, da evocação lírica de memórias da infância, da reflexão ensaística e daquele gênero particular de narração que busca representar e abarcar uma experiência existencial e social em sua totalidade" (Niccolò Gallo, 1957). Referências ao contexto histórico e político, à profundidade antropológica do cenário e das figuras que nele se movem, à atenção aos fatores sociais, particularmente às condições do sul da Itália rural e interiorana, e à referência aos principais sistemas de valores que se confrontaram ao longo do século XX são motivos presentes, com crescente clareza, também nesta obra. Esses elementos sustentam sua arquitetura e constituem os espaços narrativos, que também ostentam passagens de inegável qualidade literária, especialmente quando se concentram na descrição de lugares e na profunda caracterização dos personagens.
“Il Nido di Pietra”, no entanto, apesar da autonomia de sua estrutura e narrativa, pode ser uma chave para a interpretação de algumas passagens significativas da vida do autor e de sua singular trajetória literária. O cerne da história reside na crise política, ideológica e ética que aflige o jovem protagonista, um fervoroso comunista, após as revelações de Khrushchev sobre o sistema de poder stalinista e os profundos desvios do modelo socialista em que ele tanto acreditava. Sua resistência à condenação sumária de toda uma experiência histórica e dos ideais que, aos olhos das massas, a inspiraram, juntamente com as dificuldades práticas que essa postura lhe causa, o força, a contragosto, a abandonar a vibrante Roma dos anos 1950 e refugiar-se em casa, numa pequena cidade em Molise, com a intenção de se recuperar antes de retornar aos estudos e ao trabalho.
 
Ele se reconecta com seus camaradas simples e antigos da aldeia e arredores, com quem tenta reacender a esperança de justiça e libertação que os grandes acontecimentos históricos pareciam ter comprometido. Mas mesmo a batalha política local, que ele trava com dedicação e generosidade, naufraga nas areias do tradicionalismo generalizado e entra em conflito com a reação das panelinhas do poder local, prontas para construir um muro para sufocar qualquer fermento de mudança.
O jovem, assim, mergulha em uma crise que assume implicações existenciais cada vez mais agudas, levando-o a se isolar, a priorizar a dimensão privada em seus relacionamentos pessoais e a abandonar os estudos pelos quais se sente atraído. O ponto de virada é determinado pelo vínculo cada vez mais direto e sincero com o Velho Padre, um sacerdote de formação modernista, aberto e culto, que, por causa de suas associações pouco ortodoxas em Roma, é primeiro marginalizado e depois essencialmente confinado à sua aldeia natal, entre as pessoas simples que, no entanto, apreciam suas qualidades humanas e sua sólida moral e que o nutrem com respeito e afeto.
 
Os diálogos entre o Velho Padre e o jovem comunista transmitem a amargura de uma derrota ideal paralela e a dor de uma solidão existencial compartilhada. Eles também evocam princípios e ideais cujo valor não se perde nas fissuras e contradições dos eventos históricos atuais, nem se dissolve no testemunho distorcido, por vezes dado por comentadores contemporâneos. Em vez disso, é medido pelo poder com que falam à inteligência e à vontade dos homens, respondendo às suas questões de significado mais profundas e inescapáveis.
 
A morte do Velho Padre rompe a última ligação do jovem com sua cidade natal e com seus entes queridos mais próximos. A decisão de emigrar, como muitos em sua cidade natal e muitos outros naquela época, conclui a narrativa. Ele a vive com a determinação e a dolorosa angústia dos migrantes, com um último olhar para aquele ninho de pedra que o viu crescer, lutar e, finalmente, escolher outro lugar.
 
As possíveis conexões com a história de vida do autor e sua jornada cultural e literária parecem evidentes e, em todo caso, é bom para o leitor, se assim o desejar, vê-las com seus próprios olhos. Existem, no entanto, aspectos relativos à sociedade e à cultura da década de 1950 que devem ser preservados como testemunhos preciosos de uma transição radical e irreversível na sociedade de Molise e do sul da Itália. São testemunhos de uma transformação geralmente confinada a dados demográficos e econômicos e a observações antropológicas, mas que irradiou amplamente por todo o tecido humano, na consciência e na qualidade das relações entre as pessoas.
O jovem desiludido e perplexo que retorna à sua cidade natal com a esperança de recuperar a força interior e a ordem mental necessárias para superar a desorientação e o sofrimento causados ​​pela crise da ideologia e do modelo histórico em que acreditava tão intensamente, é gradualmente engolfado pela indolência do ambiente que suga sua energia e esperanças restantes. Ele se isola e se afasta das relações humanas vibrantes que a sociedade camponesa sempre lhe assegurara. Ele avalia a dureza e a futilidade de uma luta política contra líderes locais que afirmam não apenas converter necessidades em favores, mas também controlar consciências. Ele vê seus camaradas tenazes e leais na luta decidirem, um a um, realocar suas vidas e futuros em outro lugar, em busca de trabalho e direitos, e embarcar no caminho fluido da emigração.
 
O preço pago pela "modernização" de Molise e do sul da Itália, mesmo antes do êxodo e do abandono, foi a perda de uma cultura de conexão com os outros e com a natureza, bem como a dissipação de uma ética de solidariedade típica de uma sociedade rural. Não se trata de repensar nostalgicamente uma transição que talvez fosse inevitável na época. É importante compreender como o abandono das áreas do interior levou à destruição dos valores e da humanidade incorporados nos assentamentos e lugares. Nenhuma perspectiva de uma nova vida será possível a menos que recomecemos, não retoricamente, a partir desse ponto: restaurando o significado e o valor humanos, não apenas econômicos, mas também culturais e baseados na identidade, a essas realidades.
 
O apelo e a inspiração para descrever essa profunda mudança social e cultural não são menos vívidos do que o interesse do leitor pelas experiências do narrador; pelo contrário, representam um aspecto poderoso e essencial, capaz de ancorar o diálogo sobre valores entre o jovem comunista e o Velho Padre em um contexto humano complexo e em uma transição histórica que, de uma perspectiva social, não seria exagero chamar de dramática. A narrativa é acompanhada por uma dúzia de ilustrações de Antonio Pettinicchi, um dos principais intérpretes da Molise do século XX, herdadas da publicação inicial do livro por Enne. A simbiose entre a narrativa de Del Vecchio e a pintura de Pettinicchi é muito próxima, de fato íntima, já que o artista nascido em Lucito é um dos maiores intérpretes da transição da sociedade de Molise para uma modernização desequilibrada e, em particular, da ruptura antropológica e social que o mundo camponês sofreu durante os eventos refletidos nos escritos do autor.
 
A narrativa central da obra "Il Nido di Pietra", é cercada por quatro contos. "L’americano e Pezza nera” remetem a eventos ocorridos durante o período fascista, e seu cenário e estilo narrativo lembram as páginas jovinianas do  "Impero in Provincia",  "Pezza nera" é o apelido desdenhoso dado a um antifascista idoso e cavalheiro, barricado em sua imponente casa após a devastação sofrida em um ataque fascista, que, com um último suspiro de dignidade, denuncia publicamente a responsabilidade do secretário local do partido fascista pela morte de um jovem durante tumultos que se seguiram à imposição de um imposto. “O americano” relata uma história significativa de um emigrante que, após ter sumido, retorna à sua aldeia com a idéia de revitalizá-la, oferecendo-lhe uma oportunidade de mudança ao investir suas economias em uma pequena fábrica, uma "fábrica de tijolos". Uma iniciativa que, após um entusiasmo inicial, afunda lentamente na estagnação social e econômica e na lama da resignação generalizada. É quase uma mensagem sobre as dificuldades que as áreas rurais do Sul enfrentam para se assimilarem a modelos de desenvolvimento estranhos à sua tradição.
 
Forzante é o apelido de um camarada comunista hercúleo que se destaca não apenas pela coragem e força com que se opõe às tentativas dos líderes locais de restringir a liberdade política e civil do país, mas também pela relação de suspeita que ele, um operário, mantém com os camponeses, que ele acredita serem indignos de confiança e prontos para serem enredados pelas pequenas concessões do poder clientelista. Uma metáfora, ou talvez o ponto de partida para uma reflexão crítica, sobre as dificuldades, mesmo subjetivas, que a esquerda social e política encontrou no período pós-guerra para penetrar na camada espessa e opaca do mundo camponês do sul.
 
Finalmente, “Un weekend”, graças a uma escrita particularmente clara, oferece-nos dois perfis nítidos de mulheres de importância significativa, inseridos numa paisagem bucólica agora esvaziada de presenças e atividades, mas ainda rica em recursos e influências ambientais: uma fazendeira culta e de espírito livre, una possidente colta e di spirito libero, a contatto con gli ambienti crociani di Napoli, em contacto com o ambiente crociano da cidade de Napoli, e uma camponesa idosa, trabalhadora e gentil, distante, mas carinhosa e participativa. Duas figuras sociais e culturais para as quais o olhar do narrador se volta com simpatia e compreensão comedidas, quase como se traçasse uma linha de sensibilidade e humanidade contra uma neo-cavalheirismo ainda presente nesses contextos estreitos e estáticos.
 
Para além destas e de outras observações possíveis, mais diretas e específicas, poderá o renascimento da obra “Il Nido di Pietra”, num panorama cultural e social tão transformado desde o seu surgimento inicial e a evolução dos códigos narrativos que se seguiram, ainda ter significado para nós, que vivemos em tempos tão distantes e diferentes? Não é fácil evitar lapsos nostálgicos ou trivializações flagrantes ao tentar comparar o presente e o passado, especialmente quando o sofrimento cultural e civil decorrente dos acontecimentos atuais é agudo, como de facto se revela para muitos de nós. Contudo, perante as consequências cada vez mais perturbadoras e insondáveis ​​da dissolução das ideologias que permearam a modernidade e do próprio recuo da reflexão para a pós-modernidade, é difícil não concordar com a necessidade objetiva e urgente de reabrir o debate. Busca e compara as idéias e orientações subjacentes que o jovem comunista e o Velho Padre percebiam como "valores".
 
Certamente, a forma como esses valores eram interpretados e vividos nos personagens paradigmáticos de Del Vecchio pertence a outro tempo, um que hoje parece ainda mais distante do que sua própria distância cronológica. No entanto, a noção de uma humanidade que não é fechada, mas dialógica; não fragmentada e oposta, mas recomposta pelo exercício da compreensão e da solidariedade; não atomizada e árida pelo isolamento e individualismo, mas revigorada e fertilizada pela troca e contaminação; não inerte ou resignada diante da necessidade e do sofrimento globais, mas fortalecida e impulsionada por um anseio por justiça — isso certamente representa uma opção possível, até mesmo realista. Não a única, mas para muitos uma escolha necessária. Abordar, aqui e agora, o desconforto e o risco de uma vida civil árida e raivosa e de uma ética de fechamento ou renúncia.
 
Por isso, ainda é tempo de nos perguntarmos o que está vivo e o que está morto nos valores do jovem e do Velho Padre e, partindo do pressuposto de que ainda há algo, ou muito, vivo, qual a maneira mais eficaz e credível de retomar esse fio condutor e testemunhá-lo. Hoje, amanhã. Sem o constrangimento de parecer antiquado, mas sim com a coragem e a determinação de empreender uma tarefa difícil e incerta, porém necessária, de (re)construção para o bem da maioria.



Prefacio da obra “Il nido di pietra” (ed. Cosmo Iannone, 2019)
Traduzione in portoghese di Antonella Rita Roscilli
Norberto Lombardi. Lecionou história e filosofia em escolas secundárias, ocupou cargos políticos e institucionais a nível local e nacional e foi membro do Conselho Geral dos Italianos no Exterior (CGIE) por mais de vinte anos. Seus interesses de pesquisa e escrita incluem migração, história local e história da alimentação. Colaborou com diversos jornais e revistas, edita várias coletaneas sobre migração para a editora italiana Cosmo Iannone e é membro do conselho editorial da "Glocale", uma revista de história e ciências sociais. Publicou "La parabola del regionalismo del Molise", "Lavoro, ambiente e alimentazione nella transumanza" e "Altrove: intellettuali molisani nella diaspora". Editou volumes sobre Arturo Giovannitti, a tragédia da mina de Monongah, o Museu Nacional da Migração e o Festival do Trigo de Jelsi. Coeditou três volumes de "Campobasso, capoluogo del Molise". Escreveu inúmeros ensaios para obras coletivas e revistas, além de prefácios e posfácios para novas edições e reimpressões.