Tra Portogallo, Italia e Brasile: il Manoscritto I-E-33 e la circolazione di ricette e saperi culinari tra le corti nel XVI secolo - SECONDA PARTE -
Flávia de Oliveira Maia-Pires
TESTO IN ITALIANO   (Texto em português)

3. Dimensioni linguistiche del manoscritto
L'analisi del vocabolario e delle forme linguistiche presenti nel Manoscritto I-E-33 evidenzia che il prestigio dello zucchero atlantico e dei saperi culinari della nobiltà portoghese del XVI secolo si costruisce anche sul piano discorsivo, attraverso il linguaggio che struttura le ricette. Il vocabolario impiegato nella ricetta evidenzia tanto la precisione tecnica quanto il carattere nobile del documento. Il termine dacuquuar rivela la composizione "de + açúcar" (di + zucchero), con l'agglutinazione tipica del portoghese arcaico. La parola açúcar, dall'arabo as-sukkar (con l'articolo arabo al-), condivide origine etimologica con l'italiano zucchero, sebbene in italiano non vi sia presenza dell'articolo arabo nell'adattamento latino saccharum. Questa convergenza etimologica tra il portoghese e l'italiano evidenzia le rotte mediterranee e arabe di circolazione del prodotto, prima ancora della produzione atlantica portoghese.

La traiettoria della parola rivela strati di mediazione culturale: dal sanscrito śárkarā ("sabbia, granelli"), passando per il persiano shakar, arrivando all'arabo sukkar, e da lì disperdendosi per le lingue romanze. Il portoghese e lo spagnolo (azúcar) mantennero l'articolo arabo al- incorporato alla parola, mentre l'italiano zucchero e il francese sucre seguirono la forma latinizzata senza l'articolo. Questa differenza rivela percorsi distinti di contatto linguistico: la Penisola Iberica, con presenza araba più prolungata, naturalizzò l'articolo; l'Italia ricevette il termine attraverso il latino medievale saccharum, che aveva già eliminato l'articolo arabo. Il fatto che il manoscritto portoghese, circolando a Napoli, mantenga la forma açúcar (con articolo arabo) mentre conviveva con l'italiano zucchero (senza articolo) illustra la preservazione dell'identità linguistica portoghese anche in contesto italiano. Più di questo: mostra che lo zucchero arrivava alla corte Farnese tanto come prodotto materiale (dalle rotte atlantiche portoghesi) quanto come concetto linguistico e culturale portoghese, portando nella sua stessa denominazione i segni della mediazione araba che caratterizzò la presenza lusitana nel Mediterraneo.

Dal punto di vista morfosintattico, si sottolinea l'uso del futuro semplice dell'indicativo con mesoclisi: deitarão(verseranno), deitemlhe (versino-gli), escumchõ (schiumino-lo), coẽho (colino-lo). Questa struttura, caratteristica del portoghese cinquecentesco, contrasta con l'imperativo diretto usato nelle ricette contemporanee, conferendo al testo un tono più formale e distanziato. Il processo tecnico descritto - uso di albumi montati a neve per coagulare impurità, bollitura senza mescolare, schiumatura e colatura - dimostra conoscenza empirica avanzata di chimica alimentare. La trasformazione dello zucchero grezzo in prodotto raffinato richiedeva tempo, abilità e risorse, giustificando il suo valore come bene di lusso nelle corti europe

Quanto alla struttura e organizzazione testuale, in contrasto con il formato attuale del genere ricetta culinaria, si evidenzia l'assenza di divisione chiara tra le sezioni ingredienti, modo di fare/preparazione e resa nei testi del manoscritto. Questa divisione tripartita, caratteristica delle ricette contemporanee, fornisce informazioni al lettore in modo didattico e preciso. Nel manoscritto medievale, le informazioni appaiono in forma continua, esigendo dal lettore un'interpretazione più attiva per identificare quantità, ingredienti e procedimenti. Si sottolinea l'indefinizione di quantità di ingredienti in molti casi. Espressioni come "um pouco de cebola" o "cozer ao fogo brando" rivelano un approccio culinario meno codificato, più dipendente dall'esperienza pratica del cuoco. Questa caratteristica riflette una cultura culinaria trasmessa oralmente e registrata come supporto alla memoria, non come istruzione autosufficiente

A loro volta, gli aspetti paleografici e ortografici rivelano l'evoluzione didattica e linguistica del genere. Il manoscritto presenta lettere stilizzate con curve e tratti particolari del periodo medievale. La diversità di forme per la stessa lettera --- specialmente la "E", che presenta variazioni secondo la sua posizione sintattica. L'uso di segni di punteggiatura medievali è distinto: la barra semplice [/] indica pausa breve (equivalente alla virgola attuale), la barra semplice con punto [/.] indica pausa maggiore (punto e virgola), le barre doppie [//] indicano inizio di nuovo paragrafo, e le barre doppie con punto [//.] segnano il punto finale. Il fenomeno delle abbreviature è marca caratteristica delle ricette medievali: ẽ [em], pouqa [pouca], p˜mro [primeiro], cõ[com], q˜ [que], ma [meia]. Probabilmente derivante dalla necessità di prendere note rapide durante la trasmissione orale delle istruzioni culinarie, questo fenomeno suggerisce che le ricette erano frequentemente trascritte durante o immediatamente dopo eventi comunicativi.

Quanto al modo discorsivo, le ricette dimostrano l'uso del futuro semplice nel modo indicativo, costruendo una narrativa in cui le ricette saranno eseguite in tempo posteriore: "tomarão huũa perdiz mal asada e falaão ẽ pedaços" (prenderanno una pernice mal arrostita e la taglieranno a pezzi). Attualmente si utilizza il modo imperativo affermativo per istruire: "prenda un petto di pollo e lo tagli a cubetti". La mesoclisi si caratterizza per l'intercalazione dei pronomi obliqui atoni tra il radicale verbale e la terminazione del futuro: deitarlheis (deitá-lhe-eis), falaeis (fá-la-eis), metelaeis (metê-la-eis), falaão (fá-la-ão), aparalasham (apará-las-ão). Come osservano Cunha e Cintra (2017, p. 293), dato che ogni infinito termina in -r, questa consonante scompare nella mesoclisi e il pronome assume le forme lo, la, los, las. Attira l'attenzione l'uso della lettera M in aparalasham nel futuro semplice, dimostrando oscillazione ortografica. Nell'opera, la nasalizzazione in posizione finale è registrata con le forme -ão, -am o , mantenendo residui dell'origine latina.

Infine, il lessico costituisce uno degli elementi che offre informazioni socio-storiche e culturali significative. L'item ẽfryarappare nella ricetta "pastéis de carne" (pasticci di carne), occorrendo una sola volta. In un altro tratto del codice, nella ricetta "Para fazer pêssego" (Per fare pesca), si trova la forma esfrjar, semanticamente prossima. Dal punto di vista etimologico, il vocabolo risale al latino frigidus, registrando lungo la storia differenti forme: esfriado (secolo XIX), esfriamento (secolo XV) e esfriar (secolo XIII).
 
4. L'Infanta D. Maria come agente culturale: memoria e identità attraverso le ricette culinarie
           
L'analisi del Manoscritto I-E-33 non può prescindere da una riflessione sul ruolo delle donne della nobiltà come mediatrici e agenti culturali attivi nel Rinascimento. L'Infanta D. Maria del Portogallo non fu semplicemente una sposa che "portò un libro" nel trasferirsi in Italia; ella rappresentava, al contrario, una generazione di donne letterate che utilizzavano la scrittura, includendo i manoscritti culinari, come forma di esercitare influenza culturale, preservare identità e trasmettere pratiche sociali attraverso i confini dinastici. Comprendere il suo protagonismo è fondamentale per un'analisi del manoscritto.
           
Nel XVI secolo, l'alfabetizzazione femminile era ancora privilegio ristretto agli strati più elevati della società. Mentre le donne delle classi popolari rimanevano escluse dal mondo letterato, nobili come l'Infanta D. Maria ricevevano educazione sofisticata che includeva lettura, scrittura, latino, greco e, molte volte, conoscenze di musica, filosofia e teologia. L'Infanta D. Maria, specificamente, era riconosciuta per la sua erudizione e per possedere una "visione matura, pedagogica, sul ruolo della lettura, delle biblioteche e dell'insegnamento", come registrano cronisti dell'epoca. Questa formazione intellettuale la posizionava come figura rilevante non soltanto nella politica matrimoniale, ma anche nella circolazione di saperi. Umanisti cinquecenteschi si riferiscono alla corte dell'Infanta D. Maria come a una sorta di "accademia femminile" o "università femminile", evidenziando che non si trattava soltanto di riunioni sociali, ma di un progetto intellettuale cosciente di formazione e circolazione di saperi tra donne. Questa pratica seguiva il modello delle corti femminili italiane del XV secolo, dove donne di corte come Isabella d'Este e Lucrezia Borgia trasformarono i loro palazzi in centri di cultura rinascimentale, finanziando artisti, collezionando manoscritti e promuovendo dibattiti intellettuali.

     
I manoscritti culinari occupano un luogo singolare nella storia femminile. Diversamente da altri generi letterari, le ricette culinarie erano uno dei pochi domini dove le donne esercitavano autorialità riconosciuta e trasmettevano conoscenza in forma sistematica. Come osserva la storiografia recente sui quaderni di ricette, questi documenti "portano come contributo questo riscatto della memoria collettiva femminile, un racconto storico che evidenzia la loro azione nel mondo" (Dutra, 2014). Il Manoscritto I-E-33, nell'essere portato dall'Infanta D. Maria alla corte Farnese, funzionava come portatore materiale della cultura portoghese. Le ricette non erano soltanto istruzioni tecniche, ma registrazioni di pratiche sociali, rituali familiari, conoscenze trasmesse tra generazioni di donne e marcatori di identità culturale. Nel preservare queste ricette in Italia, l'Infanta manteneva viva la memoria gastronomica del Portogallo, trasmettendo alle sue dame di compagnia, alle cuoche della corte Farnese e, potenzialmente, alle sue figlie e nipoti, i sapori, le tecniche e i valori associati alla cucina portoghese.
           
In questo modo, l'influenza culturale della gastronomia operava in molteplici dimensioni. In primo luogo, le donne normalmente organizzavano gli spazi domestici delle corti, includendo cucine, dispense e l'organizzazione di banchetti. Sebbene non cucinassero personalmente, supervisionavano i cuochi, determinavano i menù, ordinavano ingredienti e decidevano quali pratiche culinarie sarebbero state adottate o adattate. Così, il manoscritto funzionava come guida e riferimento per queste decisioni, garantendo che gli standard portoghesi fossero mantenuti anche in contesto italiano, dato che i banchetti e i pasti cortesi erano momenti cruciali di diplomazia, negoziazione politica e costruzione di alleanze. Il cibo servito comunicava messaggi su potere, ricchezza, raffinatezza e identità culturale. Inoltre, nell'introdurre ricette portoghesi, specialmente quelle che utilizzavano lo zucchero atlantico, ingrediente di altissimo prestigio, nei banchetti della corte Farnese, l'Infanta D. Maria affermava l'importanza del Portogallo nelle reti atlantiche e rinforzava il valore politico della sua alleanza matrimoniale. La trasmissione di saperi culinari stabiliva relazioni di influenza e affetto tra donne di differenti generazioni e origini. Insegnare una ricetta, condividere un segreto culinario o regalare a qualcuno un manoscritto di famiglia erano gesti che creavano vincoli, stabilivano gerarchie e costruivano comunità femminili dentro le corti. Il Manoscritto I-E-33, nel circolare per la corte Farnese, avrebbe servito come strumento di queste relazioni, connettendo donne portoghesi e italiane attraverso pratiche condivise.
           
Inoltre, la conservazione del portoghese nel manoscritto, pur circolando in territorio italiano, rappresenta un atto deliberato di preservazione identitaria. La lingua non è solo veicolo di comunicazione, ma marcatore di identità culturale, memoria collettiva e appartenenza. Non traducendo il manoscritto in italiano, lInfanta D. Maria manteneva viva la lingua portoghese alla corte Farnese, creando uno spazio linguistico lusitano allinterno del contesto italiano. Le donne nobili, spesso inviate a corti straniere tramite matrimoni diplomatici, utilizzavano oggetti, pratiche e conoscenze della loro terra dorigine come ancore identitarie in ambienti culturalmente estranei. Il manoscritto culinario fungeva da legame con il Portogallo, da ricordo sensoriale dellinfanzia e della giovinezza, e da strumento per trasmettere ai figli nati in terra straniera un podella cultura materna. I sapori, gli odori e le consistenze delle ricette portoghesi ricreavano simbolicamente la patria lontana.
           
Pertanto, il Manuscritto I-E-33 va inteso non solo come registro tecnico di ricette, ma come documento politico, culturale e affettivo che rivela il protagonismo femminile nella circolazione dei saperi, nella costruzione delle identità e nella mediazione tra culture. LInfanta D. Maria del Portogallo, attraverso questo manoscritto, esercitò unagenzia storica, influenzò le pratiche culinarie italiane, preservò la memoria culturale portoghese e contribuì alla formazione di reti femminili di conoscenza che attraversavano i confini dinastici dellEuropa rinascimentale.
 
        
Il Manoscritto I-E-33 costituisce una fonte rilevante per la comprensione della circolazione di saperi culinari, linguistici e culturali nel XVI secolo. Più che un semplice repository di ricette, il codice registra pratiche alimentari, tecniche di preparazione e usi simbolici degli ingredienti, inseriti in un contesto di intensa mobilità di persone, oggetti e conoscenze tra differenti spazi europei e atlantici.
           
In questo senso, lo studio delle ricette dimostra che la presenza della cucina portoghese in ambienti italiani non si esprime attraverso l'adozione diretta e sistematica delle preparazioni, ma attraverso la circolazione di tecniche, ingredienti e forme di registrazione che conferivano prestigio e distinzione ai contesti in cui erano impiegati. Tra questi elementi, lo zucchero atlantico occupa posizione centrale, non soltanto come ingrediente culinario, ma come componente associato a pratiche raffinate, a saperi tecnici specializzati e a valori simbolici ampiamente riconosciuti nel periodo. A partire da questa constatazione, la circolazione del manoscritto, relazionata alla permanenza dell'Infanta D. Maria nella corte napoletana, evidenzia il ruolo di determinati agenti storici, particolarmente donne della nobiltà, nella mediazione di pratiche culturali e culinarie tra differenti spazi. In questo modo, il codice materializza il transito di ricette, tecniche e vocabolario culinario, contribuendo alla diffusione di modi di fare e di scrivere ricette in contesti diversi, senza che ciò implichi la perdita di riferimenti culturali d'origine.
           
Sul piano linguistico, il Manoscritto I-E-33 offre una testimonianza significativa del portoghese cinquecentesco, permettendo di osservare variazioni ortografiche, morfosintattiche e lessicali all'interno del genere ricetta culinaria. Nel comparare queste pratiche discorsive con le forme contemporanee del genere, si evidenziano trasformazioni nell'organizzazione testuale, nella precisione tecnica e nella relazione tra linguaggio e pratica culinaria nel corso del tempo. La connessione con il Brasile coloniale, sebbene indiretta, si rivela fondamentale per comprendere il manoscritto nella sua dimensione atlantica. Lo zucchero prodotto nelle piantagioni brasiliane, raffinato secondo tecniche portoghesi documentate nel codice e consumato nelle corti europee, stabilisce una catena produttiva e simbolica che connette tre continenti. Le pratiche culinarie lusitane registrate nel manoscritto trovano echi diretti nella pasticceria conventuale brasiliana, evidenziando la permanenza e l'adattamento di saperi culinari aristocratici in contesto coloniale.
           
Infine, lo studio del Manoscritto I-E-33 rinforza la rilevanza di questo tipo di fonte per investigazioni che articolano storia dell'alimentazione, storia culturale e studi linguistici. In questo orizzonte, analisi comparative con altri manoscritti portoghesi e italiani, così come studi più approfonditi sul vocabolario tecnico e i modi di preparazione, possono ampliare la comprensione delle dinamiche di circolazione di saperi culinari e delle loro forme di registrazione all'inizio della modernità. Il contributo di questo articolo risiede precisamente nell'articolare queste dimensioni - storica, linguistica, culturale e atlantica - dimostrando come un manoscritto culinario del XVI secolo possa illuminare processi più ampi di mediazione culturale, costruzione di identità e circolazione di saperi tra Portogallo, Italia e Brasile.
 

Bibliografia
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NEVES, Maria Helena de Moura. A gramática funcional. São Paulo: Martins Fontes, 1997.
NASCENTES, Antenor. Dicionário etimológico da língua portuguesa. Rio de Janeiro, 1932.
 
 La prima parte è stata pubblicata in Sarapegbe, n. 34 (gen.-apr. 2026)
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  Flávia de Oliveira Maia-Pires. Docente brasiliana del Dipartimento di Linguistica, Portoghese e Lingue Classiche e del Programma di Dottorato in Linguistica dell'Università di Brasília (UnB), specializzata in Storia della Lingua Portoghese. Ha conseguito il Dottorato e il Master in Linguistica presso l'UnB e il post-dottorato in Linguistica Computazionale e Linguistica di Corpus presso l'Università di Pisa (UNIPI), in Italia. Coordina il Gruppo LexiC - Scienza, Progetti e Ricerca sul Lessico (CNPq), sviluppando ricerche nelle aree di Lessico, Terminologia e Linguistica di Corpus. Nei corsi di Laurea triennale della Facoltà di Lettere insegna Storia della Lingua Portoghese, Lingua e Letteratura Portoghese, e Portoghese del Brasile come seconda lingua. Possiede un'ampia produzione scientifica con pubblicazioni di glossari e dizionari dedicati all'insegnamento e alla ricerca linguistica. 
Contatto: maiapires@unb.br | fmaiap@gmail.com
CV Lattes: http://lattes.cnpq.br/7207323853869335
Pagina professionale: 
https://lexic.com.br



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TEXTO EM PORTUGUÊS   (Testo in italiano)

Entre Portugal, Itália e Brasil: o Manuscrito I-E-33 e a
circulação de receitas e saberes culinários entre as
cortes no século XVI  - Segunda Parte -
por
Flávia de Oliveira Maia-Pires



                                                         

3. Dimensões linguísticas do manuscrito
A análise do vocabulário e das formas linguísticas presentes no Manuscrito I-E-33 evidencia que o prestígio do açúcar atlântico e dos saberes culinários da nobreza portuguesa do século XVI se constrói também no plano discursivo, por meio da linguagem que estrutura as receitas. O vocabulário empregado na receita evidencia tanto a precisão técnica quanto o caráter nobre do documento. O termo dacuquuar revela a composição "de + açúcar", com a aglutinação típica do português arcaico. A palavra açúcar, do árabe as-sukkar (com o artigo árabe al-), compartilha origem etimológica com o italiano zucchero, embora no italiano não haja presença do artigo árabe na adaptação latina saccharum.”. Essa convergência etimológica entre o português e o italiano evidencia as rotas mediterrâneas e árabes de circulação do produto, antes mesmo da produção atlântica portuguesa.
           
A trajetória da palavra revela camadas de mediação cultural: do sânscrito śárkarā ("areia, grãos"), passando pelo persa shakar, chegando ao árabe sukkar, e daí dispersando-se pelas línguas românicas. O português e o espanhol (azúcar) mantiveram o artigo árabe al- incorporado à palavra, enquanto o italiano zucchero e o francês sucre seguiram a forma latinizada sem o artigo. Essa diferença revela percursos distintos de contato linguístico: a Península Ibérica, com presença árabe mais prolongada, naturalizou o artigo; a Itália recebeu o termo através do latim medieval saccharum, que já havia eliminado o artigo árabe. O fato de o manuscrito português, circulando em Nápoles, manter a forma açúcar (com artigo árabe) enquanto convivia com o italiano zucchero (sem artigo) ilustra a preservação da identidade linguística portuguesa mesmo em contexto italiano. Mais do que isso: mostra que o açúcar chegava à corte Farnésia tanto como produto material (das rotas atlânticas portuguesas) quanto como conceito linguístico e cultural português, carregando em sua própria denominação as marcas da mediação árabe que caracterizou a presença lusitana no Mediterrâneo.
           
Do ponto de vista morfossintático, destaca-se o uso do futuro do presente do indicativo com mesóclise: deitarão(deitarão), deitemlhe (deitem-lhe), escumchõ (escumem-no), coẽho (coem-no). Essa estrutura, característica do português quinhentista, contrasta com o imperativo direto usado nas receitas contemporâneas, conferindo ao texto um tom mais formal e distanciado. O processo técnico descrito - uso de claras em neve para coagular impurezas, fervura sem mexer, escumação e coagem - demonstra conhecimento empírico avançado sobre química alimentar. A transformação do açúcar bruto em produto refinado requeria tempo, habilidade e recursos, justificando seu valor como bem de luxo nas cortes europeias.
           
Quanto a estrutura e organização textual, em contraste com o formato atual do gênero receita culinária, evidencia-se a ausência de divisão clara entre as seções ingredientes, modo de fazer/preparo e rendimento nos textos do manuscrito. Esta divisão tripartite, característica das receitas contemporâneas, fornece informações ao leitor de modo didático e preciso. No manuscrito medieval, as informações aparecem de forma contínua, exigindo do leitor uma interpretação mais ativa para identificar quantidades, ingredientes e procedimentos. Destaca-se a indefinição de quantidades de ingredientes em muitos casos. Expressões como "um pouco de cebola" ou "cozer ao fogo brando" revelam uma abordagem culinária menos codificada, mais dependente da experiência prática do cozinheiro. Essa característica reflete uma cultura culinária transmitida oralmente e registrada como apoio à memória, não como instrução autossuficiente.
           
Por sua vez, os aspectos paleográficos e ortográficos revelam a evolução didática e linguística do gênero. O manuscrito apresenta letras estilizadas com curvas e traços particulares do período medieval. A diversidade de formas para a mesma letra — especialmente o "E", que apresenta variações conforme sua posição sintática. O uso de sinais de pontuação medievais é distinto: a barra simples [/] indica pausa breve (equivalente à vírgula atual), a barra simples com ponto [/.] indica pausa maior (ponto e vírgula), as barras duplas [//] indicam início de novo parágrafo, e as barras duplas com ponto [//.] marcam o ponto final. O fenômeno das abreviaturas é marca característica das receitas medievais: ẽ [em], pouqa [pouca], p˜mro [primeiro], cõ[com], q˜ [que], ma [meia]. Provavelmente decorrente da necessidade de tomar notas rápidas durante a transmissão oral das instruções culinárias, esse fenômeno sugere que as receitas eram frequentemente transcritas durante ou imediatamente após eventos comunicativos.
           
Quanto ao modo discursivo, as receitas demonstram o uso do futuro do presente no modo indicativo, construindo uma narrativa em que as receitas serão executadas em tempo posterior: "tomarão huũa perdiz mal asada e falaão ẽ pedaços". Atualmente utiliza-se o modo imperativo afirmativo para instruir: "pegue um peito de frango e pique-o em cubos". A mesóclise caracteriza-se pela intercalação dos pronomes oblíquos átonos entre o radical verbal e a terminação do futuro: deitarlheis (deitá-lhe-eis), falaeis (fá-la-eis), metelaeis (metê-la-eis), falaão (fá-la-ão), aparalasham (apará-las-ão). Como observam Cunha e Cintra (2017, p. 293), uma vez que todo infinitivo termina em -r, esta consoante desaparece na mesóclise e o pronome assume as formas lo, la, los, las. Chama atenção o uso da letra M em aparalasham no futuro do presente, demonstrando oscilação ortográfica. Na obra, a nasalização em posição final é registrada com as formas -ão, -am ou , mantendo resquícios da origem latina.
           
Por fim, o léxico constitui um dos elementos que oferece informações sócio-históricas e culturais significativas. O item ẽfryar aparece na receita "pastéis de carne", ocorrendo uma única vez. Em outro trecho do códice, na receita "Para fazer pêssego", encontra-se a forma esfrjar, semanticamente próxima. Do ponto de vista etimológico, o vocábulo remonta ao latim frigidus, registrando ao longo da história diferentes formas: esfriado (século XIX), esfriamento (século XV) e esfriar (século XIII).
 
4. A Infanta D. Maria como agente cultural: memória e identidade por maio das receitas culinárias
           
A análise do Manuscrito I-E-33 não pode prescindir de uma reflexão sobre o papel das mulheres da nobreza como mediadoras e agentes culturais ativos no Renascimento. A Infanta D. Maria de Portugal não foi simplesmente uma esposa que "levou um livro" ao se mudar para a Itália; ela representava, ao contrário, uma geração de mulheres letradas que utilizavam a escrita, incluindo os manuscritos culinários, como forma de exercer influência cultural, preservar identidades e transmitir práticas sociais através das fronteiras dinásticas. Compreender seu protagonismo é fundamental para uma análise do manuscrito.
           
No século XVI, a alfabetização feminina ainda era privilégio restrito às camadas mais elevadas da sociedade. Enquanto as mulheres das classes populares permaneciam excluídas do mundo letrado, nobres como a Infanta D. Maria recebiam educação sofisticada que incluía leitura, escrita, latim, grego e, muitas vezes, conhecimentos de música, filosofia e teologia. A Infanta D. Maria, especificamente, era reconhecida por sua erudição e por possuir uma "visão amadurecida, pedagógica, sobre o papel da leitura, das bibliotecas e do ensino", como registram cronistas da época. Essa formação intelectual a posicionava como figura relevante não apenas na política matrimonial, mas também na circulação de saberes. Humanistas quinhentistas referem-se à corte da Infanta D. Maria como uma espécie de "academia feminina" ou "universidade feminina", evidenciando que não se tratava apenas de reuniões sociais, mas de um projeto intelectual consciente de formação e circulação de saberes entre mulheres. Essa prática seguia o modelo das cortes femininas italianas do século XV, onde mulheres da corte como Isabella d'Este e Lucrezia Borgia transformaram seus palácios em centros de cultura renascentista, financiando artistas, colecionando manuscritos e promovendo debates intelectuais.
           
Os manuscritos culinários ocupam lugar singular na história feminina. Diferentemente de outros gêneros literários, as receitas culinárias eram um dos poucos domínios onde as mulheres exerciam autoria reconhecida e transmitiam conhecimento de forma sistemática. Como observa a historiografia recente sobre cadernos de receitas, esses documentos "trazem como contribuição este resgate da memória coletiva feminina, um relato histórico que destaca sua ação no mundo" (Dutra, 2014). O Manuscrito I-E-33, ao ser levado pela Infanta D. Maria para a corte Farnésia, funcionava como portador material da cultura portuguesa. As receitas não eram apenas instruções técnicas, mas registros de práticas sociais, rituais familiares, conhecimentos transmitidos entre gerações de mulheres e marcadores de identidade cultural. Ao preservar essas receitas na Itália, a Infanta mantinha viva a memória gastronômica de Portugal, transmitindo às suas damas de companhia, às cozinheiras da corte Farnésia e, potencialmente, às suas filhas e netas, os sabores, técnicas e valores associados à culinária portuguesa.
           
Desse modo, a influência cultural da gastronomia operava em múltiplas dimensões. Em primeiro lugar, as mulheres normalmente organizavam os espaços domésticos das cortes, incluindo cozinhas, despensas e a organização de banquetes. Embora não cozinhassem pessoalmente, supervisionavam os cozinheiros, determinavam os cardápios, encomendavam ingredientes e decidiam quais práticas culinárias seriam adotadas ou adaptadas. Assim, o manuscrito funcionava como guia e referência para essas decisões, garantindo que os padrões portugueses fossem mantidos mesmo em contexto italiano, já que os banquetes e refeições cortesãs eram momentos cruciais de diplomacia, negociação política e construção de alianças. A comida servida comunicava mensagens sobre poder, riqueza, refinamento e identidade cultural. Além disso, ao introduzir receitas portuguesas, especialmente aquelas que utilizavam o açúcar atlântico, ingrediente de altíssimo prestígio, nos banquetes da corte Farnésia, a Infanta D. Maria afirmava a importância de Portugal nas redes atlânticas e reforçava o valor político de sua aliança matrimonial. A transmissão de saberes culinários estabelecia relações de influência e afeto entre mulheres de diferentes gerações e origens. Ensinar uma receita, compartilhar um segredo culinário ou presentear alguém com um manuscrito de família eram gestos que criavam vínculos, estabeleciam hierarquias e construíam comunidades femininas dentro das cortes. O Manuscrito I-E-33, ao circular pela corte Farnésia, teria servido como instrumento dessas relações, conectando mulheres portuguesas e italianas por meio de práticas compartilhadas.
           
Alem disso, a manutenção do português no manuscrito, mesmo circulando em território italiano, representa um ato deliberado de preservação identitária. A língua não é apenas veículo de comunicação, mas marcador de identidade cultural, memória coletiva e pertencimento. Ao não traduzir o manuscrito para o italiano, a Infanta D. Maria mantinha viva a língua portuguesa na corte Farnésia, criando um espaço linguístico lusitano dentro do contexto italiano. As mulheres da nobreza, frequentemente enviadas para cortes estrangeiras através de casamentos diplomáticos, utilizavam objetos, práticas e saberes de suas terras de origem como âncoras identitárias em ambientes culturalmente estranhos. O manuscrito culinário funcionava como elo com Portugal, lembrança sensorial da infância e juventude, e instrumento para transmitir aos filhos nascidos em terra estrangeira um pouco da cultura materna. Os sabores, cheiros e texturas das receitas portuguesas recriavam, simbolicamente, a pátria distante.
           
Assim, o Manuscrito I-E-33 deve ser compreendido não apenas como registro técnico de receitas, mas como documento político, cultural e afetivo que revela o protagonismo feminino na circulação de saberes, na construção de identidades e na mediação entre culturas. A Infanta D. Maria de Portugal, por meio deste manuscrito, exerceu agência histórica, influenciou práticas culinárias italianas, preservou a memória cultural portuguesa e contribuiu para a formação de redes femininas de conhecimento que atravessavam as fronteiras dinásticas da Europa renascentista.

O Manuscrito I-E-33 constitui uma fonte relevante para a compreensão da circulação de saberes culinários, linguísticos e culturais no século XVI. Mais do que um simples repositório de receitas, o códice registra práticas alimentares, técnicas de preparo e usos simbólicos dos ingredientes, inseridos em um contexto de intensa mobilidade de pessoas, objetos e conhecimentos entre diferentes espaços europeus e atlânticos.
           
Nesse sentido, o estudo das receitas demonstra que a presença da culinária portuguesa em ambientes italianos não se expressa por meio da adoção direta e sistemática das preparações, mas pela circulação de técnicas, ingredientes e formas de registro que conferiam prestígio e distinção aos contextos em que eram empregados. Entre esses elementos, o açúcar atlântico ocupa posição central, não apenas como ingrediente culinário, mas como componente associado a práticas refinadas, a saberes técnicos especializados e a valores simbólicos amplamente reconhecidos no período. A partir dessa constatação, a circulação do manuscrito, relacionada à permanência da Infanta D. Maria na corte napolitana, evidencia o papel de determinados agentes históricos, particularmente mulheres da nobreza, na mediação de práticas culturais e culinárias entre diferentes espaços. Desse modo, o códice materializa o trânsito de receitas, técnicas e vocabulário culinário, contribuindo para a difusão de modos de fazer e de escrever receitas em contextos diversos, sem que isso implique a perda de referências culturais de origem.
           
No plano linguístico, o Manuscrito I-E-33 oferece um testemunho significativo do português quinhentista, permitindo observar variações ortográficas, morfossintáticas e lexicais no interior do gênero receita culinária. Ao comparar essas práticas discursivas com as formas contemporâneas do gênero, evidenciam-se transformações na organização textual, na precisão técnica e na relação entre linguagem e prática culinária ao longo do tempo. A conexão com o Brasil colonial, embora indireta, revela-se fundamental para compreender o manuscrito em sua dimensão atlântica. O açúcar produzido nas plantações brasileiras, refinado segundo técnicas portuguesas documentadas no códice e consumido nas cortes europeias, estabelece uma cadeia produtiva e simbólica que conecta três continentes. As práticas culinárias lusitanas registradas no manuscrito encontram ecos diretos na doçaria conventual brasileira, evidenciando a permanência e adaptação de saberes culinários aristocráticos em contexto colonial.
           
Por fim, o estudo do Manuscrito I-E-33 reforça a relevância desse tipo de fonte para investigações que articulam história da alimentação, história cultural e estudos linguísticos. Nesse horizonte, análises comparativas com outros manuscritos portugueses e italianos, bem como estudos mais aprofundados sobre o vocabulário técnico e os modos de preparo, podem ampliar a compreensão das dinâmicas de circulação de saberes culinários e de suas formas de registro no início da modernidade. A contribuição deste artigo reside precisamente em articular essas dimensões , histórica, linguística, cultural e atlântica, demonstrando como um manuscrito culinário do século XVI pode iluminar processos mais amplos de mediação cultural, construção de identidades e circulação de saberes entre Portugal, Itália e Brasil.



Referências
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 A primeira parte foi publicada em Sarapegbe, n. 34  (gen.-apr. 2026)
 
 
Traduzione dal portoghese di Flávia de Oliveira MAIA-PIRES
Flávia de Oliveira Maia-Pires. Docente do Departamento de Linguística, Português e Línguas Clássicas e do Programa de Pós-Graduação em Linguística da Universidade de Brasília (UnB), com especialização em História da Língua Portuguesa. Possui Doutorado e Mestrado em Linguística pela UnB e pós-doutorado em Linguística Computacional e Linguística de Corpus pela Universidade de Pisa (UNIPI), Itália. Lidera o Grupo LexiC - Ciência, Projetos e Pesquisa sobre Léxico (CNPq), desenvolvendo pesquisas nas áreas de Léxico, Terminologia e Linguística de Corpus. Atua nos cursos de graduação em Licenciatura em Letras, com ênfase no ensino de História da Língua Portuguesa, Língua Portuguesa e Respectiva Literatura, e Português do Brasil como Segunda Língua. Possui ampla produção científica com publicações de glossários e dicionários voltados ao ensino e à pesquisa linguística.
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