Tra Portogallo, Italia e Brasile: il Manoscritto I-E-33 e la circolazione di ricette e saperi culinari tra le corti nel XVI secolo - PRIMA PARTE -
Flávia de Oliveira Maia-Pires
Copertina del libro "O Livro de Cozinha da Infanta D. Maria" di G. Manuppella e S. Artaut. 1967
TESTO IN ITALIANO   (Texto em português)

Il Manoscritto I-E-33, conosciuto anche come Libro di Cucina dell'Infanta D. Maria del Portogallo, costituisce un documento singolare per la comprensione delle pratiche culinarie della nobiltà del XVI secolo e della circolazione culturale tra Portogallo, Italia e, indirettamente, il Brasile nel periodo coloniale. Conservato presso la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli, il codice riflette la mobilità di testi, saperi e pratiche gastronomiche attraverso le reti cortigiane europee, avendo come protagonista l'Infanta D. Maria del Portogallo, figura centrale nella mediazione culturale tra la corte portoghese e la famiglia Farnese.

Il manoscritto apparteneva all'Infanta D. Maria, figlia di D. Duarte, duca di Guimarães, nipote del re D. Manuel I del Portogallo e sposa di Alessandro Farnese, duca di Parma, il che conferisce al documento un carattere di nobiltà e di prestigio sociale. Si trattava di un tipo di "eredità culturale" familiare che riuniva ricette della cucina della corte portoghese, riflettendo le sue tradizioni e i suoi costumi. È probabile che queste ricette siano state compilate da persone responsabili della cucina della corte, registrando tecniche, combinazioni di sapori e pratiche culinarie.

Il libro accompagnò l'Infanta nel suo trasferimento a Napoli, dopo il suo matrimonio nel 1565, il che comprova la registrazione materiale della circolazione di saperi alimentari portoghesi in territorio italiano. In questo contesto, il presente articolo si propone di descrivere il Manoscritto I-E-33 come un anello di circolazione culturale e gastronomica tra Portogallo, Italia e Brasile, esplorando dimensioni storiche, sociali, linguistiche e culinarie. Il focus è sulla circolazione di ricette e saperi culinari e culturali, che considera non soltanto la trasmissione diretta di ingredienti o tecniche, ma anche la mediazione simbolica e culturale che il documento rappresenta. L'approccio integra storia culturale e storia della gastronomia, contribuendo a una comprensione più ampia delle pratiche di cucina e del prestigio associato all'alimentazione nei contesti europeo e atlantico.

Studi come quelli di Hosokawa (2006, p. 12) sottolineano che il manoscritto "può essere considerato un vero patrimonio culturale, poiché è il più antico documento del genere in lingua portoghese conosciuto fino a questo momento". Attraverso questo documento, diventa possibile conoscere il gusto alimentare dell'epoca, poiché l'arte culinaria ha il potere di rivelare manifestazioni quotidiane di pratiche, norme, comportamenti e valori sociali, permettendo di comparare le abitudini alimentari di una società in epoche diverse. Inoltre, si verificano i cambiamenti occorsi nel genere testuale ricetta culinaria, quando comparato al modo contemporaneo di registrare l'arte di preparare ricette gastronomiche.

Sebbene il Manoscritto I-E-33 sia già stato oggetto di analisi linguistiche (Abbade, 2004, 2009) e paleografiche (Manuppella, 1967; Hosokawa, 2006), il presente articolo propone un approccio complementare articolando tre dimensioni fino ad ora non esplorate congiuntamente: primo, la connessione tripartita tra Portogallo, Italia e Brasile coloniale attraverso le pratiche culinarie associate ai nobili dell'epoca; secondo, il ruolo dello zucchero atlantico come elemento materiale e simbolico di questa circolazione; e terzo, il protagonismo dell'Infanta D. Maria come agente culturale attivo nella mediazione di saperi tra corti europee. In questo modo, il manoscritto è analizzato non soltanto come documento linguistico o gastronomico isolato, ma come artefatto culturale che materializza le relazioni sociali, la conoscenza e l'identità nel contesto dell'espansione atlantica portoghese.

Questo testo è organizzato in quattro sezioni principali: la prima sezione esamina il contesto storico del manoscritto e il suo inserimento nella Corte Farnese; la seconda analizza i saperi culinari registrati, con enfasi sullo zucchero e sulla pasticceria; la terza investiga le dimensioni linguistiche del documento; e la quarta discute il ruolo dell'Infanta D. Maria come agente di mediazione culturale. Infine, le considerazioni finali sintetizzano i principali contributi dello studio.
 
1. Il Manoscritto I-E-33 e la Corte Farnese

L'Infanta D. Maria del Portogallo nacque nel 1521, a Lisbona, in seno alla dinastia manuelina, periodo di espansione marittima portoghese e consolidamento delle rotte atlantiche. Il suo matrimonio con Alessandro Farnese, nel 1565, promosse l'inserimento del Portogallo nelle reti cortigiane italiane più potenti dell'epoca, consolidando il ruolo delle donne della nobiltà come mediatrici culturali tra dinastie europee, dato che i Farnese costituivano una delle più influenti famiglie dell'Italia rinascimentale.

La famiglia di Alessandro Farnese manteneva uno dei più importanti centri di mecenatismo artistico e culturale d'Europa, con l'imponente Palazzo Farnese a Roma, progettato da Antonio da Sangallo e Michelangelo, e una collezione d'arte che includeva opere di Tiziano, Raffaello e Correggio. Oltre ad essere Duca di Parma, divenne uno dei più celebri comandanti militari del suo tempo, servendo gli interessi spagnoli nei Paesi Bassi e consolidando il potere dei Farnese nel nord dell'Italia.

Il matrimonio tra l'Infanta D. Maria e Alessandro Farnese, celebrato per procura a Lisbona e ratificato a Bruxelles, rappresentava un'alleanza che connetteva il Portogallo alle principali reti di potere europee. La corte Farnese a Parma, e posteriormente i territori sotto influenza familiare a Napoli, funzionavano come centri di convergenza culturale dove pratiche, oggetti e saperi circolavano intensamente. In questo senso, il manoscritto che accompagnò l'Infanta D. Maria si inquadra come registrazione materiale di scambi culturali, riflettendo tanto il gusto e le abitudini alimentari della corte portoghese quanto il suo adattamento in contesto italiano.

La presenza di un manoscritto portoghese di ricette nella biblioteca Farnese evidenzia non soltanto la circolazione di ingredienti e tecniche, ma anche la circolazione di prestigio e capitale simbolico associato alla cultura alimentare portoghese che raggiunse una parte significativa della nobiltà italiana. Questo tipo di accordi sigillati attraverso matrimoni tra nobili di regioni distinte erano pratiche comuni e strategicamente significative. Nel caso dell'unione matrimoniale tra l'Infanta D. Maria e Alessandro Farnese, si ipotizzò, persino, la possibilità che egli fosse considerato pretendente al trono portoghese durante la crisi dinastica del 1580, come indicano le registrazioni storiche, il che dimostra la rilevanza politica di questa unione.

La rilevanza del codice I-E-33 per questa famiglia si osserva persino negli elementi fisici del libro, visto che il dorso dell'opera ostenta il giglio dei Farnese, simbolo araldico della famiglia che decorava i loro palazzi, manoscritti e oggetti d'arte, e presentava un titolo: Tratt. Di cucina Spagna (Trattato di cucina spagnola), rivelando la sua storia e prestigio. Nonostante l'errore linguistico del titolo, poiché non fu scritto in spagnolo, si registra l'evidenza che le tradizioni culinarie iberiche erano percepite nell'Italia dell'epoca.

Studi paleografici indicano che più di tre amanuensi lavorarono all'opera, giustificando la diversità di calligrafia ed evidenziando il carattere collettivo della produzione di manoscritti culinari nella corte portoghese. Questa molteplicità di mani suggerisce che il manoscritto non fu copiato in un unico momento, ma compilato nel corso del tempo, possibilmente incorporando ricette da diverse fonti cortesi e riflettendo la tradizione orale che ancora predominava nella trasmissione di saperi culinari.

Da qui, la difficoltà della distinzione tra la lingua portoghese e la lingua spagnola nella denominazione dell'opera. Si sottolinea che il manoscritto contiene quattro gruppi di ricette: Caderno dos Magares de Carne (Quaderno delle Vivande di Carne), Caderno dos Mamgares de Ovoos (Quaderno delle Vivande di Uova), Caderno dos Mamgares de leyte (Quaderno delle Vivande di latte) e Caderno das Cousas de Comseruas (Quaderno delle Cose da Conservare), componendo un totale da 61 a 74 ricette (i conteggi variano secondo l'edizione consultata). La precisione della data di elaborazione è di difficile identificazione, ma studi indicano la fine del XV secolo e l'inizio del XVI secolo come il periodo in cui i testi furono scritti.
 
2. Saperi culinari della nobiltà: pasticceria, tecniche e simbologia dello zucchero

La natura manoscritta del documento permette di osservare variazioni di calligrafia, suggerendo molteplici scriventi e, possibilmente, differenti momenti di compilazione. Le ricette non si limitano all'elenco di ingredienti: includono istruzioni dettagliate, indicativi di tempo di cottura, tecniche di conservazione e combinazioni di sapori che riflettono abitudini della corte portoghese del XVI secolo, ma in un modo differente dal modo contemporaneo relativo al genere testuale della ricetta culinaria, che attualmente è diviso in: ingredienti, modo di preparazione e resa.

Oltre agli ingredienti, studi di Abbade (2004, p. 437) registrano l'occorrenza di 210 verbi relativi a processi e metodi di preparazione, come coprire, colare, chiarificare, arrostire, pulire, aggiungere, tra altri, definendo questi verbi come "i modi di fare le ricette, realizzando azioni che generano cambiamenti di stato negli ingredienti fino ad arrivare alla confezione delle pietanze proposte", evidenziando pratiche culturali che influenzano il modo di preparazione di piatti in popoli differenti.

Un aspetto centrale del manoscritto è la pasticceria. Lo zucchero, ingrediente di prestigio proveniente dalle colonie atlantiche portoghesi, come Madeira e São Tomé, appare in diverse ricette dolci, frequentemente associato a spezie come cannella, chiodi di garofano e noce moscata. Più che una scelta gastronomica, il suo uso funzionava come marcatore di status sociale e potere economico, risultato dell'accesso privilegiato del Portogallo alle rotte atlantiche. In questo contesto, si svilupparono tecniche e combinazioni di sapori che impressionavano per la novità e riaffermavano il prestigio della mensa nobile. Sciroppi, caramelli e procedimenti specifici di cottura sono ricorrenti nel Manoscritto I-E-33, rivelando una tradizione di pasticceria raffinata, anteriore al consolidamento della pasticceria barocca in diverse corti europee.

Sebbene queste pratiche non siano state ampiamente assimilate, contribuirono ad ampliare il repertorio di sapori di settori della nobiltà italiana. In contrasto con la cucina italiana, nella quale il miele rimaneva come dolcificante più comune a causa dell'alto costo dello zucchero, il manoscritto riunisce anche ricette salate che esplorano combinazioni agrodolci e l'uso di spezie poco frequenti nel Mediterraneo dell'epoca.

Alcune preparazioni di carne comportano lunghi tempi di cottura con l'aggiunta di zucchero, aceto ed erbe aromatiche, producendo sapori complessi che, sebbene estranei alla tradizione italiana, dialogano con pratiche lusitane già consolidate. Queste combinazioni riflettono influenze orientali incorporate nella cucina portoghese attraverso le rotte commerciali con l'Oriente, specialmente dopo la costituzione della Rotta del Capo.

Per illustrare l'uso dello zucchero tra le ricette del Manoscritto I-E-33, inclusa nel Caderno das Cousas de Comseruas(Quaderno delle Cose da Conservare), si evidenzia "Pera clarefiquar acuquar" (Per chiarificare lo zucchero), una ricetta tecnica che rivela la sofisticazione dei processi culinari dell'epoca e il valore simbolico dello zucchero nella corte portoghese. Il processo di chiarificazione dello zucchero non era soltanto una tecnica culinaria, ma un rituale di raffinamento che trasformava lo zucchero grezzo dell'atlantico in prodotto di altissimo prestigio per uso in conserve, dolci e banchetti.
Testo originale (righe 1172-1189):


Pera clarefiquar acuquar
deitarão a cada aRatel dacuquuar
hū pucoro daguoa e deitarã quãtos
aRatës qujserẽ ẽ hữu tacho cõ outros
tamtos pucaros dagoa e p'm'o lhe deite
o acuquar deitemlhe duas craras dovos
nesta aguoa mujto bẽ batidas q˜ facão
gramdes ẽsauoadas e como asy estiuer
deitẽ o acuquar e ponhamno ao foguo
e deixem ho feruer sẽ o mexerem nẽ
bolirẽ com ele/ẽtã despois & feruer
e que se ajumtar toda aquela cogidade
tirẽno do foguo e escumchõ e coẽho
e ẽtã ponhãno no põto pers o q qujserẽ

Per una migliore comprensione del lettore, si presenta una modernizzazione della ricetta secondo gli standard attuali con adattamenti di quantità e utensili consoni al genere della ricetta culinaria:
 
Para clarificar açúcar, coloquem para cada arrátel (aproximadamente 459g) de açúcar um púcaro (copo) de água. Depositem quantos arráteis quiserem em um tacho com a mesma quantidade de púcaros de água. Primeiro lancem o açúcar, depois deitem-lhe duas claras de ovos muito bem batidas em neve, que façam grandes espumas. Quando estiver assim, deitem o açúcar e ponham-no ao fogo. Deixem-no ferver sem mexer nem bulir com ele. Então, depois de ferver, quando se juntar toda aquela sujidade, tirem-no do fogo e escumem-no e coem-no. Então ponham-no no ponto para o que quiserem.[1]

 
La ricetta rivela una conoscenza tecnica raffinata sul processo di purificazione dello zucchero attraverso la coagulazione di impurità dalle proteine dell'albume d'uovo. Lo zucchero grezzo, proveniente dalle produzioni atlantiche portoghesi, passava attraverso questo processo di chiarificazione per raggiungere il candore e la purezza desiderati per il consumo, aspetti che conferivano all'ingrediente un valore che trascendeva la sua funzione alimentare.

In questo modo, il Manoscritto I-E-33 permette di comprendere i saperi culinari della nobiltà portoghese del XVI secolo dentro un contesto storico più ampio, segnato dall'espansione marittima, dal consolidamento delle rotte atlantiche e orientali e dalla crescente circolazione di prodotti, tecniche e conoscenze. Il dominio di pratiche come la chiarificazione dello zucchero evidenzia non soltanto un sapere tecnico specializzato, ma anche il luogo centrale di questo ingrediente nel sistema economico e simbolico dell'Impero Portoghese, dove si affermava come merce strategica ed elemento raffinato. Così, la pasticceria registrata nel manoscritto riflette l'articolazione tra status sociale, economia e cultura materiale, rivelando l'identità storica della nobiltà portoghese all'inizio della modernità.

Sebbene il manoscritto sia rimasto in Italia dopo il matrimonio dell'Infanta D. Maria, esso documenta pratiche, ingredienti e saperi che circolarono fino al Brasile coloniale attraverso la cultura lusitana. Lo zucchero, prodotto nelle piantagioni atlantiche (Madeira, São Tomé e, posteriormente, Brasile), raffinato in Portogallo e consumato nelle corti europee, stabilisce un ponte tra continenti ed evidenzia la complessità delle reti di circolazione culturale nel periodo moderno. Registrando tecniche di preparazione di questo ingrediente, il manoscritto documenta una tappa cruciale di una catena produttiva che connetteva differenti geografie e molteplici culture.

Lo scambio di ingredienti e saperi tra Brasile ed Europa rinforza il ruolo del Portogallo come mediatore culturale. In questo contesto, il manoscritto funziona come anello simbolico e storico, mostrando l'origine di pratiche alimentari lusitane che si sarebbero consolidate nel Brasile coloniale. Le tecniche di preparazione di dolci, includendo sciroppi, combinazioni con spezie, confezione di conserve e raffinamento dello zucchero, trovano echi diretti nella pasticceria conventuale brasiliana e nelle tradizioni zuccheriere di stati come Pernambuco, Bahia e Rio de Janeiro.   FINE PRIMA PARTE

 

 


[1] Per chiarificare lo zucchero, mettete per ogni arrátel (approssimativamente 459g) di zucchero un púcaro (bicchiere) d'acqua. Depositate quanti arráteis volete in una pentola con la stessa quantità di púcaros d'acqua. Prima versate lo zucchero, poi aggiungete due albumi d'uovo molto ben montati a neve, che facciano grandi spume. Quando sarà così, versate lo zucchero e mettetelo sul fuoco. Lasciatelo bollire senza mescolare né muoverlo. Allora, dopo aver bollito, quando si sarà riunita tutta quella sporcizia, toglietelo dal fuoco e schiumatelo e colatelo. Allora mettetelo al punto per ciò che volete. Tda

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Bibliografia


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ABBADE, Celina Márcia de Souza. Um estudo lexical do primeiro manuscrito da culinária portuguesa medieval: o livro de cozinha da Infanta D. Maria. Salvador: Quarteto Editora, 2009.
CASCUDO, Luís Câmara. História da alimentação no Brasil. São Paulo: Global, 2004.
CUNHA, Celso; CINTRA, Lindley. Nova gramática do português contemporâneo. 7. ed. Rio de Janeiro: Lexikon, 2017.
DUTRA, R. C. A. Registro, memória e transmissão cultural: os textos culinários e o caderno de receitas. In: 29ª Reunião Brasileira de Antropologia, realizado entre os dias 03 a 06 de agosto de 2014, Natal, RN.
GOMES FILHO, Antonio (Org.). Um tratado da cozinha portuguesa do século XV. Rio de Janeiro: Instituto Nacional do Livro, 1963.
HOSOKAWA, Antonieta Buriti de Souza. O tratado da cozinha portuguesa -- Códice I.E. 33: aspectos culturais e linguísticos. São Paulo: USP, 2006.
MANUPPELLA, Giacinto; ARNAUT, Salvador Dias (Org.). O livro de cozinha da Infanta D. Maria de Portugal.Coimbra: Universidade de Coimbra, 1967.
MARCUSCHI, Luiz An
tônio. neros textuais: definição e funcionalidade. In: DIONÍSIO, A. P.; MACHADO, A. R.; BEZERRA, M. A. (Org.). neros textuais e ensino. 4. ed. Rio de Janeiro: Lucerna, 2005.
NEVES, Maria Helena de Moura. A gramática funcional. São Paulo: Martins Fontes, 1997.
NASCENTES, Antenor. Dicionário etimológico da língua portuguesa. Rio de Janeiro, 1932.
 
 
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Flávia de Oliveira Maia-Pires.
E' brasiliana, Docente del Dipartimento di Linguistica, Portoghese e Lingue Classiche e del Programma di Dottorato in Linguistica dell'Università di Brasília (UnB), specializzata in Storia della Lingua Portoghese. Ha conseguito il Dottorato e il Master in Linguistica presso l'UnB e il post-dottorato in Linguistica Computazionale e Linguistica di Corpus presso l'Università di Pisa (UNIPI), in Italia. Coordina il Gruppo LexiC - Scienza, Progetti e Ricerca sul Lessico (CNPq), sviluppando ricerche nelle aree di Lessico, Terminologia e Linguistica di Corpus. Nei corsi di Laurea triennale della Facoltà di Lettere insegna Storia della Lingua Portoghese, Lingua e Letteratura Portoghese, e Portoghese del Brasile come seconda lingua. Possiede un'ampia produzione scientifica con pubblicazioni di glossari e dizionari dedicati all'insegnamento e alla ricerca linguistica. 
Contatto: maiapires@unb.br | fmaiap@gmail.com
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Pagina professionale: 
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Traduzione dal portoghese di Flávia de Oliveira Maia-Pires  


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TEXTO EM PORTUGUÊS   (Testo in italiano)

Entre Portugal, Itália e Brasil: o Manuscrito I-E-33 e a
circulação de receitas e saberes culinários entre as
cortes no século XVI  - Primeira Parte -
por
Flávia de Oliveira Maia-Pires


                                                 

               Capa da obra "O Livro de Cosinha da Infanta D. Maria" G. Manuppella e S. Artaut. 1967

O Manuscrito I-E-33, também conhecido como Livro de Cozinha da Infanta D. Maria de Portugal, constitui um documento singular para a compreensão das práticas culinárias da nobreza do século XVI e da circulação cultural entre Portugal, a Itália e, indiretamente, o Brasil no período colonial. Conservado na Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III, em Nápoles, o códice reflete a mobilidade de textos, saberes e práticas gastronômicas por meio das redes cortesãs europeias, tendo como protagonista a Infanta D. Maria de Portugal, figura central na mediação cultural entre a corte portuguesa e a família Farnésio.

O manuscrito pertencia à Infanta D. Maria, filha de D. Duarte, duque de Guimarães, neta do rei D. Manuel I de Portugal e esposa de Alessandro Farnésio, duque de Parma, o que confere ao documento um caráter de nobreza e de prestígio social. Tratava-se de um tipo de "herança cultural" familiar que reunia receitas da cozinha da corte portuguesa, refletindo suas tradições e seus costumes. É provável que essas receitas tenham sido compiladas por pessoas responsáveis pela cozinha da corte, registrando técnicas, combinações de sabores e práticas culinárias. O livro acompanhou a Infanta em sua mudança para Nápoles, após seu casamento em  1565, o que comprova o registro material da circulação de saberes alimentares portugueses em território italiano. 

Neste contexto, este artigo propõe descrever o Manuscrito I-E-33 como um elo de circulação cultural e gastronômica entre Portugal, Itália e Brasil, explorando dimensões históricas, sociais, linguísticas e culinárias. O foco está na circulação de receitas e saberes culinários e culturais, que considera não apenas a transmissão direta de ingredientes ou técnicas, mas também a mediação simbólica e cultural que o documento representa. A abordagem integra história cultural e história da gastronomia, contribuindo para uma compreensão mais ampla das práticas de cozinha e do prestígio associado à alimentação nos contextos europeu e atlântico.

Estudos como os de Hosokawa (2006, p. 12) destacam que o manuscrito "pode ser considerado um verdadeiro patrimônio cultural, pois é o mais antigo documento do gênero em língua portuguesa conhecido até o momento". Por meio deste documento, torna-se possível conhecer o gosto alimentar da época, pois a arte culinária tem o poder de revelar manifestações cotidianas de práticas, normas, comportamentos e valores sociais, permitindo comparar os hábitos alimentares de uma sociedade em épocas diferentes. Além disso, verifica-se as mudanças ocorridas no gênero textual receita culinária, quando comparado ao modo contemporâneo de se registrar a arte de preparar receitas gastronômicas.

Embora o Manuscrito I-E-33 já tenha sido objeto de análises linguísticas (Abbade, 2004, 2009) e paleográficas (Manuppella, 1967; Hosokawa, 2006), este artigo propõe uma abordagem complementar ao articular três dimensões até então não exploradas conjuntamente: primeiro, a conexão tripartite entre Portugal, Itália e Brasil colonial por meio das práticas culinárias associadas aos nobres da época; segundo, o papel do açúcar atlântico como elemento material e simbólico dessa circulação; e terceiro, o protagonismo da Infanta D. Maria como agente cultural ativo na mediação de saberes entre cortes europeias. Dessa forma, o manuscrito é analisado não apenas como documento linguístico ou gastronômico isolado, mas como artefato cultural que materializa as relações sociais, conhecimento e identidade no contexto da expansão atlântica portuguesa.

Este texto está organizado em quatro seções principais: a primeira seção examina o contexto histórico do manuscrito e sua inserção na Corte Farnésia; a segunda analisa os saberes culinários registrados, com ênfase no açúcar e na doçaria; a terceira investiga as dimensões linguísticas do documento; e a quarta discute o papel da Infanta D. Maria como agente de mediação cultural. Por fim, as considerações finais sintetizam as principais contribuições do estudo.
 
1. O Manuscrito I-E-33 e a Corte Farnésia

A Infanta D. Maria de Portugal nasceu em 1521, em Lisboa, no seio da dinastia Manuelina, período de expansão marítima portuguesa e consolidação das rotas atlânticas. Seu casamento com Alessandro Farnésio, em 1565, promoveu a inserção de Portugal nas redes cortesãs italianas mais poderosas da época, consolidando o papel das mulheres da nobreza como mediadoras culturais entre dinastias europeias, dado que os Farnésio constituíam uma das mais influentes famílias da Itália renascentista. A família de Alessandro Farnésio mantinha um dos mais importantes centros de mecenato artístico e cultural da Europa, com o imponente Palazzo Farnése em Roma, projetado por Antonio da Sangallo e Michelangelo, e uma coleção de arte que incluía obras de Ticiano, Rafael e Correggio. Além de Duque de Parma, tornou-se um dos mais célebres comandantes militares de seu tempo, servindo aos interesses espanhóis nos Países Baixos e consolidando o poder Farnésio no norte da Itália.

O casamento entre a Infanta D. Maria e Alessandro Farnésio, celebrado por procuração em Lisboa e ratificado em Bruxelas, representava uma aliança que conectava Portugal às principais redes de poder europeias. A corte Farnésia em Parma, e posteriormente os territórios sob influência familiar em Nápoles, funcionavam como centros de convergência cultural onde práticas, objetos e saberes circulavam intensamente.

Nesse sentido, o manuscrito que acompanhou a Infanta D. Maria enquadra-se como registro material de intercâmbios culturais, refletindo tanto o gosto e os hábitos alimentares da corte portuguesa quanto sua adaptação em contexto italiano. A presença de um manuscrito português de receitas na biblioteca Farnésia evidencia não apenas a circulação de ingredientes e técnicas, mas também a circulação de prestígio e capital simbólico associado à cultura alimentar portuguesa que alcançou uma parte significativa da nobreza italiana. Esse tipo de acordos selados por meio de casamentos entre nobres de regiões distintas eram práticas comuns e estrategicamente significativas.

No caso do enlace matrimonial entre a Infanta D. Maria e Alessandro Farnésio, cogitou-se, inclusive, a possibilidade de ele ser considerado pretendente ao trono português durante a crise dinástica de 1580, conforme apontam os registros históricos, o que demonstra a relevância política dessa união, conforme apontam os registros históricos.

A relevância do códice I‑E‑33 para essa família é observada até nos elementos físicos do livro, visto que a lombada da obra ostenta o lírio dos Farnésios, símbolo heráldico da família que decorava seus palácios, manuscritos e objetos de arte, e apresentava um título: Tratt. Di cucina Spagna (Tratado de cozinha espanhola), revelando sua história e prestígio. Apesar do deslise linguístico do título, pois não foi escrito em espanhol, registra-se a evidência das tradições culinárias ibéricas eram percebidas na Itália da época. Estudos paleográficos indicam que mais de três amanuenses trabalharam na obra, justificando a diversidade de caligrafia e evidenciando o caráter coletivo da produção de manuscritos culinários na corte portuguesa.

Essa multiplicidade de mãos sugere que o manuscrito não foi copiado em um único momento, mas compilado ao longo do tempo, possivelmente incorporando receitas de diferentes fontes cortesãs e refletindo a tradição oral que ainda predominava na transmissão de saberes culinários. Daí, a dificuldade da distinção entre a língua portuguesa e a língua espanhola na nomeação da obra.  Destaca-se que o manuscrito contém quatro grupos de receitas: Caderno dos Magares de Carne, Caderno dos Mamgares de Ovoos, Caderno dos Mamgares de leyte e Caderno das Cousas de Comseruas, compondo um total de 61 a 74 receitas (as contagens variam conforme a edição consultada). A precisão da data de elaboração é de difícil identificação, mas estudos apontam o final do século XV e o início do século XVI como o período em que os textos foram escritos.
 
2. Saberes culinários da nobreza: doçaria, técnicas e simbologia do açúcar

A natureza manuscrita do documento permite observar variações de caligrafia, sugerindo múltiplos escreventes e, possivelmente, diferentes momentos de compilação. As receitas não se limitam à lista de ingredientes: incluem instruções detalhadas, indicativos de tempo de cozimento, técnicas de conservação e combinações de sabores que refletem hábitos da corte portuguesa do século XVI, mas de um modo diferente do modo contemporâneo relacionados ao gênero textual da receita culinária, que atualmente é dividida em: ingredientes, modo de preparo e rendimento. Para além dos ingredientes, estudos de Abbade (2004, p. 437) registram a ocorrência de 210 verbos relacionados a processos e métodos de preparo, como cobrir, coar, clarificar, assar, limpar, ajuntar, entre outros, definido esses verbos como as maneiras de fazer as receitas, realizando ações que geram mudanças de estado nos ingredientes até se chegar à confecção das iguarias propostas”, evidenciando práticas culturais que influenciam o modo de preparo de pratos em diferentes povos.

Um aspecto central do manuscrito é a doçaria. O açúcar, ingrediente de prestígio proveniente das colônias atlânticas portuguesas, como Madeira e São Tomé, aparece em diversas receitas doces, frequentemente associado a especiarias como canela, cravo e noz-moscada. Mais do que uma escolha gastronômica, seu uso funcionava como marcador de status social e poder econômico, resultado do acesso privilegiado de Portugal às rotas atlânticas.

Nesse contexto, desenvolveram-se técnicas e combinações de sabores que impressionavam pela novidade e reafirmavam o prestígio da mesa nobre. Caldas, xaropes e procedimentos específicos de cozimento são recorrentes no Manuscrito I-E-33, revelando uma tradição de confeitaria refinada, anterior à consolidação da doçaria barroca em diversas cortes europeias. Embora essas práticas não tenham sido amplamente assimiladas, contribuíram para ampliar o repertório de sabores de setores da nobreza italiana. Em contraste com a culinária italiana, na qual o mel permanecia como adoçante mais comum em razão do alto custo do açúcar, o manuscrito também reúne receitas salgadas que exploram combinações agridoce e o uso de especiarias pouco frequentes no Mediterrâneo da época.

Algumas preparações de carne envolvem longos tempos de cozimento com a adição de açúcar, vinagre e ervas aromáticas, produzindo sabores complexos que, embora alheios à tradição italiana, dialogam com práticas lusitanas já consolidadas. Essas combinações refletem influências orientais incorporadas à culinária portuguesa por meio das rotas comerciais com o Oriente, especialmente após o estabelecimento da Rota do Cabo.

Para ilustrar o uso do açúcar entre as receitas do Manuscrito I‑E‑33, incluída no Caderno das Cousas de Comseruas, destaca-se "Pera clarefiquar acuquar", uma receita técnica que revela a sofisticação dos processos culinários da época e o valor simbólico do açúcar na corte portuguesa. O processo de clarificação do açúcar não era apenas uma técnica culinária, mas um ritual de refinamento que transformava o açúcar bruto do atlântico em produto de altíssimo prestígio para uso em conservas, doces e banquetes.
Texto original (linhas 1172-1189):


Pera clarefiquar acuquar
deitarão a cada aRatel dacuquuar
hū pucoro daguoa e deitarã quãtos
aRatës qujserẽ ẽ hữu tacho cõ outros
tamtos pucaros dagoa e p'm'o lhe deite
o acuquar deitemlhe duas craras dovos
nesta aguoa mujto bẽ batidas q˜ facão
gramdes ẽsauoadas e como asy estiuer
deitẽ o acuquar e ponhamno ao foguo
e deixem ho feruer sẽ o mexerem nẽ
bolirẽ com ele/ẽtã despois & feruer
e que se ajumtar toda aquela cogidade
tirẽno do foguo e escumchõ e coẽho
e ẽtã ponhãno no põto pers o q qujserẽ
 
            Para melhor compreensão do leitor, apresenta-se uma modernização da receita aos padrões atuais com adaptações de quantidades e utensílios condizentes ao gênero receita culinária:
 
Para clarificar açúcar, coloquem para cada arrátel (aproximadamente 459g) de açúcar um púcaro (copo) de água. Depositem quantos arráteis quiserem em um tacho com a mesma quantidade de púcaros de água. Primeiro lancem o açúcar, depois deitem-lhe duas claras de ovos muito bem batidas em neve, que façam grandes espumas. Quando estiver assim, deitem o açúcar e ponham-no ao fogo. Deixem-no ferver sem mexer nem bulir com ele. Então, depois de ferver, quando se juntar toda aquela sujidade, tirem-no do fogo e escumem-no e coem-no. Então ponham-no no ponto para o que quiserem.
 
A receita revela um conhecimento técnico refinado sobre o processo de purificação do açúcar através da coagulação de impurezas pelas proteínas da clara de ovo. O açúcar bruto, proveniente das produções atlânticas portuguesas, passava por esse processo de clarificação para atingir a brancura e pureza desejadas para o consumo, aspectos que conferiam ao ingrediente um valor que transcendia sua função alimentar.

Dessa forma, o Manuscrito I-E-33 permite compreender os saberes culinários da nobreza portuguesa do século XVI dentro de um contexto histórico mais amplo, marcado pela expansão marítima, pela consolidação das rotas atlânticas e orientais e pela crescente circulação de produtos, técnicas e conhecimentos. O domínio de práticas como a clarificação do açúcar evidencia não apenas um saber técnico especializado, mas também o lugar central desse ingrediente no sistema econômico e simbólico do Império Português, onde se afirmava como mercadoria estratégica e elemento refinado. Assim, a doçaria registrada no manuscrito reflete a articulação entre status social, economia e cultura material, revelando a identidade histórica da nobreza portuguesa no início da modernidade.

Embora o manuscrito tenha permanecido na Itália após o casamento da Infanta D. Maria, ele documenta práticas, ingredientes e saberes que circularam até o Brasil colonial por meio da cultura lusitana. O açúcar, produzido nas plantações atlânticas (Madeira, São Tomé e, posteriormente, Brasil), refinado em Portugal e consumido nas cortes europeias, estabelece uma ponte entre continentes e evidencia a complexidade das redes de circulação cultural no período moderno. Ao registrar técnicas de preparo desse ingrediente, o manuscrito documenta uma etapa crucial de uma cadeia produtiva que conectava diferentes geografias e múltiplas culturas.

O intercâmbio de ingredientes e saberes entre Brasil e Europa reforça o papel de Portugal como mediador cultural. Nesse contexto, o manuscrito funciona como elo simbólico e histórico, mostrando a origem de práticas alimentares lusitanas que se consolidariam no Brasil colonial. As técnicas de preparo de doces, incluindo caldas, combinações com especiarias, confecção de conservas e refinamento do açúcar, encontram ecos diretos na doçaria conventual brasileira e nas tradições açucareiras de estados como Pernambuco, Bahia e Rio de Janeiro.  - FINE PRIMA PARTE -


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Referências
 
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Flávia de Oliveira Maia-Pires. Docente do Departamento de Linguística, Português e Línguas Clássicas e do Programa de Pós-Graduação em Linguística da Universidade de Brasília (UnB), com especialização em História da Língua Portuguesa. Possui Doutorado e Mestrado em Linguística pela UnB e pós-doutorado em Linguística Computacional e Linguística de Corpus pela Universidade de Pisa (UNIPI), Itália. Lidera o Grupo LexiC - Ciência, Projetos e Pesquisa sobre Léxico (CNPq), desenvolvendo pesquisas nas áreas de Léxico, Terminologia e Linguística de Corpus. Atua nos cursos de graduação em Licenciatura em Letras, com ênfase no ensino de História da Língua Portuguesa, Língua Portuguesa e Respectiva Literatura, e Português do Brasil como Segunda Língua. Possui ampla produção científica com publicações de glossários e dicionários voltados ao ensino e à pesquisa linguística.
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