Ruy Espinheira Filho. Poesia nel corso del tempo successivo PRIMA PARTE
Florisvaldo Mattos
TESTO IN ITALIANO   (Texto em português)


Rispondendo al gentile invito della scrittrice e collega Evelina Hoisel,  nella triplice veste di amico, collega e ammiratore del poeta Ruy Espinheira Filho, partecipo al giusto e meritato omaggio, di cui è creatrice e coordinatrice la stessa Hoisel. 

L'inizio di questa amicizia, che dura ormai da oltre 40 anni, è stata una reciproca sorpresa; io come professore, lui, che dopo aver rinunciato a seguire la vittoriosa carriera di Diritto del suo defunto suocero, era studente del Corso di Comunicazione all'UFBA.

E' un incontro che comprendeva non solo gli obblighi scolastici, ma anche salutari incursioni bohémiennes con pomeriggi e notti rimaste nella memoria, in bar dai nomi persino fiabeschi, come il "Taba dos Orixás", nella Vale do Canela, che allora era solo una dolce campagna attraversata da un ruscello.

Come membro della ALB, ho avuto l'onore di accoglierlo in occasione del suo insediamento come membro eletto all'unanimità dall'Accademia delle Lettere di Bahia-ALB.
 
Oltre alla nostra sincera e fraterna amicizia, la mia ammirazione non potrà che rafforzarsi grazie al mio continuo impegno con la sua poesia, nella quale Marco Lucchesi distingue una "linea coerente e ascendente" e che, a mio avviso, è amplificata da tre aspetti, il primo dei quali è la fecondità creativa.

Da quando iniziò a pubblicare, nel 1973, lasciò ai suoi lettori non meno di venti libri di poesia, tre dei quali recenti, dopo il toccante 
Sob o céu de Samarcanda (Sotto il cielo di Samarcanda), del 2009, e ora, a dicembre, al suo vertiginoso 70° compleanno, ci presenterà la sua poesia completa in un volume di quasi 600 pagine, per un totale di 43 opere, tra poesie, narrativa e saggi letterari, che, per me, rappresenta una pietra miliare nella realtà di questo Brasile diseguale.
 
Il secondo motivo di questa ammirazione è il suo fervente amore per la letteratura e la sua straordinaria dedizione alla lettura e alla scrittura, una fedeltà che mi sembra un fattore essenziale per costruire una carriera vittoriosa, in cui la creazione poetica si distingue in modo più ampio.

Sono enormemente colpito dalla fluidità verbale della poesia di Ruy Espinheira Filho. Non si tratta di un poeta sottomesso alla celebre tesi secondo cui la poesia si scrive con le parole, fatale eredità del simbolista francese Stéphane Mallarmé, non con idee, passioni o sentimenti; né, al suo opposto, la teoria secondo cui la poesia è un prodotto autonomo dello spirito, chiara risonanza della tesi platonica, che vede il poeta alienato dalla realtà, un essere alato e sacro, che produce la sua arte solo grazie all'ispirazione delle Muse.
 
Credo che Ruy Espinheira Filho non aderisca a nessuna di queste due teorie. Al contrario, è un forte oppositore e critico del primo, che nel nostro Paese ha come estremisti i concretisti di San Paolo e i loro seguaci, con la loro proclamazione del verbo-visivo come segno di qualità nell'espressione poetica, una sorta di talismano semiotico, oggi dono verbale di aneddoti, e, con meno rigore, ma molto vicino a questa linea, João Cabral de Melo Neto da Pernambuco, con le sue architetture verbali, che alcuni critici estetici venerano ed esaltano.
 
Quanto a questo celebre poeta, Ruy include in Sotto il cielo di Samarcanda una poesia che simboleggia più un grido per la sovranità dell'emozione ed anche una veemente prova della sua scelta estetica, proponendosi con essa di svelare, in un tono di commiserazione critica, un altro lato della poetica di João Cabral de Melo Neto, strappandolo dal rovescio su cui poggia il suo mondo razionale, riflesso in un freddo specchio.

Questa poesia di nove quartine in redondilha (un tipo di verso portoghese), 
“O avesso do avesso”  (Il rovescio del rovescio), piena di malinconia, consiste nella denuncia di una poetica sterilizzante dell'espressione verbale, a cui si oppone senza veli fin dall'inizio:
Mi disturba che il poeta/ scriva in un tono contrario/ alla vita – dicendo che il sangue/ è più denso dei sogni. // Accadde che preferisse/ pietre, cose, linee rette,/ il che lo portò a esiliare/ da sé un altro poeta, // il suo rovescio: uno di versi/ senza vergogna di essere poesia/ fatta di cose umane/ oltre la pelle del giorno.
 

Ruy affronta questa opzione di esilio in cui, a suo avviso, si era perso l'autore di O Engenheiro, Psicologia da Composição e O Cão Sem Plumas, libri fondamentali dell'estetica sostenuta dalla Generazione del 1945, che riflettono il razionalismo della poetica del pernambucano,  una rinuncia all'emozione e ai sogni. Con versi lapidari, ma sensibili, deplora il fatto che non sia venuto nessuno "a rompere questo denso/ in cui si rinchiudeva il poeta / in questo mondo capovolto", e lamenta la mancanza di fiducia di João Cabral nel prodigioso potere dei sogni.
 
Espinheira Filho non è nemmeno un esempio di poeta che passeggia tra le nuvole o che commercia con i favori della pura e semplice ispirazione, tesi questa che ha una moltitudine di seguaci. Non disconosce il valore e l'efficacia della parola, poiché si tratta di linguaggio, ma non la eleva sull'altare del fanatismo.

Pratica la sua arte con equilibrio espressivo, più vicino, credo, all'idea che la poesia nasce e si radica quando emozione e pensiero si incontrano ed entrambi trovano la parola che li esprime, e per questo non trascura la sua maestria costruttiva. E' determinato ad essere un poeta maggiore, coerente con il suo lirismo asciutto e maturo, lontano da facili ispirazioni, mode e compromessi. È proprio questo che lo distingue: la parola in lui forgia un rapporto intimo con la vita, cioè con l'universo, verso una poesia che emoziona.
 
Questo spirito illuminato, aperto all'esistenza, al tempo, ai sogni, che  proprio ieri lui stesso ha confessato in questa sala, segnato da una volontà di creare irrefrenabile, chiara e legittima, ha portato Ivan Junqueira ad affermare in un saggio, al termine della lettura di un libro di Ruy, che non vi aveva trovato "una sola poesia che potesse anche solo essere definita fragile".

La stessa epifania verbale deve aver suggerito questa scherzosa convinzione del fumettista Jaguar, suo amico, quando portò il suo ultimo libro, 
A casa dos nove pinheiros (La casa dei nove pini), in un ritiro bucolico: "Aprilo in qualsiasi pagina e non puoi sbagliarti".

Ma, con il tempo che stringe, mi accorgo di allontanarmi dal tema scelto per questa modesta conferenza, il che mi porta a invocare ancora una volta l'autorevolezza critica di Ivan Junqueira, il quale definisce la poesia di Ruy Espinheira Filho come portatrice, nel suo aspetto primo e più profondo, di una sorta di lirismo elegiaco, dovuto all'evidenza di una "vocazione ossessiva e confessata del passato", che ne scandisce il ritmo creativo, senza negare, accanto a una severa competenza formale e a una padronanza agiata delle strutture ritmiche, la profonda coerenza interna di tutta la sua opera.
 
In questo risiede la pietra di paragone della poesia di Ruy Espinheira Filho, il ruolo che la memoria e il tempo svolgono in essa come potere creativo, che a mio avviso è possibile solo in una poesia che parla dell'uomo ed è destinata all'uomo. Emergendo dalle profondità dell'infanzia e dell'adolescenza, in città vissute e sentite, questa archeologia della memoria prefigura, configura e trasfigura esperienze che proiettano e plasmano, nel sogno o nella veglia, l'essenza della vita del poeta.

Il signore di questa poesia è il tempo, che il poeta costruisce in ore, giorni e anni, con versi nutriti da lucidità ed emozione, non affidandosi solo all'audacia e al potere incantatore delle parole. Attraverso questa poesia scorre il fiume sempre profondo di Eraclito, in cui la sostanza dell'uomo, del poeta, diciamolo pure, è il tempo o la sua natura fugace, che apre le sue rive al mormorio di acque non sempre calme.
 
Questo pulsare latente del tempo, che muove gli ingranaggi della memoria, agisce come un modo di vedere, sentire e interpretare il mondo con tutte le inesorabili potenzialità dell'essere, stupiti dal fluire delle ore, dei giorni e degli anni, di cose scomparse e di persone vissute e morte, ma che rimangono nel ricordo. L'emozione è la dinamo che muove questo cosmo vitale.

Fin dall'inizio, 
Sob o céu de Samarcanda (Sotto il cielo di Samarcanda), il semplice trillo di un uccello avverte il poeta sulle essenze che compongono il giorno, sebbene egli stesso sospetti le insidie ​​del destino, convinto che "se il tempo passa un po', / poco più che un po', presto / non ci sarò più", un avvertimento che, attraverso l'emozione, finisce per avvolgerci tutti.
- FINE PRIMA PARTE -
 



Testo di una conferenza tenuta nell'auditorium dell'Accademia di Lettere di Bahia nell'ambito del programma "Tempo e Poesia - Seminario Ruy Espinheira Filho", tenutosi alle ore 17:00 del 28 novembre 2012.


Traduzione dal portoghese di A.R.R.
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Florisvaldo Mattos
. Originario di Uruçuca, nel sud dello stato di Bahia (Brasile). E’ poeta e giornalista, professore in pensione della Università Federale di Bahia. Ha avuto incarichi in vari giornali, tra i quali quello di editore capo (“Diário de Notícias” e “A Tarde”, ambedue di  Salvador). E’ stato corrispondente e capo della succursale di bahia del “Jornal do Brasil” (RJ). Per più di dieci anni  si è occupato del supplemento settimanale “A Tarde Cultural”, premiato nel 1995 dalla Associação Paulista de Críticos de Arte (APCA), como Il migliore del Brasile nel punto della Divulgazione Culturale. Dal 1995, ocupa Il seggio nº 31, della Academia de Letras da Bahia. Dal 1987 e il 1989 occupò l’incarico della Presidenza della Fundação Cultural do Estado (Funceb), Opere pubblicate: Reverdor, 1965; Fábula Civil, 1975; A Caligrafia do Soluço & Poesia Anterior, 1996; Mares Anoitecidos, 2000; Galope Amarelo e Outros Poemas, 2001; Poesia Reunida e Inéditos,2011; Sonetos elementais – Uma antologia, 2012 (todos de poesia).Estação de Prosa & Diversos, 1997); A Comunicação Social na Revolução dos Alfaiates, 1998 e Travessia de oásis - A sensualidade na poesia de Sosígenes Costa, em 2004 (gli ultimi sono saggi) - Antologia Poética e Inéditos (Coletânea Mestres da Literatura Baiana), Assembleia Legislativa da Bahia e ALB, 2017.

Traduzione di A.R.R.


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TEXTO EM PORTUGUÊS   (Testo in italiano)

Ruy Espinheira Filho: Poesia na marcha do tempo sucessivo
- PRIMEIRA PARTE
por
Florisvaldo Mattos




                                                   
                                                                       
Atendendo a gentil convite da escritora e confrade Evelina Hoisel, sua idealizadora e coordenadora, compareço a esta justa e merecida homenagem na tríplice e confortável condição de amigo, confrade e admirador do homenageado, poeta Ruy Espinheira Filho.

Foi de mútua surpresa o início dessa amizade que já passa de 40 anos; eu, como professor, ele, que renunciara a seguir a vitoriosa carreira de Direito de seu saudoso pai, como aluno do Curso de Comunicação da Ufba, encontro que não abrangia apenas obrigações disciplinares, mas também saudáveis incursões boêmias por tardes e noites que dormem na memória, em bares até de nomes feéricos, como a “Taba dos Orixás”, no Vale do Canela, então só amena campina cortada por um regato. Como confrade, coube-me a honra de saudá-lo na sua posse de membro eleito por unanimidade para a Academia de Letras da Bahia.

Abstraída a sincera e fraternal amizade, a minha admiração irá fortalecer-se por um progressivo contato com a sua poesia, esta em que Marco Lucchesi distingue uma “linha coerente e ascendente”, e que, na minha percepção, se agiganta por três aspectos, sendo o primeiro deles a fecundidade criativa.

Desde que começou a publicar, em 1973, nada menos de vinte livros de poesia legou ele a seus leitores, sendo três deles recentes, após o tocante Sob o céu de Samarcanda, de 2009, e agora, em dezembro, ao completar vertiginosos 70 anos de idade, nos virá com sua poesia completa num tomo de quase 600 páginas, somando entre poesia, ficção e ensaios literários uma bibliografia de 43 obras, o que é, para mim, um marco, na realidade desse Brasil desigual.

O segundo ponto dessa admiração é o seu acendrado amor pela literatura e a sua notável devoção à leitura e à escrita, fidelidade que me parece fator essencial na construção de uma vitoriosa carreira, da qual se sobressai com mais amplitude a criação poética. Por fim, admira-me enormemente a fluência verbal da poesia de Ruy Espinheira Filho.

Mas não se trata aqui de um poeta submisso à famosa tese de que poesia se escreve com palavras, fatal herança do simbolista francês Stéphane Mallarmé, não com ideias ou paixões ou sentimentos; tampouco a seu oposto, a teoria de que poesia é um produto autônomo do espírito, nítida ressonância da tese platônica, que vê o poeta como um alienado da realidade, um ser alado e sagrado, a produzir sua arte graças apenas à inspiração das Musas.

Penso que Ruy Espinheira Filho não se atrela a nenhuma dessas duas teorias. É, pelo contrário, um forte opositor e crítico da primeira, que entre nós tem como cultores extremos os concretistas de São Paulo e seguidores, com sua proclamação do verbivocovisual, como signo de qualidade da expressão poética, espécie de talismã semiótico, hoje uma prenda verbal de anedotário, e, com menos rigor, mas muito próximo dessa linha, o pernambucano João Cabral de Melo Neto, com suas arquiteturas verbais, que certa crítica estética reverencia e exalta.

Quanto a este celebrado poeta, Ruy inclui em Sob o céu de Samarcanda um poema, que mais simboliza um brado pela soberania da emoção e também veemente  prova de sua opção estética, propondo-se com ele a escancarar, em tom de comiseração crítica, um outro lado da poética de João Cabral de Melo Neto, arrancando-o do avesso em que se assenta o seu mundo racional refletido em frio espelho.

Este poema de nove quartetos em redondilha, “O avesso do avesso”, pleno de melancolia, consiste na denúncia de uma poética esterilizadora da expressão verbal, a que já de inicio se opõe sem disfarce:
Desconforta-me o poeta/ escrever em tom avesso/ à vida – dizendo o sangue/ ser, mais do que o sonho, espesso. // Sucedeu que preferira/ pedras, coisas, linha reta,/ o que o levara a exilar/ de si um outro poeta, // o seu avesso: um dos versos/ sem pudor de ser poesia/ feita de coisas do homem/ além da pele do dia.

Ruy defronta-se com essa opção-exílio em que, na sua visão, se perdera o autor de O Engenheiro, Psicologia da Composição e O Cão Sem Plumas, livros marcantes da estética apregoada pela Geração de 1945, e que refletem o racionalismo da poética do pernambucano - de renúncia à emoção e ao sonho - e, com versos lapidares, mas sensíveis, tanto deplora que ninguém tenha vindo “para romper esse espesso/ em que se fechava o poeta/ nesse mundo pelo avesso”, quanto lamenta a falta de crença de João Cabral na prodigiosa força do sonho.

Espinheira Filho também não é exemplo de poeta que passeie nas nuvens ou transacione com os favores da inspiração pura e simples, tese de que há um montão de seguidores. Ele não descrê do valor e eficácia da palavra, já que se trata de linguagem, mas não a ergue sobre um altar de fanatismos.

Opera a sua arte com equilibro expressivo, mais próximo, creio eu, da ideia de que a poesia emerge e se instala quando emoção e pensamento se encontram e ambos encontram a palavra que os expresse e, por isso, não se descuida de seu artesanato construtivo, decidido a ser poeta maior, coerente com seu lirismo enxuto e maduro, distante de inspirações fáceis, de modismos e compromissos.

É justamente o que o diferencia: a palavra nele trava uma relação íntima com a vida, isto é, com o universo, rumo a uma poesia que emociona.

Tal espírito iluminado e aberto à existência, ao tempo, aos sonho, ontem mesmo por ele confessado nesta sala, marcado por tão irrefreável, nítida e legítima vontade de criar, é que talvez tenha levado Ivan Junqueira a dizer, em um ensaio, ao final da leitura de um livro de Ruy, que ali não encontrara “um único poema que se possa qualificar sequer de frágil”.

A mesma epifania verbal deve ter sugerido esta jocosa convicção do cartunista Jaguar, seu amigo, ao levar para um retiro bucólico seu último livro, A casa dos nove pinheiros: “Abra-se em qualquer página e não tem errada”.

Mas, como o tempo se espreme, vejo que estou a me afastar do tema que escolhi para esta despretensiosa fala, o que me leva a, mais uma vez, invocar a autoridade crítica de Ivan Junqueira, que define a poesia de Ruy Espinheira Filho como portadora, em sua primeira e mais funda vertente, de uma espécie de lirismo elegíaco, pela evidência de uma “obsessiva e confessa vocação do pretérito”, a lhe marcar o ritmo criativo, sem lhe negar, a par de uma severa competência formal e confortável domínio das estruturas rítmicas, a profunda coerência interna de toda sua obra.

Aí se encontra a pedra de toque da poesia de Ruy Espinheira Filho, o papel que nela desempenham a memória e o tempo como potência criadora, o que a meu ver só é possível numa poesia que fala do homem e ao homem se destina.

Vinda do fundo da infância e da adolescência, em cidades vividas e sentidas, essa arqueologia da memória prefigura, configura e transfigura experiências que projetam e conformam, em sonho ou vigília, a essência da vida do poeta.

O senhor desta poesia é o tempo, que o poeta vai edificando em horas, dias e anos, com versos nutridos de lucidez e emoção, não apenas confiado na audácia e no poder encantatório das palavras. Por essa poesia corre o sempre profundo rio de Heráclito em a que a substância do homem, a do poeta, diga-se, é o tempo ou a sua fugacidade, franqueando suas margens ao marulho de águas nem sampre bonançosas.

Essa latente pulsação do tempo, movendo as engrenagens da memória, age como forma de ver, sentir e interpretar o mundo com todas as inexoráveis potencialidades do ser, atônito, ante o fluir de horas, dias e anos, de coisas, que se esvaíram, e pessoas, que viveram e morreram, mas que permanecem na recordação.

A emoção é o dínamo que move esse cosmo vital. Logo de início Sob o céu de Samarcanda, o mero trinado de um pássaro alerta o poeta para essências de que se compõe o dia, conquanto ele próprio suspeite das armadilhas do destino, convicto de que “se o tempo passar um pouco,/ nada mais que um pouco, logo/ não estarei mais aqui”, advertência que, via emoção, acaba por envolver todos nós.





Texto de palestra dada no auditório da Academia de Letras da Bahia dentro da programação de “Tempo e Poesia – Seminário Ruy Espinheira Filho, realizado às 17 horas de 28/11/2012).
Florisvaldo Mattos. Natural de Uruçuca, no sul do estado da Bahia (Brasil), é poeta e jornalista, professor aposentado da Universidade Federal da Bahia; exerceu cargos em vários jornais, entre os quais os de editor-chefe (“Diário de Notícias” e “A Tarde”, ambos de Salvador). Foi correspondente e chefe de sucursal na Bahia do “Jornal do Brasil” (RJ). Por mais de uma década, editou o suplemento semanal “A Tarde Cultural”, premiado em 1995 pela Associação Paulista de Críticos de Arte (APCA), como o melhor do Brasil no quesito de Divulgação Cultural. Desde 1995, ocupa a Cadeira nº 31, da Academia de Letras da Bahia. Entre 1987-89 ocupou a presidência da Fundação Cultural do Estado (Funceb), Obras publicadas: Reverdor, 1965; Fábula Civil, 1975; A Caligrafia do Soluço & Poesia Anterior, 1996; Mares Anoitecidos, 2000; Galope Amarelo e Outros Poemas, 2001; Poesia Reunida e Inéditos,2011; Sonetos elementais – Uma antologia, 2012 (todos de poesia).Estação de Prosa & Diversos, 1997); A Comunicação Social na Revolução dos Alfaiates, 1998 e Travessia de oásis - A sensualidade na poesia de Sosígenes Costa, em 2004 (os últimos de ensaio) - Antologia Poética e Inéditos (Coletânea Mestres da Literatura Baiana),Assembleia Legislativa da Bahia e ALB, 2017.