Aveva dato l’addio alla carriera e al pubblico a settembre, alla vigilia di un tour che l’avrebbe portata in giro per l’Europa: ”Non ho più forza, né energia. Voglio dire ai miei fans: perdonatemi, adesso ho bisogno di riposare”. Le complicazioni a seguito di un infarto e un intervento al cuore l’avevano costretta a interrompere il lavoro, riportandola a casa nell’isola di São Vicente, dove era nata il 27 agosto del 1941. Era tornata per riposarsi e stare vicino alle persone che amava. Nella città natale di fronte al suo oceano verde azzurro se n’è andata a 70 anni, il 17 dicembre 2011. São Vicente è l’isola più cosmopolita delle isole di Capo Verde. Sulla baia, una delle più belle del mondo, nasce la città di Mindelo, culla di poeti, pittori e musicisti. Le stradine si snodano tra le case coloniali, nei tanti locali e caffè si può ascoltare musica dal vivo.
In questi locali, tra il porto e il centro, ha iniziato la sua carriera di cantante Cesária Évora, definita “ambasciatrice di Capo Verde e dei capoverdiani nel mondo”. Attraverso la storia di questa donna forte e semplice, racconteremo il meraviglioso arcipelago in cui è nata e ha scelto di vivere e morire. Luis Morais, anche lui di São Vicente e grande diffusore della musica capoverdiana nel mondo, è uno dei musicisti più importanti nella storia della musica di Capo Verde insieme a Cesária Évora. Compositore, trombettista, clarinettista, sassofonista e insegnante di musica, autore negli anni sessanta di un album che
diventa emblematico e straordinario. Durante il periodo natalizio in ogni famiglia capoverdiana residente o emigrata, in ogni strada, negozio o bar, risuonano le note di
Boas Festas, il disco più amato e ascoltato. Luis Morais, in una sorta di passaggio del testimone, è vicino a Cesária Évora fin dal debutto e partecipa alla realizzazione dei suoi primi dischi. Il successo di Cesária arrivò a 47 anni con la registrazione dell’album “La Diva aux pieds nus”
(La diva a piedi nudi) a Parigi nel 1988, il soprannome che da il titolo all’album le derivava dall’abitudine di andare a piedi scalzi anche durante i concerti.
L’attenzione per la musica capoverdiana è sicuramente aumentata con il successo di Cesária Évora. Gli album
Mar Azul del 1991 e
Miss Perfumado del 1992, registrati in Francia, portano Cesária al successo di critica e pubblico. Con un Grammy Awards per il “migliore album”, nel 2004 ha potuto raggiungere una platea sempre più ampia. L’emigrazione e la musica sono due elementi marcanti della storia di Capo Verde. Per capire l’entità del fenomeno migratorio basti sapere che i capoverdiani residenti nelle isole sono circa 500.000. Quasi il doppio è il cosi detto
popolo della diaspora che vive e lavora in Europa e America. Le isole sono sempre state interessate dall’emigrazione, ma i capoverdiani grazie alla musica hanno trovato il modo di renderla più sostenibile mantenendo un contatto continuo e in “tempo reale” tra migranti e residenti. I rapporti sono veicolati principalmente dalla musica dando continuità nello spazio e nel tempo alle informazioni che arrivano dall’arcipelago. Il legame così creato annulla la distanza e consente al
popolo della diaspora di conoscere e avere notizie del proprio paese. Il processo di costruzione dell’identità nazionale passa attraverso la musica e consente a tutti di parteciparvi. La musica è diventata il modo per preservare la memoria storica del paese. Infatti, durante il periodo di dominio portoghese, la musica consentiva un racconto parallelo alla storia ufficiale.
Sodade è
la canzone che ha consacrato Cesária al successo internazionale. La canzone più amata dal suo pubblico è una bellissima
morna che parla della
sodade, parola traducibile impropriamente con nostalgia, malinconia. E’ stata composta da un musicista di São Nicolau, dedicata a un suo amico che partiva come
contratado, e arrangiata da Luis Morais. I
contratados erano ragazzi capoverdiani assunti dai colonizzatori portoghesi con contratti truffa per lavorare nelle piantagioni di cacao e caffè a São Tomé e Príncipe. Spesso finivano da una situazione di povertà a una di sfruttamento e semi schiavitù e gli ultimi c
ontratados partirono poco prima dell’indipendenza, avvenuta nel 1975: “Quem mostra' bo Ess caminho longe?/Quem mostra' bo Ess caminho longe?/Ess caminho Pa Sao Tomé/ Sodade (..)/ Dess nha terra São Nicolau (
Chi ti guiderà in questo lungo viaggio? Chi ti guiderà in questo lungo viaggio? Questo viaggio per São Tomé/Nostalgia (…)/ Di questa mia terra São Nicolau). E’ in questa canzone che il popolo capoverdiano si identifica. “La nostra musica è tradizionale: un tipo di musica molto sentimentale che parla delle tristezze e allegrie del popolo capoverdiano. Parla di tutto quello che è importante per noi: il nostro clima, il nostro mare, l’emigrazione, l’amore” afferma Cesária. A Capo Verde la musica è dappertutto, è un modo per comunicare, per stare insieme. In ogni famiglia c’è almeno un musicista o cantante. Molti imparano i primi rudimenti dai familiari, in casa. Così è stato anche per Cesária. Il padre, lo zio e il fratello erano musicisti "Tutto intorno a me era musica ".
Se si tiene conto che le dimensioni geografiche sono poco più 4.000 km ² (circa quanto la piccola regione italiana del Molise) e il numero di abitanti non arriva a 500.000, sorprende la vasta produzione musicale. Sulle isole si svolgono due importanti festivals musicali. Altri li troviamo nei Paesi dove vivono le comunità capoverdiane, come a Lisbona, dove ogni anno si tiene il festival
Voz da Diaspora. La particolare rete di diffusione musicale tra le comunità all’estero e gli altri Paesi dell’area lusofona presenta elementi di unicità e di assoluto interesse sociologico e antropologico. Cesária cantava “para afastar coisas tristes”, cioè per allontanare pensieri tristi. Non è stata facile la sua vita. Alla morte del padre le difficoltà economiche della famiglia aumentarono e la madre la affidò a un orfanotrofio. “Cominciai allora a cantare nel coro della chiesa dell' istituto perché eravamo obbligati a farlo. Presto però scoprii che per me era un piacere, più che un obbligo, anche se non pensavo che sarebbe divenuto il mio mestiere” dichiara in una intervista a Repubblica nel 2006.
L’arcipelago è sempre stato interessato dalla maggior parte del traffico navale sulle rotte internazionali. Erano tante le navi che ormeggiavano nel porto di Mindelo per rifornirsi di acqua, sale, carbone e tanti erano i marinai che nei locali potevano ascoltare struggenti canzoni tradizionali cantate da Cesária. Come spesso accade le notizie biografiche si confondono tra realtà e leggenda, verità e mito “In realtà la storia della cantante dei bar di Mindelo è stata un po' enfatizzata. In patria ho fatto una routine comune a tutti gli artisti di un paese povero: cantavo alle feste di piazza, ai matrimoni e certamente anche nei locali frequentati da stranieri. E’ un periodo che ricordo con grande nostalgia”.
Esistono molti generi musicali nelle isole di Capo Verde: funanà, batuku, finaçon, mazurca, tabanka, controdança e lo zouk. Ma i generi tradizionali che trattano dell’emigrazione sono la morna e la coladera “La nostra musica - aveva detto Cesária Évora in un'intervista ad Associated Press nel 2000- è un mucchio di cose. Alcuni dicono che assomigli al blues o al jazz. Altri dicono che sia simile alla musica brasiliana o africana, ma nessuno realmente lo sa. Nemmeno i più anziani”. La morna canta i sentimenti, i timori della partenza, il dolore della separazione, la nostalgia della propria terra, la speranza di tornare.La maggior parte dei testi sono in creolo e hanno come destinatario il capoverdiano che emigra.
La coladera ha un ritmo più veloce rispetto alla morna e ha come tema sempre l’emigrazione ma in una maniera più critica. Racconta le difficoltà dell’emigrante nel paese che lo ospita, gli aspetti del quotidiano, le situazioni concrete. Entrambi i generi creano un immaginario a disposizione dell’emigrante. Lo preparano, lo guidano e lo comprendono. Diventano un canale di comunicazione per un popolo sparpagliato e rafforzano il senso di appartenenza, identità, destino comune.
Questo arcipelago amato dai suoi abitanti era quasi sconosciuto fino a qualche anno fa. Sono tante le persone che si sono avvicinate ad esso grazie a Cesária Évora e alla sua voce straordinaria, intensa e avvolgente, morbida e leggermente roca, con la quale ha affascinato le platee mondiali. Le scenografie dei suoi concerti erano scarne e essenziali, quasi a ricostruire l’atmosfera intima dei locali dove aveva cantato da ragazza: luci basse, un tavolo, una lampada, una sedia e un bicchiere. Ci piace ricordarla così: sul palco con il suo pubblico, oppure sotto l’albero di acacia davanti alla casa baciata dal vento di nord est, mentre sceglie la frutta dai cesti delle contadine che vendono porta a porta e mentre saluta alcuni giocatori di uril (tipico gioco capoverdiano), assorti a decidere la mossa successiva.
© SARAPEGBE.
E’ vietata la riproduzione, anche parziale, dei testi pubblicati nella rivista senza l’esplicita autorizzazione della Direzione