SPECIALE CARLOS NELSON COUTINHO. Le nuove armonie di un intellettuale controcorrente.-Testo in italiano e in portoghese-
Paulo Fábio Dantas Neto
Carlos Nelson Coutinho
TESTO IN ITALIANO   (Texto em portugûes)

Sono molti gli angoli dai quali si potrebbe guardare la figura dell’ intellettuale Carlos Nelson Coutinho. Se scegliessimo il suo percorso accademico, dovremmo percorrere strade che vanno dalla Filosofia al Servizio Sociale, passando per le Scienze Politiche, in quelle vie che attraversò come professore, ricercatore e coordinatore istituzionale, abbinando il rispetto rigoroso agli aspetti disciplinari di ciascuna di esse.

Coniugava la conoscenza e attitudine epistemologica che gli erano proprie, senza il vezzo delle mode, a una prospettiva genuinamente interdisciplinare. O meglio, a una prospettiva universale, di costante ricerca della comprensione della totalità dialettica, così come definita da  Georg Lukacs, la sua culla filosofica mai rinnegata come porta di accesso, un metro che lo ha orientato nell’approccio al pensiero di Antonio Gramsci e, in generale, al tipo di marxismo critico che ha distinto la sua attività intellettuale, accademica e non.

Se la prospettiva scelta fosse quella del suo posizionamento politico e sociale, si dovrebbero inglobare nell’analisi le innumerevoli sfumature intrinseche alle nozioni e alle esperienze storiche del socialismo e della democrazia; e altre sfumature  provenienti dalla intersezione di questi due concetti e realtà storiche che, unitamente o separatamente, hanno fondato e emulato significative tradizioni di prassi politica e sociale a partire dalla modernità. Questo terreno fecondato dalla prassi è stato visitato instancabilmente da Carlos Nelson, nel corso della sua vita, sia come militante politico, sia come saggista fortemente dedito alle controversie proprie dell’attività pubblicistica, sia come traduttore, organizzatore e divulgatore di opere e autori significativi per il suo posizionamento.

Un terzo approccio potrebbe essere quello del suo inserimento nel dibattito sulla cultura brasiliana, nel quale potè più liberamente combinare talento saggistico e una propensione per la polemica alla sua ampia e raffinata formazione intellettuale nel campo della letteratura e dell’arte. Anche lì il percorso sarebbe esaustivo, perché sono vari gli approcci possibili dei suoi interventi, per la varietà di contesti e congiunture nei quali intervenne, dall’indomani dei movimenti del 1968 fino alle più recenti perplessità dei socialisti e marxisti davanti alla cultura di massa, passando attraverso le discussioni estetiche su o nell’ambito dei movimenti culturali contemporanei alla dittatura e alla transizione democratica. Incapace di approfondire in maniera soddisfacente qualsiasi di questi lunghi tracciati ho scelto di evidenziare, come punto di riflessione e forse di problematizzazione, valutazione che suppongo sia stata fatta dallo stesso Carlos Nelson, il senso della sua esistenza professionale, politica e sociale.

Non solo a partire dal titolo di uno dei suoi libri, suppongo che egli si considerava un intellettuale “controcorrente”. Oserei argomentare che egli fu più di tutto questo: voler remare contro corrente non fu un ostacolo, al contrario, ha fatto si che  fosse (dovesse essere) anche un intellettuale dal pensiero apollineo, il cui potere di sintesi faceva intravedere alle menti paralizzate per dicotomia, nuove armonie. Il suo  metodo sobrio suggeriva equilibrio a chi si vedeva disperato nella sconfitta; la sua  profondità analitica istillava ragione in chi si smarriva nei solai dell’irrazionale e la sua  semplicità espositiva rimetteva ordine in teste confuse, anche se la pretesa era di organizzarle per mettere in subbuglio il mondo.

Fu così che ha potuto catturarlo a poco a poco, lentamente e con metodo, come predicava il suo incorregibile riformismo. Anche quando il pensatore aggiungeva l’ostinato aggettivo “rivoluzionario” a questo riformismo, era sempre il sostantivo che brillava nei suoi testi. Chi si è limitato ad ascoltarlo, allo stesso tempo didattico e infervorato, pieno di superlativi, durante le  lezioni, conferenze e dibattiti, non troverà più tardi, nella sua parola scritta, un raziocinio riduttore e semplicistico che trasformi il discorso in pamphlet. La fiamma ideologica che emanava dalla parola e dal testo del riformatore era forte, mai acquosa o conforme, ma mai egli minacciò di bruciare le navi che potessero fare navigare il desiderio contrario alla corrente, in un mare possibile.

Voleva riforme, anche se non sfociavano, come voleva, in rivoluzione; e non credeva nelle rivoluzioni che rinnegassero e abrogassero riforme ottenute all’interno delle antiche regole della paziente lotta politica. Per ispirazione di Carlos Nelson e di altri intellettuali rinnovatori del PCB, parole e espressioni come “via prussiana”, “transizione verso l’alto”, “rivoluzione progressiva” e, principalmente, democrazia, erano frequenti nel repertorio dei discorsi di comunisti, prima racchiuso dal vocabolario duale e meramente denotativo della lotta di classe. Vista la sua recentissima e sentita assenza, forse non è molto educato appropriarmi così della sua opera, a partire dalla influenza che essa ha esercitato su me. Ma pazienza! Non posso parlare di Carlos Nelson Coutinho senza denunciare questo amante incoffessato dell’equilibrio e della moderazione che terminò la vita nelle fila del PSOL.

La mia percezione è che non c’è in questo contraddizione, anche se potrebbe essercene, come nelle sue due scelte partigiane, inganno. Perché nel suo ottimismo volle sempre cercare -o meglio, perseguire – un partito che, differenziandosi dal centro politico, fosse capace di sfidare questo stesso centro, non, però, per fare della sfida un’azione permanente e apocalittica, ma per fondare un nuovo centro, che producesse nuova armonia, un nuovo equilibrio e nuovo ordine, più razionale, più giusto, più democratico, origine, a sua volta, di nuovi e fecondi conflitti. In questa dimensione egli fu contro la corrente che storicamente condanna i partiti politici al verdetto anticipato dalla Ferrea legge dell’oligarchia, di Robert Michels.

“La democrazia come valore universale” è  un saggio di Carlos Nelson abbastanza noto nell’ambito della sinistra brasiliana, pubblicato nel 1979, quando ancora militava nel PCB. In esso è presente l’attitudine intellettuale alla quale mi riferisco, ossia, il compromesso simultaneo con la più accesa polemica e con la sua conversione in nuovi e ampi consensi. Criticava seppure timidamente, la Terza Internazionale e il marxismo-leninismo, il suo cospicuo prodotto. Ma lo faceva – e forse da lì proveniva la timidezza- da una prospettiva che includeva la speranza (che si rivelò frustrata), di rinnovare la politica vasta di un partito e intensamente contrassegnata da quella tradizione. Questo limite non è sfuggito all’acuto senso critico liberale di José Guilherme Merquior, che lo accusò di voler ottenere la quadratura del cerchio nel tentativo di democratizzare Lenin. Nel 1999, nel riconoscere fondatezza parziale a questa critica, Carlos Nelson non solo tributò stima a un liberale che rispettava, ma prima di tutto espose la sua sensibilità autocritica, capace di facilitare la costruzione – a partire, attorno o in opposizione alle sue idee – di consensi per nulla ovvii, senza che ci fosse in lui facilità eclettica o adesione oppurtinistica.

Nel 1999 ammetteva la poca profondità della sua critica, del 1979, al marxismo-leninismo – e ancora, riconosceva la pertinenza di questo limite al contesto del suo inserimento nel PCB-  ma ciò non gli faceva tuttavia trascurare la critica simmetrica che il suo senso dell’equilibrio dirigeva, nella versione originale del testo, al punto di vista liberale sulla democrazia. I legami tra democrazia e socialismo erano per lui di tale importanza che hanno posto la sua riflessione teorica in certa dipendenza dalla possibilità di trovare realizzazione empirica nell’ azione di un partito politico di netto profilo socialista.

Nel 1984, già deluso dal PCB, ma tributandogli lo speranzoso rispetto di non considerare definitivo il suo fallimento storico, Carlos Nelson ha chiarito che la ripubblicazione di “Democrazia come valore universale” aveva come obiettivo quello di contribuire per vincere la sfida di coprire ciò che, cinque anni dopo la fondazione del PT, egli considerava ancora una lacuna: “alcuni partiti comunisti sono stati capaci di intraprendere un profondo rinnovamento interno che li ha allontanati dalla tradizione sclerotica della Terza Internazionale (...) non è stato purtroppo, per lo meno finora, il caso del PCB (...) la modernità brasiliana esige la nascita di un partito socialista, laico, democratico e di massa, capace di raccogliere quello che c’è di buono nell’eredità del comunismo brasiliano, ma allo stesso tempo, di incorporare le nuove correnti socialiste che provengono da diversi orizzonti politici e ideologici (...) se ho accettato l’invito (...) di pubblicare questa nuova edizione ampliata del mio libro è stato per avere la speranza che esso possa contribuire per aiutare qualcuno dei suoi eventuali lettori a comprendere l’importanza di questo compito: quello di immaginare e costruire un partito che, abbandonando qualsiasi velleità golpista o avanguardista, possa assumere come parametro fondamentale della sua organizzazione interna e della sua linea politica l’accettazione del valore strategico della democrazia pluralista nella lotta per la trasformazione socialista del nostro Paese”.

Pare che dopo, senza maggiori illusioni, Carlos Nelson Coutinho avrebbe abbracciato le fila del PT, mantenendosi così per più di due decenni. Senza illusioni quanto alla distanza tra la realtà materiale di quel partito  e l’ideale rivelato dal testo cui sopra, e ancora una volta, pieno di modestia e impeto di ricerca del consenso, contrassegno della sua condotta pubblica, coltivata come se fosse quasi un valore estetico. Scommetteva su uno strumento esistente in un settore maggioritario della sinistra reale, rappresentativo di un tipo di sinistra che gli era, fino a un certo punto, filosoficamente estranea, ma che gli sembrava socialmente rilevante e, pertanto, più capace di produrre nuovo centro. La scommessa rivelò, a posteriori, la scarsa resa, esattamente nella misura del successo pubblico e elettorale del suddetto partito nel costituirsi in centro politico, però di un ordine conservato, che lo sforzo del consenso cercava di cambiare. Da qui si può comprendere il suo passaggio al PSOL: in esso si rivela la stessa ricerca, la stessa scommessa, il cui risultato forse egli stimava fosse troppo presto da valutare o forse considerava fosse troppo presto per desistere.  Come sempre, perseverò testando i suoi limiti, fino a quando, con la sua morte, il limite è giunto in maniera definitiva.

Nel caso di Corlos Nelson, oltre ad essere un intellettuale controcorrente, non fu solo un essere politico maturo e perseguitore di nuovi equilibri attraverso una ragione dialettica che produce consensi nell’operare in un dibattito libero di idee contrastanti. Già lo era stato in gioventù lo studioso autore di “O estruturalismo e a miséria da razão”. Nel difendere la ragione dialettica a partire dal Lukacs maturo, Carlos Nelson si avvalse della sua verve apollinea per interpellare, simultaneamente, il formalismo strutturalista e con esso ogni sorta di agnosticismo filosofico, così come formulazioni romanticamente umaniste o esistenzialiste che, con il pretesto di rifiutare l’unilateralità formalista sarebbero incorse, secondo la bussola dialettica del nostro autore, in unilateralità contraria, ma simmetrica.

Trasse ispirazione dalla critica lukacsiana alla distruzione della ragione attuata dai secondi, per denunciare una “miseria della ragione”, alla quale si arrivava percorrendo la strada tracciata dai primi. Così, più che contro corrente, il giovane autore eccelleva come il propositore di una terza tra due forti correnti concorrenti nel  passaggio dagli anni 60 ai 70: quella dell’esistenzialismo e dello strutturalismo, con i rispettivi alleati e derivati. L’attitudine intellettuale di scoprire al limite le possibilità controverse di un tema e allo stesso tempo discernere terreni di diluizioni di dicotomie e di costruzione di nuovi “centri” potrà riscontrarsi anche in vari interventi di Carlos Nelson intorno al tema della cultura brasiliana.

Oltre che nel noto saggio “Cultura e democracia no Brasil” più o meno contemporaneo di “A democracia como valor universal”, ci sono  per esempio, le sue riflessioni, pubblicate nel 1986, dalla rivista “Presença”, sulla Scuola di Francoforte e la cultura brasiliana, oltre ad altri momenti nei quali, nel tracciare temi affini si nota la sua ossessione per la costruzione dialettica di un tertius termine, intorno al quale, alla maniera di un centro politico, potessero sorgere consensi generati da nuovi focolai di dibattiti e di riforme intellettuali e morali. E’stato così quando, attraverso formule di “buon senso”, oltre il senso comune, ha usato Gramsci per ridurre la dicotomia tra “ cultura alta” e “cultura popolare”, che riduceva quest’ultima alla condizione di folclore. Stava attento, però, affichè la riduzione non diventasse impresa popolaresca.

Si annoverava decisamente tra coloro che sottolineavano la dignità e la nobiltà dell’alta cultura, credendo, allo stesso tempo, nella possibilità e nella proprietà di portarla alle masse, per elevarle. Questo animo estetico e politico gli ha permesso di transitare, in modo critico e simpatico, per tematiche risultanti da polarità estreme – come il tropicalismo e le telenovelas – e a presentare in maniera intelligente e non settaria perfino le sue interpretazioni cariche di significato dottrinario, come il suo attaccamento, un tanto tradizionale, all’idea di costruzione di una cultura nazional-popolare. Anche qui il suo pensiero non entrava in contraddizione con la sua cultura e con la sua inclinazione cosmopolita. In sintesi, parlare del profilo intellettuale di Carlos Nelson é spaziare sull’impegno intellettuale di un comunista riformista, critico radicale della politica e politico accecato dal centro, che eseguì questi due suoi desiderata con gioia e vigore di rivoluzionario e rigore metodico spartano.
Questa è una dimensione della saudade che ci ha lasciato come supplemento della sua eredità.
 
INTERVENTO NELLA SESSIONES SPECIALE DEDICATA A CARLOS NELSON COUTINHO TENUTASI ALL'ACADEMIA DE LETRAS DA BAHIA A SALVADOR BAHIA - BRASILE- IL 17 OTTOBRE 2012

Traduzione in italiano di Ornella Gaudio
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PAULO FABIO DANTAS NETO: Professore del Dipartimento di Scienze Politiche (DCP) e del Programma di Specializzazione in Scienze Sociali  (PPGCS), entrambi alla UFBa; Ricercatore del Centro di Risorse Umane della Facoltà di Filosofia e Scienze Umanistiche della UFBA (CRH/FFCH/UFBa);  Membro del Consiglio Accademico di Insegnamento della Universidade Federal da Bahia. Assessore a Salvador di Bahia, dal 1983 al 1988. Deputato dello Stato di Bahia, nel 1989. Sottosegretario Comunale all’Istruzione della città di Salvador, nel 1994.
Tra i suoi principali lavori: "Salvador: metrópole aquém de uma cidade politicamente autônoma" (2012) (articolo pubblicato nella Revista Veracidade: Salvador - Bahia -Ano VIII - n.12 - p.81-95);
"Elites e Partidos: A arte das alianças em municípios da Bahia. (2010) (lavoro  pubblicato su http://cienciapolitica.servicos.ws/abcp2010/trabalhosite/trabalhossite);
"Mudança política na Bahia: circulação, competição ou pluralismo de elites?" (2010) (capitolo del libro organizzato da Hugo Cortez e J.A.Spinelli: Nordeste, 2006: os sentidos do voto: análises interpretativas dos resultados eleitorais nos estados do nordeste. Natal: EDUFRN, p. 249-281).
"O carlismo para além de ACM: estratégias adaptativas de uma elite política estadual". (2006) (capitolo del libro organizzato  da Celina Souza e Paulo Fábio Dantas Neto: Governo, políticas públicas e elites políticas nos estados brasileiros. Rio de Janeiro: Revan, p. 247-286).
"Tradição, autocracia e carisma: a política de Antonio Carlos Magalhães na moderrnização da Bahia" (2006) (libro pubblicato da Ed.UFMG).
"Carlismo e oposição na Bahia pós-carlista". (2003). (Lavoro pubblicato dalla Fundação Joaquim Nabuco, Simpósio Observanordeste - Recife-PE, no site www.fundaj.gov.br);
"Surf nas ondas do tempo: do carlismo histórico ao carlismo pós-carlista" (2003), (articolo pubblicato nella Revista Caderno CRH, Salvador, v. 39, p. 213-255).
"Realismos surpreendentes: o lugar da ação no pensamento de Antonio Gramsci e Hannah Arendt" (1999)  (articolo pubblicato nel Caderno CRH, v. 30/31, p. 41-84).
"Espelhos na Penumbra, o enigma soteropolitano: ensaio e bloqueio da autonomia política de Salvador" (1996) (Tesi di laurea - UFBA).
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TEXTO EM PORTUGÛES   (Testo in italiano)

AS NOVAS HARMONIAS DE UM INTELECTUAL "CONTRA CORRENTE": CARLOS NELSON COUTINHO

PAULO FÁBIO DANTAS NETO
 
Muitos são os ângulos a partir dos quais se poderia enfocar o intelectual Carlos Nelson Coutinho. Se a escolha fosse o ponto de vista da trajetória acadêmica, ter-se-ia que percorrer caminhos que iriam da Filosofia ao Serviço Social, passando pela Ciência Política, pois ele os percorreu, como professor, pesquisador e organizador institucional, combinando respeito rigoroso aos aspectos disciplinares de cada qual desses caminhos, mas com abrangência de conhecimento e atitude epistemológica que o tornavam afeito, sem afetação de modas, a uma perspectiva genuinamente interdisciplinar.

Ou melhor, a uma perspectiva universal, de permanente busca de compreensão da totalidade dialética, tal como definida por Georg Lukacs, seu berço filosófico jamais renegado como porta de acesso e metro que o orientou na aproximação informada ao pensamento de Antonio Gramsci e, de um modo geral, ao tipo de marxismo crítico que orientou sua atividade intelectual, acadêmica ou não.
Se a perspectiva escolhida fosse a do seu posicionamento político e social ter-se-ia que englobar na análise as inúmeras nuances contidas na pluralidade intrínseca às noções e às experiências históricas do socialismo e da democracia; e mais nuances ainda decorrentes da intersecção desses dois conceitos e realidades históricas que, juntos ou separadamente, embasaram e emularam, a partir da modernidade, significativas tradições de práxis política e social.

Esse terreno adubado pela práxis foi visitado incansavelmente por Carlos Nelson, ao longo da sua vida, seja como militante político, seja como ensaísta fortemente dedicado às controvérsias próprias à atividade publicística, seja como tradutor, organizador e divulgador de obras e autores significativos para o seu posicionamento. Um terceiro enfoque poderia ser o da sua inserção no debate sobre a cultura brasileira, no qual pôde aliar mais livremente talento ensaístico e o pendor para a polêmica à sua ampla e refinada formação intelectual nos campos da literatura e das artes.

Também por aí o caminho seria exaustivo, pois são vários os enquadramentos possíveis de suas intervenções, pela diversidade de contextos e conjunturas em que interveio, desde o rescaldo dos movimentos de 1968 até mais recentes perplexidades de socialistas e marxistas ante a cultura de massas, passando pelas discussões estéticas sobre ou no âmbito de movimentos culturais contemporâneos à ditadura e à transição democrática.

Incapaz de me aprofundar a contento em qualquer dessas compridas veredas escolhi realçar, como ponto de reflexão e talvez de problematização, a avaliação que suponho ter sido feita pelo próprio Carlos Nelson, a respeito do sentido da sua existência profissional, política e social. Suponho – e não só a partir do título de um dos seus livros – que ele se considerava um intelectual “contra a corrente”. Ousarei argumentar que ele foi mais do que isso: querer remar contra marés não foi impedimento, ao contrário, ajudou a que ele fosse (precisasse ser) também um intelectual de pensamento apolíneo, cujo poder de síntese fazia mentes paralisadas por dicotomias vislumbrarem novas harmonias; cujo método sóbrio sugeria equilíbrio a quem se via desesperado nas derrotas; cuja profundidade analítica incutia razão em quem se perdia nos desvãos do irracional e cuja simplicidade expositiva punha ordem em cabeças confusas, ainda que a pretensão fosse a de arrumá-las para desarrumar o mundo.

Foi assim que pude captá-lo aos poucos, mansa e processualmente, como pregava o seu incorrigível reformismo. Mesmo quando a esse reformismo o pensador acrescentava o teimoso adjetivo “revolucionário”, era o substantivo que reluzia nos seus textos. Quem se limitou a ouvi-lo, ao mesmo tempo didático e inflamado, cheio de superlativos, em palestras, conferências e debates, não acharia depois, na sua palavra escrita, um raciocínio redutor e simplista para transformar a fala em panfleto. Era forte, de modo algum aguada ou conformada, a chama ideológica que emanava da fala e do texto do reformador, mas jamais ela ameaçou queimar navios que pudessem fazer o desejo contrário à corrente navegar em mar possível. Queria reformas, mesmo que não resultassem, como também queria, em revolução; e não cria em revoluções que renegassem e revogassem reformas obtidas na paciente luta política dentro da antiga ordem.

Por inspiração de Carlos Nelson e de outros intelectuais renovadores do PCB, palavras e expressões como “via prussiana”, “transições pelo alto”, “revolução progressiva” e, principalmente, democracia tornaram-se frequentes no repertório de fala de comunistas, antes emparedado pelo vocabulário dual e meramente denotativo da luta de classes. Face à sua recentíssima e sentida ausência, talvez não seja muito educado apropriar-me assim da sua obra, a partir da influência que ela exerceu sobre mim. Mas paciência! Não posso falar de Carlos Nelson Coutinho sem denunciar esse amante inconfesso do equilíbrio e da moderação que terminou a vida nas fileiras do PSOL. Minha percepção é de que não há nisso contradição, embora pudesse haver, como em suas duas outras opções partidárias, engano.

Pois em seu otimismo de vontade buscou sempre encontrar - diria mesmo perseguir- um partido que, diferenciando-se do centro político, fosse capaz de desafiar esse centro, não, porém, para fazer do desafio ação permanente e apocalíptica e sim para fundar um novo centro, que produzisse nova harmonia, novo equilíbrio e nova ordem, mais racional, mais justa, mais democrática, originária, por sua vez, de novos e fecundos conflitos. Nessa dimensão ele foi contra a corrente que historicamente vem condenando os partidos políticos ao veredicto antecipado pela Lei de Bronze da oligarquia, de Robert Michels.

“A democracia como valor universal”, um ensaio de Carlos Nelson bastante conhecido no âmbito da esquerda brasileira, data de 1979, tempo em que ele ainda militava no PCB. Nele está presente a atitude intelectual a que me refiro, ou seja, o compromisso simultâneo com a mais acesa polêmica e com a sua conversão em novos e amplos consensos. Criticava ainda timidamente a tradição da Terceira Internacional e o marxismo-leninismo, seu produto conspícuo. Mas o fazia – e talvez daí proviesse a timidez - de uma perspectiva que incluía a esperança, que se revelou frustrada, de renovar a política de um partido extensa e intensamente marcado por aquela tradição. Esse limite não escapou ao agudo senso crítico liberal de José Guilherme Merquior, que o acusou de querer obter a quadratura do círculo ao tentar democratizar Lenin.

Ao reconhecer, em 1999, validade parcial a essa crítica, Carlos Nelson não só rendeu créditos a um liberal que respeitava, mas antes de tudo expôs sua sensibilidade autocrítica, capaz de facilitar a construção - a partir, em torno ou em oposição a suas ideias - de consensos nada óbvios, sem que haja neles facilidade eclética ou adesão oportunista. Admitir, em 1999, a pouca profundidade de sua crítica, de 1979, ao marxismo-leninismo – e mais ainda, reconhecer a pertinência desse limite ao contexto da sua inserção no PCB - não o faria contudo descuidar da crítica simétrica que seu senso de equilíbrio também dirigira, na versão original do texto, à perspectiva liberal sobre democracia.
Os vínculos entre democracia e socialismo eram para ele de tal ordem que punham sua reflexão teórica em certa dependência da possibilidade de encontrar realização empírica na ação de um partido político de nítido perfil socialista.

Em 1984, já desencantado com o PCB, mas ainda lhe dirigindo o esperançoso respeito de não considerar definitivo o seu fracasso histórico, Carlos Nelson deixava claro que a republicação de “Democracia como valor universal” tinha como objetivo contribuir para vencer o desafio de cobrir aquilo que, cinco anos após a fundação do PT, ele ainda considerava ser uma lacuna:
“alguns partidos comunistas foram capazes de empreender uma profunda renovação interna que os afastou da tradição esclerosada da Terceira Internacional (...) não foi infelizmente, pelo menos até agora, o caso do PCB (...) a modernidade brasileira exige a criação de um partido socialista, laico, democrático e de massas, capaz de recolher o que há de válido na herança do comunismo brasileiro, mas ao mesmo tempo, de incorporar as novas correntes socialistas que provém de diferentes horizontes políticos e ideológicos (...) se aceitei o convite (...) para publicar esta nova edição ampliada do meu livro foi por ter a esperança de que ele possa contribuir para ajudar alguns dos seus eventuais leitores a compreender a importância dessa tarefa: a de imaginar e construir um partido que, abandonando qualquer veleidade golpista ou vanguardista, assuma como parâmetro fundamental de sua organização interna e de sua linha política a aceitação do valor estratégico da democracia pluralista na luta pela transformação socialista de nosso País”.

Parece ter sido, pois, sem maiores ilusões que um pouco depois Carlos Nelson Coutinho iria se filiar ao PT, assim se mantendo por mais de duas décadas. Sem ilusões quanto à distância entre a realidade material daquele partido e o ideal revelado pelo texto acima, mas pleno, mais uma vez, de modéstia e de ímpeto de perseguição ao consenso, marca de sua conduta pública, cultivada como se fosse quase um valor estético. Apostava em instrumento existente num setor majoritário da esquerda real, representativo de um tipo de esquerda que lhe era até certo ponto filosoficamente estranha, mas que lhe parecia socialmente relevante e, portanto, mais capaz de produzir novo centro.

A aposta revelou, posteriormente, seu pouco rendimento, exatamente na medida do sucesso político e eleitoral do referido partido no constituir-se em centro político, porém de uma ordem conservada, que o esforço de consenso buscava mudar. Por aí pode se entender sua passagem ao PSOL: nela se revela a mesma busca, a mesma aposta, cujo rendimento talvez ele ainda achasse cedo para avaliar ou talvez avaliasse como indicativo de que ainda era cedo para desistir. Como sempre, persistiu testando seus limites, até que agora, com a morte, o limite lhe chegasse de modo definitivo.

No caso de Carlos Nelson, não apenas o ser político maduro foi, além de um intelectual contra a corrente, um perseguidor de equilíbrios novos por meio de uma razão dialética que produz consensos ao operar num debate livre de ideias conflitantes. Também assim já o fora, na juventude, o estudioso da filosofia, autor de “O estruturalismo e a miséria da razão”. Ao defender a razão dialética a partir do Lukács maduro, Carlos Nelson lançou mão de sua verve apolínea para interpelar, simultaneamente, o formalismo estruturalista e com ele toda a sorte de agnosticismos filosóficos, bem como formulações romanticamente humanistas ou existencialistas que, a pretexto de recusar a unilateralidade formalista teriam incorrido, segundo a bússola dialética do nosso autor, em unilateralidade contrária, mas simétrica.

Na crítica lukacsiana à destruição da razão pelos segundos, ele achou inspiração para denunciar uma “miséria da razão”, a que se chegava adotando o caminho trilhado pelos primeiros. Assim, mais do que contra a corrente, esmerava-se o jovem autor como um propositor de um tertius entre duas poderosas correntes concorrentes naquela passagem dos anos 60 aos 70: a do existencialismo e a do estruturalismo, com seus respectivos aliados e derivados. A atitude intelectual de explorar ao limite as possibilidades polêmicas de um tema e ao mesmo tempo divisar terrenos de diluição de dicotomias e de construção de novos “centros” poderá ser encontrada também em várias intervenções de Carlos Nelson em torno do tema da cultura brasileira. Além de no conhecido ensaio “Cultura e democracia no Brasil” mais ou menos contemporâneo de “A democracia como valor universal”, há, por exemplo, suas reflexões, publicadas em 1986, pela revista Presença, sobre a Escola de Frankfurt e a cultura brasileira, além de outros momentos em que no trato de temas afins mostra-se sua obsessão pela construção dialética de um tertius termo em torno do qual, à moda de um centro político, pudessem surgir consensos geradores de novos focos de debate e de reforma intelectual e moral.

Foi assim quando usou Gramsci para, por meio de formulações de “bom senso”, para além do senso comum, diluir a dicotomia entre “alta cultura” e “cultura popular”, que reduzia essa última à condição de folclore. Cuidava, porém, que a diluição não se tornasse empreendimento popularesco. Formava decididamente entre os que salientavam a dignidade e a nobreza da alta cultura, crendo, ao mesmo tempo, na possibilidade e na propriedade de levá-la às massas, para elevá-las.
Esse ânimo estético e político permitiu-lhe transitar de modo ao mesmo tempo crítico e simpático por temas dados a polaridades extremadas - como o tropicalismo e as telenovelas - e a apresentar de forma inteligente e não sectária até suas compreensões carregadas de sentido doutrinário, como o seu apego um tanto tradicional à ideia de construção de uma cultura nacional-popular. Mesmo aí seu pensar não entrava em contradição com sua cultura e com seu pendor cosmopolitas.

Em suma, falar do perfil intelectual de Carlos Nelson Coutinho é discorrer sobre a empreitada intelectual de um comunista reformista, crítico radical da política e político obcecado pelo centro, que executou esses seus dois desideratos com alegria e vigor de revolucionário e rigor metódico espartano. Essa é uma dimensão da saudade que ele nos deixou como complemento do seu legado.
 
TEXTO DA PALESTRA PROFERIDA NA SESSÃO ESPECIAL DEDICADA A CARLOS NELSON COUTINHO  NA ACADEMIA DE LETRAS DA BAHIA . SALVADOR BAHIA (BRASIL) , 17 DE OUTUBRO DE 2012

PAULO FÁBIO DANTAS NETO.  Professor do Departamento de Ciência Política (DCP) e do Programa de Pós-Graduação em Ciências Sociais (PPGCS), ambos da UFBA. Pesquisador do Centro de Recursos Humanos da Faculdade de Filosofia e Ciências Humanas da UFBa (CRH/FFCH/UFBa)
Membro do Conselho Acadêmico de Ensino da Universidade Federal da Bahia. Vereador de Salvador, de 1983 a 1988. Deputado Estadual da Bahia, em 1989. Secretário Municipal de Educação de Salvador, em 1994. Seus principais trabalhos: "Salvador: metrópole aquém de uma cidade politicamente autônoma" (2012) (artigo publicado na Revista Veracidade: Salvador - Bahia -Ano VIII - n.12 - p.81-95).
"Elites e Partidos: A arte das alianças em municípios da Bahia. (2010) (trabalho publicado em http://cienciapolitica.servicos.ws/abcp2010/trabalhosite/trabalhossite)
"Mudança política na Bahia: circulação, competição ou pluralismo de elites?" (2010) (capítulo de livro organizado por Hugo Cortez e J.A.Spinelli: Nordeste, 2006: os sentidos do voto: análises interpretativas dos resultados eleitorais nos estados do nordeste. Natal: EDUFRN, p. 249-281). 
"O carlismo para além de ACM: estratégias adaptativas de uma elite política estadual". (2006) (capítulo de livro organizado por Celina Souza e Paulo Fábio Dantas Neto: Governo, políticas públicas e elites políticas nos estados brasileiros. Rio de Janeiro: Revan, p. 247-286).
"Tradição, autocracia e carisma: a política de Antonio Carlos Magalhães na moderrnização da Bahia" (2006) (livro publicado pela Ed.UFMG).
"Carlismo e oposição na Bahia pós-carlista". (2003). (Trabalho publicado pela Fundação Joaquim Nabuco, Simpósio Observanordeste - Recife-PE, no site www.fundaj.gov.br)
"Surf nas ondas do tempo: do carlismo histórico ao carlismo pós-carlista" (2003), (artigo publicado na Revista Caderno CRH, Salvador, v. 39, p. 213-255).
"Realismos surpreendentes: o lugar da ação no pensamento de Antonio Gramsci e Hannah Arendt" (1999)  (artigo publicado na Caderno CRH, v. 30/31, p. 41-84).
"Espelhos na Penumbra, o enigma soteropolitano: ensaio e bloqueio da autonomia política de Salvador" (1996) (dissertação de mestrado - UFBA).