L'Utopia Meticcia di Jorge Amado - IN ITALIANO E PORTOGHESE - ESCLUSIVO -
Sergio Paulo Rouanet
Fondo Gattai/FCJA
TESTO IN ITALIANO   (Texto em portugĂ»es)

Quando a metà dell’anno 1992 invitammo la coppia Zélia Gattai e Jorge Amado a cenare con noi a Estoril, in Portogallo, io e Barbara non sospettavamo che quella sera  avremmo vissuto non solo una bella esperienza gastronomica, ma avremmo trovato anche una chiave per comprendere l’opera di Jorge. Durante la cena lui parlò di politica brasiliana e internazionale, ricorrendo con naturalezza al repertorio tematico del socialismo marxista, come alla denuncia dell’imperialismo nord-americano. Lasciava quindi intendere che continuava ad essere un uomo di sinistra, nonostante la sua rottura con il Partito. Ma con la stessa naturalezza iniziò a raccontare fatti che appartenevano ad un altro repertorio, quello della religione del Candomblé.

Non lo faceva con l’oggettività dell’etnologo, ma con l’empatia di una persona iniziata a quella religione, e l’autorità di un Obá, un alto dignitario nella gerarchia del terreiro. Non ci sorprese che un materialista convivesse così bene con il soprannaturale perché, comunque sia, chi non ha paura di passare sotto a una scala, specie  se è un venerdì 13? Ci sorprese invece che questa contraddizione non intimidisse Jorge, lui non sentiva alcuna necessità di sostituire il dualismo con il monismo, portando come esempio il fatto che i fenomeni di transe osservati nel Candomblé sono riconducibili ad una spiegazione psicanalitica. E ciò che fu ancora più scandaloso è che lui neppure cercò quelle tipiche scuse con cui la nostra povera razionalità chiede indulgenza, per le sue ricadute nell’oscurantismo, del tipo “Non credo nelle magie, ma esistono” oppure “esistono più cose tra cielo e terra, Orazio, di ciò che afferma la nostra vana filosofia.”

Io non ebbi coraggio di esprimere questa mia pretesa. E realmente era una pretesa. Compresi quanto fosse assurda quando andai a rileggere il suo libro Tenda dos Milagres. Percepii che la scena a Estoril era la riproduzione quasi esatta di un’altra scena accaduta alcune decadi prima, nel bar Perez, a Salvador, accanto alla Cattedrale. Si trattava di una chiacchierata tra Pedro Arcanjo e il professor Fraga Neto, della cattedra di Parassitologia della Facoltà di Medicina. Tra un sorso e l’altro di cachaça, il bidello e il professore avevano conversato sullo stesso tema, ovvero la compatibilità tra l’universo magico del Candomblé e il mondo della razionalità profana. Fraga Neto chiedeva come fosse possibile che un uomo come Pedro Arcanjo che aveva letto Voltaire e Boas, credesse nel Candomblé, come riuscisse a danzare e a cantare in un terreiro.  Fraga Neto aveva l’impressione che ci fossero due uomini in Arcanjo.

Colui che leggeva e scriveva libri e colui che frequentava il terreiro.  Come era possibile conciliare tante differenze, essere allo stesso tempo il “si” e il “no”? Arcanjo rispose che aveva gli Orixás nel sangue e si sentiva responsabile davanti ai suoi irmãos de santo. Le sue letture lo avevano indotto a perdere la fede. Sapeva che il soprannaturale non esiste, è solo frutto della paura e della sofferenza. Per questo era tanto materialista quanto Fraga, ma il suo materialismo non lo limitava, non comportava cioè un impoverimento. Fraga, al contrario, aveva paura che altri potessero pensare, paura di diminuire la misura del suo materialismo. No, non esistevano due persone dentro di lui. Lui era uno, bianco e nero allo stesso tempo, frutto di una mistura benedetta, che faceva di lui veramente un mulatto, Pedro Arcanjo e Ojuobá, olho de Xangô. Non c’era bisogno di dividersi in due, con un orario fissato per l’uno e per l’altro, il saggio e l’uomo.

Lui non rinnegava la scienza perchè la saggezza popolare era incompleta in sé. Se si fosse limitato a questa saggezza, avrebbe potuto sapere di tutto, ma non avrebbe individuato “come” sapere. Accade la stessa cosa ad un bambino che mangia un frutto, ne conosce il gusto, ma non sa la causa di questo gusto. Sotto questo aspetto la differenza tra Joaquim Nabuco e Jorge Amado è notevole. Nabuco è soggetto ad una “terribile instabilità” che si attribuisce all’intellettuale sudamericano, che lo condanna ad un esilio eterno, facendolo oscillare tra la saudade del Brasile quando si trova in Europa e la saudade dell’Europa quando si trova in Brasile. Nabuco è formato da due parti: il ragazzo di Massangana, legato emozionalmente al Brasile, e il diplomatico e dandy, incapace di vivere lontano da Londra e Parigi.

Jorge Amado, al contrario, si sente a casa nei due universi, quello brasiliano e quello europeo, simbolizzati dal contrasto tra il Candomblé e la scienza. Per lui la divisione sta nelle cose, nelle circostanze, non nell’anima, che è una. E’ la stessa anima che una volta danza nel Candomblé e una vota legge Voltaire. E’ per questo che Jorge Amado era così rilassato a Estoril. Lui sapeva di essere materialista, ma il materialismo non lo limitava, facendogli temere di ammettere che aveva paura, o paura di apparire un credulone. Sospetto che il materialismo di Jorge Amado non sia stato appreso nelle carte del marxismo volgare, ma, paradossalmente, nello stesso Candomblé. Il materialismo sovietico creava polarità che si basavano su una logica disgiuntiva: o questo o quello. Perciò si trattava di un materialismo intollerante.

Invece il Candomblé tende ad essere congiuntivo – non o/o, ma e/e. Contribuendo quindi ad attenuare le opposizioni tra i due piani, quello magico e quello della realtà quotidiana, grazie al gioco della logica congiuntiva, accentua più le somiglianze che le differenze e ciò predispone alla tolleranza.
Tutto ciò si adatta perfettamente a Jorge Amado. Nella fase militante, il suo dualismo era manicheista. Il mondo era diviso in due blocchi inconciliabili: il comunismo, campo del bene e il capitalismo, polo del male.  Poi il suo dualismo si fece inclusivo. Perché fare scelte radicali che escludono uno dei poli, quando è sempre possibile accogliere elementi dei due poli?  E’ ciò che finisce per percepire Dona Flor. Perché scegliere tra Teodoro e Vadinho quando i due mariti corrispondevano a lati ugualmente legittimi di una sola persona, il lato rispettabile di Dona Flor e il suo lato sensuale, il suo “si” e il suo “no”?

Dopo aver rinunciato al comunismo e con la fine della guerra fredda, Jorge percepì che non si trattava di scegliere tra il socialismo e la libertà, ma di accogliere, in una nuova sintesi, l’una e l’altra cosa. Jorge estese la sua tolleranza ecumenica fino ai villani per eccellenza, i colonnelli del cacao, la cui energia domatrice Jorge ammirava segretamente. Questo modo di guardare il mondo fece sì che lui si riconciliasse con avversari politici e ammirasse conservatori “civilizzati” come Luiz Viana Filho, Julio de Mesquita Filho e anche Antônio Carlos Magalhães.

Il predominio crescente della logica congiuntiva rinforza la credenza di Jorge Amado nelle virtù del sincretismo. Invece di rigettare la cultura dell’altro, secondo la logica disgiuntiva, lui crede che la cultura propria e altrui dovrebbero assimilarsi, sotto l’azione della logica congiuntiva.
Il movimento antropofagico del 1924 aveva affrontato il tema dell’alterità. L’Altro non doveva  essere negato, ma divorato, incorporandosi alla nostra sostanza corporale. Ciò che di valido esisteva nell’altro, sarebbe stato conservato; ciò che non era valido sarebbe stato espulso. Il movimento ebbe una nuova manifestazione di vitalità quando gli intellettuali dell’ISEB inventarono, negli anni ‘50 e ‘60 del secolo passato, un’antropofagia chiamata “riduzione sociologica”, per la quale le idee straniere valevano in Brasile solamente dopo essere state trasformate dai succhi gastrici nazionali.

Dopo vi fu una letargia, come quella che segue un pranzo abbondante. La provocazione antropofagica che si pretendeva anarchica e dadaista, divenne benpensante. L’antropofagia proseguì, ma ora era trasformata in gastronomia ufficiale, con i propri posti segnati sulla tavola e i  bicchieri di cristallo. Divenimmo tutti caetés, discendenti di quegli indios caetés che divorarono il vescovo Sardinha. Ma caetés acculturati. Continuiamo a rosicchiare un altro osso del prelato, ma è puro  atavismo. Il problema è che il tutano è finito.

Jorge Amado ci avvisa che è giunta l’ora di cambiare il paradigma, se vogliamo realmente stabilire un contatto con l’Altro. Non si tratta più di divorarlo, ma di interagire con lui affinchè possano emergere nuove sintesi con naturalità, senza increspature, senza aggressività. Sarebbe la sostituzione del cannibalismo con l’ibridazione: - sincretismo di corpi e culture. Pulsione genitale invece di oralità. Cambio di un peccato capitale con un altro, più simpatico: invece di fusione con la gola, fusione con la lussuria. E’ vero che Gabriela, amante focosa e esimia cuoca, sembrava sintetizzare i due peccati, ma ambedue convergono nella celebrazione del piacere, senza il quale non esiste sincretismo possibile.
Il ristorante di Nacib è pieno di marinai bianchi, importati dalla Svezia, agenti ideali del sincretismo baiano.

La saga di Pedro Arcanjo diventa conosciuta solo grazie all’americano James D. Levenson, Premio Nobel. La lista di amanti di Arcanjo include la finlandese Kirse, con cui Arcanjo ha un figlio di nome Oju Kekkonen: Oju come il padre, il cui nome nel Candomblé è Ojuobá, e Kekkonen, nome puramente finlandese. Il bambino da grande sarebbe divenuto re della Scandinavia o Presidente del Brasile. Nell’officina di Lidio Corró, colui che tentava di fare miracoli, c’era un manifesto firmato da Toulouse Lautrec – quello del Moulin Rouge- come diavolo era andato a finire lì? Un giorno entra nella Bottega una vecchia mondana, un tempo era stata ricchissima e aveva dissipato tutta la sua fortuna andando per il mondo e divertendosi con i gigoló. Quando vede il manifesto si entusiasma: É il Moulin! E racconta ad Arcanjo fatti “piccanti” che aveva vissuto negli hotel e ristoranti più cari dell’Europa.

Nel giorno solenne in cui uno dei figli di Arcanjo si laurea, la festa continua nel terreiro. Improvvisamente, il manifesto del Moulin Rouge prende vita. La vecchia si trasforma in una ballerina di can-can, alzando le gambe, esibendo scarpe, sottane e nastri. Le donne subito imitano il passo e gli uomini salutano l’anziana donna con inchini dovuti alle mães- de- santo perché percepiscono, dalla sua bellezza e dai suoi tratti, che la vecchia signora è una figlia di Oxun, la seduttrice. Non ci sono limiti all’apertura del Candomblé. Esso offre asilo a fuoriusciti politici, all’epoca dell' Estado Novo e riceve con alto senso di ospitalità persone quali Frate Timóteo, priore del convento benedettino.

Ogun accetta di essere il padrino di battesimo del figlio del negro Massu, durante il quale varie filhas de santo si manifestano, con grande perplessità del prete cattolico che finisce per essere identificato dallo stesso Ogun come suo figlio. Frate Timóteo celebra messa sull’altare della Vergine, in onore di Mãe Menininha, in occasione dei suoi 50 anni di sacerdozio. Aveva potuto, lei era la Regina – Madre del Brasile, al di là di tutte le divergenze di classe, di credo, di posizione politica! La prova è la danza che Jorge testimoniò a Capo Verde. Le ragazze sembravano entrare in trance come quelle di Bahia, ma la differenza è che invece di eseguire canti in onore degli Orixás in iorubá, cantavano in creolo inni politici in onore del Partito, Dio unico e onnipotente.

Non importa: gli spiriti danzano sopra e oltre le ideologie. Una delle ragioni dell’attualità di Jorge Amado viene proprio dal suo contributo al tema, oggi così incandescente, della relazione tra le culture. Amado fa una critica devastante al razzismo tradizionale, basato sulle teorie scientifiche di Gobineau e Chamberlain. Erano le teorie insegnate dal professor Nilo Argolo che arrriva al punto estremo di richiedere un apartheid per i negri brasiliani. Ma critica anche il movimento negro americano che esalta la razza negra e difende la preservazione della sua purezza. Senza peli sulla lingua, Jorge dà a questa tendenza il suo vero nome: razzismo al contrario, degno di essere abbracciato dal professor Nilo Argolo. Si indigna tanto con quella che considera una aberrazione, che non si cura nemmeno dei suoi amici stranieri più cari, come Pierre Verger e altri rispettabili padri di santo europei, perché essi avevano deciso di “ri-africanizzare” i Candomblé brasiliani, spogliandoli delle modifiche avvenute durante la sua permanenza in terre brasiliane.

Questo sarebbe stato come disfare il lavoro del sincretismo. In fondo il sogno del purista nero è trasformarsi in nero americano, di preferenza ricco. Il purismo culturale che Jorge Amado criticò sta divenendo dominante e conduce ad una ipertrofia del concetto di cultura che, agendo insieme a vecchi e nuovi nazionalismi, sta portando ad una pericolosa nuova tribalizzazione del mondo. Questa ipertrofia da un lato rende difficile il dialogo tra gli esseri umani quando li inscrive nelle totalità impenetrabili le une alle altre, e d’altra parte omogenizza le differenze dentro ogni cultura, dissimulando le sue contraddizioni interne. I diritti culturali, sempre collettivi, si stanno sempre più sovrapponendo ai diritti umani, la cui funzione è quella di proteggere l’individuo.

E tra i diritti umani, il più valido è il diritto a decentrarsi, a trascendere la propria cultura, a scegliere l’universale. E’ inutile insistere sulla rilevanza di questa analisi per un Paese come la Francia, dove un gruppo di particolarismi etnici e culturali stanno erodendo i valori repubblicani e universalisti.
Fa bene all’anima tornare a parlare di Jorge Amado. Contro il razzismo somatico e culturale, la vera soluzione è il meticciato. Non la guerra delle civiltà, nel senso di Huntington, ma l’utopia mulatta così ben analizzata da Ana Maria Machado e così ben formulata da Pedro Arcanjo: “…Conformarsi a una cultura meticcia così potente e inerente a ogni brasiliano, che alla fine diverrà questa la propria coscienza nazionale. E anche i figli di padri e madri immigrati, brasiliani di prima generazione, saranno culturalmente meticci.”  

Penso che questa utopia non sia valida solo per il Brasile, ma per il mondo intero, ogni volta piú fratturato da narcisismi rivali. Per la realizzazione di questo sogno, il Brasile, punto d’incontro di tutti i sincretismi, ha il suo contributo da dare. Il pericolo sarebbe trasformare questa intimità con l’altro in una specie di predestinazione che farebbe del popolo brasiliano l’embrione di un nuovo popolo eletto, la cui identità consisterebbe nel rigettare qualsiasi relazione con ciò che gli fosse esterno. Questa sarebbe una nuova forma di proclamare la nostra eccezionalità. Ma già è sufficiente essere stati capaci di trasformare una vergine dell’Asia Minore, Santa Barbara, in Iansã, e l’amante di un re di Castela, Maria Padilha, in Pomba Gira. Sono esempi sufficienti.

Non ci sovraccarichiamo oltre, con la missione messianica di insegnare al resto del mondo i cammini della tolleranza universale. Per fortuna in questa navigazione di lungo corso avremo l’aiuto del vecchio marinaio Jorge Amado che ha saputo temperare l’orgoglio di essere baiano con dosi salutari di cosmopolitismo.

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Traduzione in italiano di A.R.R. 

Per gentile concessione in esclusiva, per Sarapegbe, del prof. Sergio Paulo Rouanet. Testo inedito, proferito dal prof. Sérgio Paulo Rouanet il 19 marzo 2012 a Parigi presso la Université de la Sorbonne Nouvelle-Paris 3. Organizzazione: Centre de Recherches sur les Pays Lusophones (CREPAL). Matinée littéraire sul Centenario di Jorge Amado promosso in collaborazione con  Università (Paris 3) e Academia Brasileira de Letras che ha sede a Rio de Janeiro. Con la partecipazione di Ana Maria Machado (Presidente dell'Accademia Brasiliana di Lettere), Sérgio Paulo Rouanet (Accademia brasiliana di Lettere), Nelida Piñon (Accademia brasiliana di Lettere).
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TEXTO EM PORTUGĂ›ES   (Testo in italiano)

A UTOPIA  MESTIÇA DE JORGE AMADO

Sergio Paulo Rouanet
 
Quando em meados de 1992 convidamos o casal Zelia Gattai e Jorge Amado para jantar conosco, no  Estoril, Portugal, Barbara e eu não suspeitávamos de que aquela noite ia nos brindar não somente com uma bela experiência gastronômica como também com uma chave para compreender a obra de Jorge. Durante o jantar, ele falou sobre politica, brasileira e internacional, recorrendo com naturalidade ao repertório temático do socialismo marxista, como a denúncia do  imperialismo norte-americano.

Com isso, ele deixava claro que continuava um homem de esquerda, apesar de sua ruptura com o Partido. Mas com a mesma naturalidade, ele contava casos que pertenciam a outro repertório, o do candomblé, não com a objetividade do etnólogo, mas com a empatia de um iniciado, e a autoridade de um obá, de um alto dignitário  na hierarquia do terreiro. O que nos surpreendeu não foi propriamente que um materialista convivesse tão bem com o sobrenatural, porque afinal quem é que não tem medo de passar debaixo de uma escada, sobretudo numa sexta-feira 13?

O que nos surpreendeu foi que essa contradição não encabulasse Jorge, e que ele não sentisse nenhuma necessidade de substituir o dualismo pelo monismo, alegando, por exemplo, que  os fenômenos de transe e possessão observados no candomblé são redutíveis, digamos,  a uma explicação psicanalítica. E o que é ainda mais  escandaloso, ele não ensaiou sequer  as desculpas esfarrapadas com que nossa pobre razão pede indulgência para suas recaídas  no obscurantismo,  do gênero “não creio em bruxarias, mas que as há, há”,  ou “ há mais coisas entre o céu e a terra, Horácio, do que afirma  nossa vã filosofia.”

Eu não tive coragem de pôr em palavras a minha cobrança, mas era uma cobrança. E só compreendi  como ela era absurda quando fui reler Tenda dos milagres. Percebi que a cena em Estoril era a reprodução quase exata de outra cena ocorrida algumas décadas antes, no Bar Perez, em Salvador, ao lado da Catedral. Era uma conversa entre Pedro Arcanjo e o professor Fraga Neto, da cadeira de parasitologia da Faculdade de Medicina. Entre um trago e outro  de cachaça, o bedel e o professor tinham conversado sobre o mesmo tema, o da compatibilidade entre o universo mágico do candomblé e o mundo da racionalidade profana.  Fraga Neto pergunta como era possível que um homem como Pedro Arcanjo, que lera Voltaire e Boas, acreditasse no candomblé,  como podia ele prestar-se a  dançar e  cantar no terreiro? Fraga Neto tinha a impressão de que havia dois homens em Arcanjo, o que lia e escrevia livros e o que frequentava o  terreiro. Como era possível conciliar tantas diferenças, ser ao mesmo tempo o sim e o não ?

Arcanjo responde que tinha os orixás no sangue, e sentia-se responsável perante seus irmãos de santo. Suas leituras  o tinham levado a perder a crença,  e sabia que o sobrenatural não existe, é fruto do medo e do sofrimento. Por isso era tão materialista quanto Fraga, mas seu materialismo não o limitava, não significava um empobrecimento. Fraga, ao contrário,  tinha medo do que os outros  pudessem pensar, medo de diminuir o tamanho do seu materialismo.  Não, não existiam duas pessoas dentro dele. Ele era um só, branco e negro ao mesmo tempo, fruto de uma abençoada miscigenação, que fez dele um só e mesmo mulato, Pedro Arcanjo e Ojuabá, olho de Xangô. Não precisava dividir-se em dois, com hora marcada para um e outro, o sábio e o homem. Não renegava  o candomblé, porque nascera nele. Mas não podia também renegar a ciência, porque a sabedoria popular era  em si incompleta. Se se limitasse a essa sabedoria, poderia saber de tudo, mas não saberia  saber, como a criança que come uma fruta, sabe o gosto que ela tem, mas  não conhece a causa desse gosto.

É notável, nesse aspecto, a diferença entre Joaquim Nabuco e Jorge Amado. Nabuco está sujeito à “terrível instabilidade” que ele atribui ao intelectual sul-americano, que o condena ao exilio eterno, fazendo-o oscilar entre a saudade do Brasil, quando está na Europa, e à saudade da Europa, quando está no Brasil. Ele é dois, o menino de Massangana, preso emocionalmente ao Brasil, e o diplomata e dândi, incapaz de viver longe de Londres e Paris.  Jorge Amado, ao contrário, sente-se em casa nos dois universos, o brasileiro e o europeu, simbolizados pelo contraste entre o  candomblé e a ciência. Para ele, a divisão  está nas coisas, nas circunstâncias, não na alma, que é una. É a mesma alma que ora dança no candomblé, ora lê Voltaire.   

É por isso que Jorge Amado estava tão descontraído em Estoril. Ele  se sabia materialista, mas o materialismo não o limitava, fazendo-o ter medo de admitir que tinha medo, ou medo de parecer crédulo. Suspeito que o materialismo de Jorge Amado não tenha sido  aprendido nas cartilhas do marxismo vulgar, e sim, paradoxalmente, no próprio candomblé. O materialismo soviético criava polaridades que se baseavam numa lógica disjuntiva: ou isto ou aquilo. Por isso era um materialismo intolerante. Já o candomblé  tende a ser conjuntivo – não ou/ou, mas e/e. Contribuindo  para que as oposições  entre os dois planos,  o mágico e o  da realidade cotidiana,  sejam  atenuadas pelo jogo da lógica conjuntiva, ele acentua mais as semelhanças que as diferenças, e com isso predispõe para a tolerância.   

Tudo isso se ajusta como uma luva a Jorge Amado. Em sua fase militante, seu dualismo era maniqueísta: o mundo estava dividido em dois blocos irreconciliáveis, o comunismo, campo do bem, e o capitalismo, o polo do mal. Depois, seu dualismo se tornou mais inclusivo. Por que escolhas radicais, que excluem um dos polos, quando é  sempre possível acolher  elementos dos dois polos? É o que acaba percebendo D. Flor. Por que escolher entre Teodoro e Vadinho, quando os dois maridos correspondiam a lados igualmente legítimos de uma só pessoa, o  lado respeitável de D. Flor e seu lado  sensual, seu sim e seu não? Depois de renunciar ao comunismo e com o fim da guerra fria, Jorge  percebeu que  não se tratava  de escolher entre o socialismo e a liberdade, mas de acolher numa nova síntese uma e outra coisa. Jorge estendeu  sua tolerância ecumênica até aos vilões por excelência, os coronéis do cacau, cuja energia desbravadora  Jorge secretamente admirava.  Esse modo de olhar o mundo fez com que ele se  reconciliasse com adversários políticos e admirasse  conservadores “civilizados” , como Luiz  Viana Filho, Julio de Mesquita Filho e mesmo Antônio Carlos Magalhães.  

O predomínio crescente da lógica conjuntiva reforça a crença de Jorge Amado nas virtudes  do sincretismo. Em vez da rejeitar a cultura do outro, segundo a lógica disjuntiva, ele acha que a cultura própria e a alheia  deveriam assimilar-se , sob a ação da  lógica conjuntiva.
O movimento antropofágico de 1924 já havia lidado com o tema da alteridade. O outro não deveria ser negado, mas devorado, incorporando-se à nossa substância corporal. O que nele fosse válido seria guardado, o que não fosse válido seria expelido. O movimento teve uma nova manifestação de vitalidade  quando os intelectuais do ISEB inventaram, nos anos 50 e 60 do século passado,  uma antropofagia chamada redução sociológica, para a qual as ideias  estrangeiras só valeriam  no Brasil depois de transformadas pelos sucos gástricos nacionais.

Depois, foi  a letargia que se segue a uma refeição copiosa. A  provocação antropofágica, que se pretendia anárquica e  dadaísta, se tornou bem-pensante. A antropofagia prosseguiu, mas agora transformada em gastronomia  oficial,  com lugares marcados na mesa e copos de cristal. Viramos todos caetés, descendentes daqueles caetés que devoraram o bispo Sardinha. Mas caetés aculturados. Continuamos roendo um osso do prelado, mas é puro atavismo. O problema é que o tutano  acabou.

Jorge Amado nos alerta que chegou a hora de mudar de paradigma, se quisermos realmente estabelecer um contato com o Outro. Não se trata mais de devorá-lo,  mas de interagir com ele, para que novas sínteses possam emergir com naturalidade, sem crispação, sem agressividade. Seria a substituição do canibalismo pela hibridação - sincretismo de corpos e de culturas. Pulsão genital, em vez de oralidade.

Troca de um pecado capital por outro, mais simpático: em vez da fusão pela gula, fusão pela luxúria. É verdade que Gabriela, amante fogosa e exímia cozinheira, parecia sintetizar os dois pecados, mas ambos convergem na celebração do prazer,  sem o qual não há sincretismo possível.
O restaurante de Nacib está cheio de marinheiros brancos, importados da Suécia, agentes ideais do sincretismo baiano. A saga de Pedro Arcanjo só se torna conhecida graças ao americano James D. Levenson, Prêmio Nobel. A lista de amantes de Arcanjo inclui a  finlandesa Kirse, com quem Arcanjo tem um filho,  chamado Oju Kekkonen: Oju como o pai, cujo nome no candomblé é Ojuobá, e Kekkonen, nome puramente finlandês.

O menino, quando crescesse, seria rei da Escandinávia ou Presidente do Brasil.Na oficina do riscador de milagres Lidio Corró  havia um cartaz assinado por Toulouse Lautrec – era o Moulin Rouge – como diabo teria ido parar ali?  Um dia entra na Tenda uma velha mundana, a principio riquíssima, que dissipara toda a sua fortuna correndo mundo e divertindo-se com gigolôs. Quando vê o cartaz extasia-se: c´est le Moulin! E conta a Arcanjo casos picantes que ela vivera nos hotéis e restaurantes mais caros da Europa. No dia da colação de grau de um dos filhos de Arcanjo, a festa continua no terreiro. De repente, o cartaz do Moulin Rouge adquire vida. A velha transforma-se em dançarina de can-can, levantando as pernas, exibindo sapatos, anáguas, babados. As mulheres logo imitam o passo, e os homens saúdam a anciã com as reverências devidas às mães de santo, pois perceberam pelo dengue e  faceirice da velha senhora ser ela filha de Oxun, a sedutora.  

Não há limites à abertura  do candomblé. Ele ofereceu asilo a foragidos políticos, na época do Estado Novo, e recebe com hospitalidade pessoas como o frei Timóteo, prior do convento beneditino. Ogun aceitou ser padrinho de batizado do filho do negro Massu, durante o qual várias filhas de santo se manifestam, para perplexidade do padre católico, que acaba sendo identificado pelo próprio Ogun como seu  filho. Frei Timoteo celebra missa sobre o altar da Virgem, em honra à Mãe Menininha, por ocasião dos seus 50 anos de sacerdócio. Pudera, não fosse ela a Rainha-  Mãe do Brasil, acima das divergências de classe, de credo, de posição política!

A  prova é a dança que Jorge testemunhou em Cabo Verde. As moças pareciam tão possessas quanto as da Bahia, mas a diferença é que em vez de cantar em iorubá  cânticos em honra dos orixás, cantaram em crioulo hinos políticos em honra do Partido, Deus único e onipotente. Não importa: os espíritos dançam, acima e além das ideologias. Uma  das razões da atualidade de Jorge Amado vem justamente de sua contribuição para o tema, hoje tão candente, da relação entre as culturas. Amado faz uma critica devastadora do racismo tradicional, baseado nas teorias supostamente científicas de Gobineau e Chamberlain. Eram as teorias ensinadas pelo professor Nilo Argolo, que chegava ao extremo de advogar um apartheid para os negros brasileiros.

Mas critica também os partidários do movimento negro americano, que exalta a raça negra e defende a preservação de sua pureza. Sem papas na língua, Jorge dá a essa tendência seu verdadeiro nome: racismo às avessas, digno de ser encampado pelo professor Nilo Argolo. Fica tão indignado com o que considera uma aberração que não poupa sequer seus amigos  estrangeiros  mais queridos, como Pierre Verger e outros respeitáveis pais de santos europeus, porque eles tinham decidido “re-africanizar” os candomblés brasileiros, despojando-os das modificações ocorridas durante sua permanência em terras brasileiras. Ora, isso seria o mesmo que desfazer o trabalho do sincretismo. No fundo, o sonho do purista negro é transformar-se em negro americano, de preferência rico.
O purismo cultural que Jorge Amado criticou  está se tornando dominante.

Ela conduz a uma hipertrofia do conceito de cultura, que agindo em conjunção com velhos e novos nacionalismos está levando a uma perigosa retribalização do mundo. Essa hipertrofia por um lado dificulta  o diálogo entre os homens, ao inscrevê-los em totalidades impenetráveis umas às outras, e por outro lado homogeneíza as diferenças dentro de cada cultura, dissimulando suas contradições internas. Os direitos culturais, sempre coletivos, estão cada vez mais se sobrepondo aos direitos humanos, cuja função é proteger o indivíduo. E entre os direitos humanos, o mais valioso é precisamente o direito a descentrar-se, a transcender sua cultura, a escolher o universal. É ocioso insistir na relevância dessa análise para um país como a França, cujos valores republicanos e universalistas estão sendo crescentemente erodidos  por um enxame de particularismos étnicos e culturais.

Faz bem à alma, para concluir, voltar a Jorge Amado. Contra  o racismo somático e cultural, a verdadeira solução é a mestiçagem. Não a guerra das civilizações,  no sentido de Huntington, mas a utopia mulata tão bem analisada por Ana Maria Machado, e tão bem formulada por Pedro Arcanjo :  “formar-se-á uma cultura mestiça  de tal maneira poderosa e inerente a cada brasileiro que será a própria consciência nacional, e mesmo os filhos de pais e mães imigrantes, brasileiros de primeira geração, serão culturalmente mestiços.” Penso que essa utopia não é válida somente para o Brasil, mas também para o mundo, cada vez mais fraturado por narcisismos rivais.

Para a  realização desse sonho,  o Brasil, ponto de encontro de todos os sincretismos, tem sua contribuição a dar. O  perigo seria transformar essa intimidade com o outro numa espécie de predestinação, que faria do povo brasileiro o embrião de um novo povo eleito, cuja identidade consistiria na rejeição de toda identidade fixa, cujo “próprio” fosse constituído pela porosidade com relação ao que lhe fosse exterior. Seria uma nova forma de proclamar nossa excepcionalidade. Mas já basta termos sido capazes de transformar uma virgem da Asia Menor, Santa Barbara,  em Iansã, e a amante de um rei de Castela, Maria Padilha, na Pomba Gira. São  façanhas suficientes. Não nos sobrecarreguemos, além disso, com a missão messiânica de ensinar ao resto do mundo os caminhos da tolerância universal. Felizmente, nessa navegação de longo curso, teremos a ajuda do velho marinheiro,  Jorge Amado, que soube temperar o orgulho de ser baiano com doses saudáveis de cosmopolitismo.  
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Texto inédito da palestra proferida em Paris, na Sorbonne, pelo prof. Sergio Paulo Rouanet:  Matinée Litéraire, Homenagem para o Centenario de Jorge Amado. 19 de março de 2012 - Université de la Sorbonne Nouvelle-Paris 3. (Organizado por: Centre de Recherches sur les Pays Lusophones (CREPAL),  Universitè Paris 3, Academia Brasileira de Letras)  
Traduzione in italiano di A.R.R.
Sergio Paulo Rouanet. Diplomatico, filosofo, antropologo, saggista, traduttore, giornalista e scrittore. Membro dell’Academia Brasileira de Letras dal 1992. Durante il Governo Collor de Mello, venne nominato Ministro della Cultura (1991-1992), poi, con l’estinzione di questo Ministero venne  nominato Segretario della Cultura della Presidenza della Repubblica. Divenne quindi il responsabile della creazione di una importante legge brasiliana di incentivi fiscali alla cultura, la cosiddetta Lei Rouanet. La sua produzione saggistica e filosofica è estesa. In Brasile è il traduttore delle opere del filosofo tedesco Walter Benjamin, tra le quali ricordiamo il primo volume delle sue Opere scelte e L’origine del Dramma barocco tedesco, per il quale ha scritto anche la prefazione. Ha ricevuto la Medalha Goethe per il contributo alla diffusione della cultura tedesca nel mondo. Tra le sue opere ricordiamo As razões do Iluminismo (1987), O espectador noturno. A Revolução Francesa através de Rétif de la Bretonne (1988), A latinidade como parado (1999), A razão nômade: Walter Benjamin e outros viajantes (1994), Mal-estar na modernidade (2001), Os dez amigos de Freud (2003), Idéias: da cultura global à universal (2003), Criação no Brasil de uma Escola Superior de Administração Pública ([1982]/2005). Nell’area dell’Antropologia ha realizzato diversi studi approfondendo la questione etica nella ricerca antropologica attraverso l’Antropologia freudiana e l’influenza delle filosofia Fenomenologica e Ermeneutica in questi studi. Ha elaborato nel 1982 uno studio che ha infuenzato la concezione della Escola Nacional de Administração Pública (ENAP), e quella specialistica in Politiche Pubbliche e Gestione Governamentale.  Nella sua carriera diplomatica, oltre a vari ruoli ricoperti, lo ricordiamo Ambasciatore del Brasile nella Danimarca dal 1987 al 1991, Console Generale del Brasile a Berlino dal 1993 al 1996, Ambasciatore del Brasile a Praga dal 1996 al 2000.