Da Praça da Canção a Bairro Ocidental:l’iter poetico di Manuel Alegre. Testo di Giulia Lanciani- Università Roma Tre. Omaggio in Memoria della prof.a Giulia Lanciani
Antonella Rita Roscilli
TESTO IN ITALIANO   (Texto em portugûes)

L´ Instituto Camões - da Cooperação e da Língua, I.P. di Lisbona, l´Ambasciata del Portogallo a Roma e la Fundação José Saramago, tra gli altri, hanno lamentato la scomparsa di Giulia Lanciani, avvenuta il 14 novembre u.s., con queste parole: «uma brilhante académica, investigadora, tradutora e docente de Língua Portuguesa em Itália e, para várias gerações de lusitanistas e estudantes, uma referência ímpar na ligação entre os nossos dois países». Rimane alta e vasta  l´ereditá letteraria di Giulia Lanciani, lusitanista, docente,  scrittrice, filologa e critica literaria italiana, tra i piú importanti studiosi delle lingue e letterature iberiche, medievali e moderne. Fu docente di "Lingua e Letteratura Portoghese e Brasiliana" presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “Roma Tre”, creatrice della Cattedra “José Saramago". Dottore Honoris causa dell'Universidade Nova (2003) e dell’Universidade Clássica di Lisbona (2011), “Académico de honra” della Real Academia Galega, Grande Ufficiale dell’ "Ordine dell’Infante D. Henrique", ecc. Si è occupata di letteratura medievale, moderna e contemporanea, delle aree linguistico-culturali galega, portoghese e brasiliana, con studi sulla poesia lirica dei trovatori, il teatro del Cinquecento, la letteratura di viaggi, la poesia e la narrativa del Novecento. Nel 2003 le è stato conferito il Premio Nazionale di Traduzione. Ha diretto le collane da lei create, “Poeti e prosatori portoghesi” (L’Aquila), “Lusobrasilica” (Roma), “Costellazioni” (Milano). Ha pubblicato una Storia letteraria portoghese e un pro­filo critico della lette­ratura brasiliana. Ha diretto, in collaborazione con G. Tavani, il "Dicionário da Literatura Medieval Galega e Portuguesa" e una "Grammatica portoghese". E´autrice di innumerevoli studi, saggi e traduzioni che oggi costituiscono la sua importante ereditá accademica. Fu traduttrice di José Saramago, Manuel Bandeira, João Guimarães Rosa, Fernando Namora, Sophia de Mello Breyner, Rui Belo, Nu­no Júdice, Pedro Tamen,Carlos Drummond de Andrade, Jorge Amado, José Luís Peixoto, Carlos de Oliveira e tanti altri. Giulia Lanciani era entusiasta, rigorosa e colta. Vogliamo omaggiarla pubblicando questo suo saggio sul poeta portoghese Manuel Alegre pubblicato in Italia nel 2016 dalla editrice Firenze University Press. Apparirá per la prima volta anche in portoghese.

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Da Praça da Canção a Bairro Ocidental: l’iter poetico di Manuel Alegre 
di
Giulia Lanciani - Universitá Roma Tre
 
Nell’ormai lontano 1972 tradussi alcune poesie delle prime due raccolte di Manuel Alegre1 , Praça da Canção (1965) e O Canto e as Armas (1967). La sfida – perché di sfida si trattava, essendo io all’epoca una giovane lusitanista esordiente –, che mi fu lanciata dal direttore e dal redattore capo di «Il Bimestre», una rivista quadrimestrale impegnata socialmente e politicamente, e che si reggeva sugli abbonamenti e sulle collaborazioni gratuite, era di far conoscere al pubblico italiano la voce di un poeta portoghese ‘guerrigliero di pace’, questo l’appellativo che i due giornalisti usarono nella lettera di invito. Confesso che all’epoca il nome Manuel Alegre[1] mi era del tutto ignoto, e pertanto non afferrai il senso di quell’epiteto, che mi apparve allora appena uno stravagante ossimoro, e che solo dopo la lettura delle due raccolte mi fu chiaro nella sua essenza. Del resto queste prime due raccolte, cadute subito nelle fitte maglie censorie della Pide, che le aveva preventivamente sequestrate proibendone la pubblicazione, si diffusero a macchia d’olio nell’intero paese attraverso copie clandestine che circolarono manoscritte o dattiloscritte, e anche musicate da giovani cantanti divenuti più tardi famosi cantautori. In queste condizioni, non era, apparentemente, facile nel resto d’Europa accedervi.

Era certo una scrittura poetica di ribellione, di combattimento – «inno, bandiera, sogno e arma», nella calzante definizione di José Carlos de Vasconcelos –, che anticipava profeticamente (e preparava il terreno) alla rivoluzione dell’aprile del 1974: e però, quella scrittura non incitava alla rivolta violenta, sanguinosa, ma inneggiava all’incrollabile fiducia nella parola poetica come arma capace di rivoluzionare il mondo: un titolo per tutti, Poemarma. Ma perché in Italia si sentì, da parte di intellettuali impegnati, la necessità di far conoscere proprio quella voce? Erano gli anni ’70, i terribili anni di piombo, come furono definiti mutuando l’espressione dal film omonimo di Margaretha von Trotta; il nostro paese stava attraversando un momento tragico, scandito dalle attività di terrorismo politico ed eversivo, iniziate già alla fine degli anni Sessanta. La cosiddetta strategia della tensione, con le bombe alla stazione centrale e alla fiera di Milano nel 1969, e la strage di Piazza Fontana, bombe a Roma, strage di Gioia Tauro, strage di Peteano ecc. Un paese in preda alla follia della spietatezza, della barbarie.

Agli innumerevoli disperati tentativi della classe politica dell’epoca di arginare quella ferocia cieca, si sentì il bisogno, in un certo milieu culturale, di associare un’altra forma di lotta, che opponesse alla violenza delle armi la forza della parola come arma, della parola poetica, innanzitutto, poiché come dice Herberto Helder «la poesia è una forma di lotta clandestina nella dittatura del mondo». E allora, che cosa di più dirompente in questo senso di quei versi di straordinaria potenza creati da un poeta-soldato di quell’estrema spiaggia lusitana, che aveva sofferto sulla sua pelle prigione ed esilio per la causa? Versi composti da Manuel Alegre nel ‘tempo di avvento’ di una rivoluzione che sarebbe giunta pochi anni dopo. Tempo di avvento, così lo definisce Eduardo Lourenço, il quale scandisce in vari movimenti, come fosse una sinfonia in continuo divenire, la storia portoghese dalla pre-rivoluzione ad oggi. E in effetti, al di là di una mitologia personale e collettiva, che in certo senso ha velato la Storia, la rivoluzione d’aprile andrebbe vista come una lunga marcia in vari tempi. Fu certo la riconquista della libertà, come allora si diceva, che iniziava un tempo nuovo, non solo di un cambiamento formale e politico: era un cambiamento più complesso, più profondo, quello dell’immersione nella misteriosa avventura di una libertà caduta dal «cielo militare» (ancora E. Lourenço) e che era urgente riportare alla sua essenza di respirazione naturale di una società civile.

Un tempo di frattura, di passaggio di un Portogallo con cinquecento anni di storia imperiale a un Portogallo nuovamente europeo che, una volta ridestato dalla febbre rivoluzionaria, doveva cercare un altro spazio e soprattutto un altro modo di essere, convertirsi insomma ad un tempo collettivo.
Il poeta lo ha fatto e lo sta facendo, coraggiosamente, tra progressi e regressi, tra speranze e delusioni. Perché quella d’aprile fu una rivoluzione inacabada, non finita, come egli ribadisce, guardando con sospetto alle rivoluzioni ‘troppo complete’, che a suo avviso degenerano e finiscono in dittature burocratiche. E in realtà, una rivoluzione democratica è sempre in fieri, un perpetuo processo di rinnovamento e di crescita, che in quello spazio di libertà conquistato deve fare i conti ininterrottamente con una contemporaneità irta di contraddizioni, di pericoli. Manuel Alegre ha patito la tremenda esperienza della guerra coloniale in Africa, lui tra i pochi usciti vivi e senza mutilazioni dall’inferno della guerriglia nelle foreste angolane, e ha sempre avvertito l’imperativo morale della testimonianza. A rivoluzione ormai avviata e sfuggendo al rischio di rigirare il coltello nelle antiche piaghe, sceglie di rielaborare la sua personale esperienza storica utilizzando in positivo la cronistoria di un viaggio.

E nella specularità tra viaggio e poesia è riflessa anche la coscienza inquieta del poeta, che ad un certo punto volgerà la forma itinerante all’analisi e alla scoperta di se stesso. Un viaggio interiore, apparentemente stanziale, in cui la poesia sembra però emanciparsi dalla esperienza concreta della itineranza: apparentemente stanziale, dicevo, perché in effetti la poesia è essa stessa continua ‘transizione’, negazione dell’immobilità del luogo comune. E l’attenzione del poeta si volge dunque alla difficile rappresentazione dell’inabissamento nell’io («algures dentro de nós há outro espaço»), che è in fondo l’unica avventura possibile dell’uomo moderno. Alegre è uno straordinario cantore, un aedo moderno del viaggio poetico. Viaggio reale, ma anche viaggio come metafora esistenziale, immagine archetipica degli eventi fondamentali dell’esistenza. La metafora nautica, storicamente connaturata nella sua personalità, assimila gran parte della sua opera a un viaggio per mare tanto che si potrebbe applicare a lui quel che Alcinoo, re dei Feaci, dice a Odisseo «Tu hai la bellezza nelle parole e, dentro, saggi pensieri, / e il tuo racconto, come un aedo, con arte l’hai fatto». E in realtà, quando si parla di viaggio si impone sempre e prepotentemente l’analogia con l’archetipo di tutti i racconti imperniati sul nostos, il ritorno, ovvero l’Odissea, intorno alla quale i commentatori intrecciano da secoli le ipotesi più stravaganti.

Come quella in cui il reduce da Troia non avrebbe avuto una gran voglia di tornare a casa: prevedendo che in patria lo attendevano altre battaglie, Odisseo si concesse una lunga divagazione esistenziale, simile a quella, per arrivare ai giorni nostri, che Primo Levi battezzò La tregua. La tregua in quanto fase di decompressione dalla quotidianità, dalla quotidianità dell’orrore per molti, dalla banalità del quotidiano per noi tutti. Quella del viaggio, si diceva, è un tropo che presta alla letteratura il senso di un itinerario più o meno lineare che dal passato riapproda al presente, gettando retrospettivamente la sua luce sul tragitto compiuto e consacrando tutto ciò che ha incontrato nel suo percorso, dunque ritrovando quel che si è perduto o trovando un nuovo che sia diverso dal presente. Direi che l’immagine del testo-viaggio è a fondamento del patto narrativo tra Manuel Ale-gre e il lettore o l’ascoltatore (l’interlocutore), l’incontro tra viaggio e poesia, la connessione tra l’impresa del viaggio e l’impresa della parola: il viaggio della scrittura trasforma la pagina bianca in paesaggio multiforme e sulla pagina si realizza il movimento, l’erranza. Una volta ritrovata Itaca, il poeta apre ad altri spazi il suo pellegrinare, e il canto diviene l’inizio di una nuova navigazione, ora indirizzata all’analisi e alla scoperta di se stesso.

Un viaggio interiore, in cui il poeta sembra (solo poeticamente, poiché nella pratica quotidiana il suo impegno civile non è mai venuto meno) emanciparsi dall’esperienza concreta nell’intento di raggiungere la propria immagine, e che però gli ripropone la condizione inquietante del viaggio nell’ignoto, in cui egli raggiunge la smarrita consapevolezza di essere un intruso nella sua stessa dimora, e dunque in esilio perenne da sé, estraneo al suo proprio essere. Un’errabonda peregrinazione mentale nel desiderio di sapere «quem eu sou», una sorta di zattera di salvataggio nelle procelle ineludibili del contesto reale in cui era immerso. E tuttavia, la sua non è mai, nel profondo, una poetica dell’evasione, e pur avvertendo a volte in modo struggente l’anelito alla fuga dal mondo, egli lo reprime, sempre, sospinto dalla forza incontrastata di una forte tensione verso la realtà nell’esercizio di una poesia ad alto potenziale evocativo tesa a scomporre il dato reale e a ricomporlo secondo un disegno ideale. Ed è proprio dinanzi al naufragio di un paese, il suo paese, sempre più prossimo a trasformarsi in un’appendice periferica di una nazione fantasmatica, e sempre più lontano da quello che egli aveva vagheggiato e per la cui rinascita aveva generosamente sacrificato una larga parte della propria esistenza, che egli avverte la fragilità, forse l’inadeguatezza della sua pulsione creatrice ad accedere in solitudine alle porte della poesia. Come se si sentisse responsabile di non aver corrisposto, e di non corrispondere appieno a tutte le istanze e le aspettative che il suo operato, ma soprattutto il suo verbo poetico possono, o avrebbero potuto delineare, di non aver continuamente cercato una alternativa alle molte alternative e soluzioni cui egli pensava e nelle quali sperava. Comunque, la condizione umana dimostra di essere sempre più imperscrutabile nell’ordine sociale in cui gravita, per questo l’intermediazione del poeta, che si svolge a livello di scrittura, tra sé e la realtà reale, ora sembra perdere di peso e dunque di mordente.

Urge riappropriarsi (poeticamente) del mondo esterno, che sta franando sotto il peso ormai insostenibile di un imperialismo strisciante, subdolo e per questo specialmente pericoloso. Urge una parola che sia testimonianza e si levi in denuncia di una realtà manovrata da una divinità senza memoria e senza parole, se non quelle della prevaricazione, annullatrice della speranza che aveva alimentato il canto della lotta, dell’esilio. Una voce che cerchi una strategia della salvezza tra i virus della sopraffazione, dell’abuso, della vessazione, dell’ingiustizia, che insidiano e guastano gli individui, voce ancora fiduciosa di trovare negli anticorpi del verso un contrafforte difficilmente espugnabile perché commisurato all’inalienabilità del poeta. Ed ecco Bairro Ocidental: qui Manuel Alegre riprende la sua erranza, apparentemente ricominciando la navigazione dai lontani porti di Praça da Canção, ma ora con la matura consapevolezza che gli fornisce quel che ha visto, vissuto, provato, e che lo rafforza e lo conferma nella sua incrollabile fede, la parola poetica come denuncia ma anche antidoto all’umiliante recessione del Portogallo a mero accessorio di una «nação que foi Europa antes de Europa o ser». Il suo microcosmo non gli consente fughe, non ammette delazioni, non riconosce altro tribunale che non sia quello nel quale il suo ingegno e il suo talento si corroborano in un’unica forma civile della condizione umana.

Un libro che alla agevolezza comunicativa unisce una complessità contestuale, una pluralità di scenari simultanei, legati gli uni agli altri in modo da aumentare al massimo l’organicità del discorso, l’intreccio di immagini, di riflessioni, di sensazioni, e portare alla superficie l’alienazione profonda tra una realtà sognata e il cupo ritorno alla realtà concreta attuale. La potenza dirompente dei versi sembra offrire uno scudo protettivo al poeta che con drammatica coscienza di sé, e in disperata eppur feconda solitudine, analizza le cause di disfacimento di un popolo dal passato (anche recente) glorioso. La poesia di Bairro Ocidental si spinge in effetti ben oltre la frontiera di un paese, e per intenderla nella sua pienezza è necessario entrare nelle vene del testo, scoprirne le sinopie. E così essa appare chiaramente come il luogo in cui l’energia tragica di Alegre si esplica in forme di una insolita durezza, di indignazione impetuosa contro l’effettivo colpevole della rovina del mondo: il potere finanziario, che è da sempre un potere imperiale, e che in Europa significa Bruxelles, il centro decisionale del continente, il super-governo non eletto, un vero e proprio attentato alla democrazia, poiché ormai ha snaturato del tutto il principio costituzionale di ogni nazione civile. Ma che cosa ci dice ancora Bairro Ocidental? Che gli effetti di un tale stato di cose sono devastanti anche sul comportamento quotidiano, poiché presentano una realtà distorta, spietata, in cui le risorse umane trovano blocchi nei disvalori che producono estraneazione da se stessi; una realtà in cui tutto dovrebbe ruotare intorno al profitto e all’interesse materiale, come se la vita umana potesse essere ridotta al meccanicismo e al materialismo.

Di conseguenza, anche nell’agire quotidiano slealtà e infedeltà alimentano e contaminano i pensieri, le azioni, le omissioni di coloro che si propongono di fare affidamento soltanto sulla loro abilità, sulla loro esiguità e meschinità, ‘nobilitata’ dal calcolo, dalla strategia imposta dall’avidità, dalla cupidigia, dall’insidia del denaro e del potere. Il loro agire li induce a giustificare continuamente le loro azioni, tese a soddisfare la vittoria sui propri simili piuttosto che a realizzare qualcosa di generalmente utile. Una constatazione amara per il poeta rilevare che l’attitudine umana è immodificabile e difende il proprio bene contraddicendo tutte le dichiarazioni fatte in senso comunitario, arroventando lo scenario politico, il discorso collettivo, il dialogo sociale. E la sua indignazione morale si fa premonizione, assume toni apocalittici: l’incontinenza della parola denuncia e sottolinea il dispotismo di nuovo conio che privilegia la soddisfazione per quanto si ha, piuttosto che l’insoddisfazione per quanto si è avuto e si è perduto. L’appartenenza al gruppo di potere, sia esso politico, finanziario, imprenditoriale, economico, prevale su ogni altra connotazione, la vicenda sociale è fortemente condizionata da un ceto in ascesa inarrestabile, che regola l’universo mondo.

Questo stato di cose avvalora la sensazione, meglio la consapevolezza, che l’arroganza, l’artificio, l’inganno consentano maggiori occasioni di appagamento, di benessere, incrinando, stravolgendo o forse addirittura cancellando le paratie esistenti tra lecito e illecito. E la drammatica violenza di tale tendenza si estrinseca in tradimenti, frodi, smarrimenti che concorrono alla abrasione, alla ricusazione della trasgressione o del pentimento per una realtà che si è totalmente dissociata da quella conquistata con la lotta. Bairro Ocidental è un splendido libro che risillaba con esattezza, nella semplificazione e negli effetti anche psicologici da essa provocati, la realtà di un sistema che ha l’obiettivo di dominare sul mondo ed ha creato per questo regole e parametri ponendoli come assiomi. In questo spazio della negazione Manuel Alegre tuttavia si pone, fabbro paziente che non cede allo scoramento, come interprete razionale, con un potente contributo all’idea e pratica della poesia quale luogo di riscatto, di rinascita, di resurrezione, facendo valere il diritto di un popolo (di un mondo) a riconquistare la propria dignità. Di un popolo ricco di un patrimonio secolare di storia gloriosa, che il poeta, viator per eccellenza, ripercorre con un nuovo immaginario viaggio, trovando nei grandi libri del passato indicazioni utili per capire il presente, intrecciando un non meno immaginario dialogo, fiero e insieme accorato e dolente, con personaggi che quella storia hanno fatto o cantato, da Afonso de Albuquerque, simbolo delle imprese lusitane per «mares nunca antes navegados», a Camões, che attraverso Vasco da Gama, suo alter ego, quelle imprese ha epicamente celebrato, al Messaggio pessoano, richiamo ai segni del passato come speranza di un nuovo presente.

E Bairro Ocidental è, a mio avviso, il moderno Messaggio, che si propone, in nome e con la possanza della poesia, come pioniere di un nuovo giorno della storia e della cultura. La poesia di apertura della raccolta, Flor de la Mar (forse uno dei picchi di massimo afflato lirico del percorso poetico alegriano) contiene in perfetta sintesi il senso, direi, dell’intera opera di Manuel Alegre in versi:

Trago dentro de mim a nau simbólica
Flor de la Mar: navegação do espírito
Nau Nação. Aquela que se fez para fora
e se perdeu para dentro. Sou essa Nau
Memória. Talvez perdida. Talvez esquecida.
Sou essa viagem de circum-navegação
à volta do Mundo e de mim mesmo.
Nau Ideia. Sem ela nós não somos nada
não mais que um bairro perdido a Ocidente
com ela se navega mesmo se parada
só com ela se pode chegar ainda
ao que dentro de nós é sempre ausente.
Nação que foi Europa antes de Europa o ser
Flor de la Mar: quatro sílabas com que se diz
o nome do poema
e do país.

Ancora una volta un atto di ri-appropriazione poetica del mondo, che permette di scoprire nuove energie della parola in grado di opporsi ai missionari della nuova fede: basta solo «pegar no poema e disparar». Ancora una volta la poesia precede la realtà e la costituisce su un piano superiore come realtà della poesia.

Bibliografia
Alegre M. 1965, Praça da Canção, Cancioneiro Vértice, Coimbra. — 1967,
O Canto e as Armas, Nova Realidade, Tomar. — 1989a,
Jornada de África, Dom Quixote, Lisboa. — 1989b,
O Homem do País Azul, Dom Quixote, Lisboa. — 1995,
Alma, Dom Quixote, Lisboa. — 2015,
Bairro Ocidental, Dom Quixote, Lisboa

Si ringrazia la casa editrice Firenze University Press
"Da Pra
ça da Canção a Bairro Ocidental: l’iter poetico di Manuel Alegre" di Giulia Lanciani. p.57-63. In: "La spugna è la mia anima. Omaggio a Piero Ceccucci". A cura di Michela Graziani, Orietta Abbati, Barbara Gori. Studi e Saggi 158. Firenze: ed. Firenze University Press. A. 2016, 538 p.  
 


[1]   Nato ad Águeda nel 1936, frequenta la Facoltà di Giurisprudenza a Coimbra, dove partecipa alle proteste universitarie contro la dittatura di Salazar. Inviato in Angola come ufficiale, nel 1962, dirige un tentativo di rivolta contro la guerra coloniale. Tornato in Portogallo nel 1964, per ragioni politiche si esilia prima in Francia, a Parigi, e poi in Algeria, dove prosegue la lotta antifascista. Rientra in patria nel 1974, dopo la rivoluzione del 25 aprile. Ricopre vari incarichi pubblici. Attualmente è deputato del Partito Socialista e vice-presidente dell’Assembleia da República. Fine saggista, romanziere (Jornada de África, 1989; O Homem do País Azul, 1989; Alma, 1995), Manuel Alegre è soprattutto un insigne poeta che dagli esordi di Praça da Canção fino alle liriche più recenti, ha sempre ottenuto unanime consenso di pubblico e di critica, in patria e all’estero, imponendosi come uno tra i grandi poeti contemporanei del Portogallo.
 

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TEXTO EM PORTUGÛES   (Testo in italiano)

Homenagem à professora italiana Giulia Lanciani
por
Antonella Rita Roscilli


O Camões -Instituto da Cooperação e da Língua, I.P. de Lisboa, a Fundação José Saramago de Lisboa e a Embaixada de Portugal em Roma, entre outros, em 14 de novembro passado, lamentaram o falecimento de Giulia Lanciani, «uma brilhante académica, investigadora, tradutora e docente de Língua Portuguesa em Itália e, para várias gerações de lusitanistas e estudantes, uma referência ímpar na ligação entre os nossos dois países». É realmente grande o legado literário de Giulia Lanciani (1935-2018), catedrática de Língua e Literatura Portuguesa e Brasileira da Faculdade de Letras e Filosofia da Universidade Roma Tre, titular da Cátedra José Saramago da mesma universidade, Doutora Honoris Causa pela Universidade de Lisboa (2011). Filóloga,  lusitanista, escritora, especialista em literatura medieval galego-portuguesa, entre outros temas de investigação no contexto das literaturas portuguesa, brasileira e galega, desenvolveu um notável percurso académico, em particular no campo da teoria literária, da hermenêutica, da crítica genética e da tradução. Membro de honra da Real Academia Galega, foi agraciada com o Grau de Grande Oficial da Ordem do Infante D. Henrique, em 2011, condecoração atribuída pelo Presidente da República Portuguesa e muitas outras.  Dirigiu as coletaneas  "Poeti e prosatori portoghesi” (L’Aquila), “Lusobrasilica” (Roma), “Costellazioni” (Milano), criadas por ela mesma. E´autora de inúmeros estudos, ensaios e traduções que hoje constituem seu importante legado acadêmico. Foi tradutora das obras de Manuel Bandeira, João Guimarães Rosa, Fernando Namora, Sophia de Mello Breyner, Rui Belo, Nu­no Júdice, Pedro Tamen,Carlos Drummond de Andrade, Jorge Amado, José Luís Peixoto, Carlos de Oliveira. Homenagemos a memória da professora Giulia Lanciani com a publicação deste ensaio dela sobre o poeta português Manuel Alegre. Foi por nós traduzido para o português e já apareceu em italiano publicado pela editora Firenze University Press. 

                                                                 

De Praça da Canção até Bairro Ocidental: o caminho poético de Manuel Alegre
por
Giulia Lanciani - Università Roma Tre
No longínquo ano de 1972 traduzi alguns poemas das duas primeiras coleções de Manuel Alegre[1], Praça da Canção (1965) e O Canto e como Armas (1967). O desafio - porque de desafio se tratava, uma vez que, na época, eu era ainda uma jovem lusitanista principiante - me foi lançado pelo gerente e editor-chefe do II Bimestre, uma revista trimestral engajada social e politicamente, e que se sustentava graças a assinaturas e colaborações livres. Era para o público italiano conhecer a voz de um poeta português 'guerrilheiro de paz', este é o apelido que os dois repórteres utilizavam na carta convite. Confesso que naquele momento o nome de Manuel Alegre era ainda para mim desconhecido. Portanto, não entendi o significado daquele epíteto, que me pareceu apenas um oximoro extravagante, e que só entendi em sua essência depois de ler os  dois livros.  Além disso, essas duas primeiras coleções, tinham  imediatamente caído na densa malha de censura Pide, que já as havia apreendido proibindo a sua publicação. Mas elas se espalharam como fogo em todo o país através de cópias ilegais que circulavam manuscritas ou datilografadas, e também através da música de jovens cantores que mais tarde se tornariam famosos compositores. Sendo estas as condições, não foi fácil acessá-las no resto da Europa.

Foi certamente uma escrita poética de rebeldia, de luta -"hino, bandeira, sonho e arma" na definição adequada de José Carlos de Vasconcelos- que profeticamente antecipou (e preparou o terreno) para a revolução de abril de 1974. Ainda assim essa escritura não incitava a uma violenta e sangrenta revolta, mas elogiava a confiança inabalável na palavra poética como uma arma capaz de revolucionar o mundo: um título para todos, Poemarma. Mas por que na Itália os intelectuais sentiram a necessidade de tornar essa voz conhecida? Estávamos nos  anos 70, os terríveis anos de chumbo, como foram definidos por meio dó empréstimo do filme homônimo de Margareth von Trotta; nosso país passava por um momento trágico, marcado pelas atividades de terrorismo político e subversivo, que começaram já no final dos anos sessenta. A chamada estratégia de tensão, com bombas na estação principal e da feira de Milão em 1969, o massacre de Piazza Fontana, bombas em Roma, massacre de Gioia Tauro, massacre de Peteano, etc. Um país vítima da insensatez, da crueldade, da barbárie. Ao lado  das muitas tentativas desesperadas de políticos para conter a ferocidade cega, se ouviu a necessidade, no meio cultural, de associar uma outra forma de luta, que pudesse opor à violência de armas a força da palavra como arma, da palavra poética, acima de tudo porque, como diz Herbert Helder, "a poesia é uma forma de luta clandestina na ditadura do mundo". Então, neste sentido, o que podia existir de mais perturbador que esses  versos de energia extraordinária criados por uma poeta-soldado daquela longínqua praia lusitana, e que tinha sentido na própria pele  prisão e exílio em nome da causa? Versos compostos por Manuel Alegre no 'tempo do advento' de uma revolução que viria alguns anos depois.

Tempo do advento, assim definido por Eduardo Lourenço, que escandia em vários movimentos, como fosse uma sinfonia em constante evolução, a história portuguesa desde a pré-revolução até hoje em dia. E, de fato, além de uma mitologia pessoal e coletiva, que de certa forma tem ofuscado a História, a revolução de abril deve ser vista como uma longa marcha em vários tempos. Foi certamente a reconquista da liberdade, como se dizia naquela época, que um novo tempo começava, não apenas uma mudança formal e política: era uma mudança mais complexa e profunda, a da imersão na misteriosa aventura de uma liberdade caída do «céu militar» (novamente E. Lourenço) e era urgente trazer de volta a sua essência de respirar natural de uma sociedade civil. Um tempo de fratura, de passagem de um Portugal com quinhentos anos de história imperial para um Portugal novamente Europeu que, uma vez despertado pela febre revolucionária, teve que procurar outro espaço e acima de tudo outro jeito de ser, se converter, em suma, em tempo coletivo. O poeta fez isso e está fazendo isso bravamente, entre progresso e regressão, entre esperanças e decepções. Porque a de abril foi uma revolução Inacabada, não acabada, como ele dizia, olhando de soslaio para as revoluções "completas demais", que degeneram e terminam sendo ditaduras burocráticas. E, de fato, uma revolução democrática está sempre em andamento, sendo um processo contínuo de renovação e crescimento. Na área da liberdade conquistada tem que lidar constantemente com uma contemporaneidade sempre cheia de contradições, de perigos. Manuel Alegre sofreu a terrível experiência da guerra colonial em África, foi entre os poucos que saíram vivos  e sem mutilação  do inferno da guerrilha nas florestas angolanas, e sempre advertiu o imperativo moral do testemunho.

Com a revolução agora iniciada e fugindo do risco de revirar a faca nas feridas antigas, opta por recriar a sua experiência histórica pessoal usando positivamente a história de uma viagem. E´ na especularidade entre a viagem e a poesia que também se reflete a consciência inquieta do poeta que, em algum momento, transformará a forma itinerante em análise e descoberta de si mesmo. Uma viagem interior, aparentemente permanente, em que a poesia parece, no entanto, emancipar-se da experiência concreta do itinerante: aparentemente resolvida, eu disse, porque na verdade a poesia é ela mesma 'transição' contínua, negação da imobilidade do lugar-comum. E a atenção do poeta volta-se, portanto, à difícil representação do mergulhar  no eu ("algures dentro de nós, outro espaço"), que é basicamente a única aventura possível do homem moderno. Alegre é um cantor extraordinário, um aedo moderno da viagem poética. Uma viagem real, mas também viagem como metáfora existencial, uma imagem arquetípica dos eventos fundamentais da existência. A metáfora náutica, historicamente enraizada na sua personalidade, assimila muito do seu trabalho em uma viagem por mar, tanto que se poderia  aplicar a ele o que Alcinoo, rei dos Feaci, diz para Ulisses: "Você tem a beleza nas palavras e, no interior, pensamentos sábios, / e sua história, como um aedo, você preparou com arte».

E, de fato, ao falar sobre a viagem é sempre com força que se impõe a analogia com o arquétipo de todas as histórias focadas em Nostos, ou retorno, ou seja a Odisséia, em torno do qual os comentaristas entrelaçam há  séculos as hipóteses mais extravagantes. Como aquela em que o veterano de Tróia não teria tido um grande desejo de voltar para casa por saber que em pátria outras batalhas estavam esperando por ele. Odisseu se concedeu uma longa pausa existencial, semelhante àquela que, em nossos tempos, o Primo Levi batizou de trégua. A trégua enquanto fase de descompressão da vida cotidiana, do cotidiano do horror para muitos, da banalidade do cotidiano para todos nós. A viagem, foi dito, é um tropo que empresta à literatura o sentido de uma rota mais ou menos linear que emerge do passado para o presente, jogando sua luz sobre a rota tomada e consagrando tudo que encontrou em seu caminho, encontrando novamente o que foi perdido ou encontrando um novo que é diferente do presente. Eu diria que a imagem do texto-viagem é o fundamento do pacto narrativo entre Manuel Alegre e o leitor ou ouvinte (o interlocutor), o encontro entre viagem e poesia, a conexão entre a organização da viagem e o empreendimento da palavra: a viagem da escrita transforma a página branca em uma paisagem multifacetada e na página se realiza o movimento, a errância.

Uma vez que Ítaca é re-descoberta, o poeta abre sua peregrinação para outros espaços, e o canto se torna o começo de uma nova navegação, agora endereçada à análise e à descoberta de si mesmo. Uma viagem interior, em que o poeta parece (somente poeticamente, pois na pratica cotidiana seu compromisso civil nunca falhou) emancipar-se a partir da experiência concreta, a fim de atingir a sua própria imagem, mas que propõe a ele a condição inquietante da viagem para o desconhecido, em que ele atinge a consciência perdida de ser um intruso em sua própria morada e, portanto, em exílio perene de si mesmo, quer dizer alheio ao seu próprio ser. Uma peregrinação mental no desejo de saber "quem eu sou", uma espécie de salva-vidas no inevitável procelo do contexto real em que estava imerso. E no entanto a sua, nunca é, no fundo, uma poética da evasão e, mesmo advertindo às vezes de forma pungente o desejo de escapar do mundo, ele o reprime, sempre impulsionado pela força indiscutível de um impulso poderoso para a realidade no exercício de um poema com alto potencial evocativo, visando quebrar o dado real e remontá-lo de acordo com um projeto ideal.

E é justamente diante do naufrágio  de um país, o seu país, sempre perto de se tornar um apêndice periférica de uma nação fantasma, e mais e mais longe do que ele tinha imaginado, e cujo ressurgimento tinha generosamente sacrificado grande parte de sua própria existência, que ele sente a fragilidade, talvez a inadequação de seu impulso criativo para acessar em solidão às portas da poesia. Como se ele se sentisse responsável por não ter correspondido, e não cumprir plenamente com todos os pedidos e expectativas que seu trabalho, mas acima de tudo seu verbo poético pode, ou poderia ter delineado, de não ter buscado continuamente uma alternativa às muitas alternativas e soluções para as quais ele pensava e nas quais ele esperava. No entanto, a condição humana revela-se ser cada vez mais impenetrável na ordem social em que gravita, por isso a mediação do poeta, que acontece a  nível de escrita, entre si e a realidade real, agora parece estar a perder peso e, portanto, mordaz. É urgente se re-apropriar (poeticamente) do mundo externo, que está entrando em colapso sob o peso agora insustentável de um imperialismo rastejante, furtivo e, portanto, particularmente perigoso.

Precisa urgentemente de uma palavra que seja testemunho e denuncie uma realidade manipulada por uma divindade sem memória e sem palavras, a não serem as da prevaricação, cancelando a  esperança que tinha alimentado a canção de luta, do exílio. Uma voz que procure  uma estratégia de salvação entre os vírus da opressão, abuso, assédio, injustiça, que minam e quebram os indivíduos, voz ainda confiante em encontrar nos anticorpos do verso um contraforte quase inexpugnável pois proporcional à inalienabilidade do poeta. Eis Bairro Ocidental: aqui Manuel Alegre retomou suas andanças, aparentemente começando a navegação, dos portos de Praça da Canção, mas agora com uma consciência madura que lhe dá tudo o que já tem visto, vivido, sentido e que o fortalece e o confirma em sua fé inabalável, a palavra poética como denúncia, mas também um antídoto à recessão humilhante de Portugal ao mero acessório de uma "nação que foi Europa antes de Europa o ser". Seu microcosmo não lhe permite escapar, não admite atrasos, não reconhece outro tribunal que não seja aquele em que seu talento e engenho sejam apoiados em uma única forma civil da condição humana. Um livro que combina facilidade comunicativa e complexidade contextual, uma pluralidade de cenários simultâneos, relacionados entre si de tal forma a maximizar a natureza orgânica do discurso, o entrelaçamento de imagens, pensamentos, sentimentos, e trazer para a superfície a profunda alienação entre a realidade sonhada e o retorno sombrio à realidade concreta atual.

O poder explosivo dos versos parece oferecer um escudo protetor ao poeta que, com a auto-consciência dramática, e na solidão desesperada, ainda frutífera, analisa as causas da decadência de um povo do passado (mesmo recente) glorioso. A poesia do Bairro Ocidental vai muito além da fronteira de um país, e para compreendê-la em sua plenitude é necessário entrar nas veias do texto, para descobrir as sinopias. E assim ela aparece claramente como o lugar onde a energia trágica de Alegre é expressa na forma de uma dureza incomum, indignação impetuosa contra o verdadeiro culpado da ruína do mundo: o poder financeiro que tem sido sempre um poder imperial, e que na Europa, significa Bruxelas, o centro de tomada de decisões do continente, o super-governo não eleito, um verdadeiro ataque à democracia, já que agora distorceu completamente o princípio constitucional de toda nação civilizada. Mas o que nos diz ainda Bairro Ocidental? Que os efeitos de um tal estado de coisas também estragam o comportamento diário, uma vez que apresentam uma realidade distorcida, cruel, em que os recursos humanos encontram bloqueios nos desvalores que produzem estranhamento de si mesmos; uma realidade em que tudo deveria girar em torno do lucro e do interesse material, como se a vida humana pudesse ser reduzida ao mecanismo e ao materialismo.

Conseqüentemente, também no agir cotidiano  deslealdade e infidelidade alimentam e contaminam os pensamentos, ações, omissões daqueles que pretendem confiar apenas em suas habilidades, sua pequenez e mesquinhez 'enobrecida' do cálculo, os conjuntos de estratégia da ganância, ganância, a armadilha do dinheiro e poder. Seu agir os leva a justificar continuamente suas ações, visando satisfazer a vitória sobre seus companheiros, em vez de alcançar algo geralmente útil. A constatação amarga para o poeta é observar que a atitude humana é imutável e defende o seu próprio bem contradizendo todas as declarações feitas no sentido da comunidade, movendo o cenário  político, o discurso coletivo, o diálogo social. E sua indignação moral torna-se premonição, assume tons apocalípticos: a incontinência da palavra denuncia e enfatiza o despotismo recém criado que incide sobre a satisfação pelo que se tem, em vez de insatisfação pelo que se tinha e que se perdeu. O pertencimento ao grupo de poder, seja ele político, financeiro, negócio, economia, prevalece sobre qualquer conotação, o assunto social é fortemente influenciado por uma irresistível ascensão na classe, que regula o universo mundo. Este estado de coisas reforça a sensação, ou melhor a consciência de que a arrogância, artifício, engano, permitem mais oportunidades de realização, bem-estar, rachaduras, distorcendo ou até mesmo apagando as anteparas existentes entre legal e ilegal.

E a violência dramática desta tendência se manifesta em traições, fraude, perdas que contribuem para a abrasão, a desqualificação da transgressão ou do arrependimento para uma realidade que é totalmente dissociada daquela  conquistada com a luta. Bairro Occidental é um livro maravilhoso que propõe, na simplificação e nos efeitos psicológicos causados ​​por ela, a realidade de um sistema que visa dominar o mundo e criou por isso regras e parâmetros, colocando-os como axiomas. Neste espaço de negação Manuel Alegre, no entanto, surge, ferreiro paciente que não cede ao desânimo, como um intérprete racional, com um poderoso contributo para a idéia e a prática da poesia como um lugar de redenção, renascimento, ressurreição, reivindicando o direito de um povo (de um mundo) para recuperar sua dignidade. Como um povo rico em uma herança de séculos de história gloriosa, o poeta, viator por excelência, revive uma nova viagem imaginária, encontrando nos grandes livros do passado indicações úteis para compreender o presente, tecendo um diálogo não menos imaginário, orgulhoso e ao mesmo tempo sincero e doloroso, com personagens que fizeram ou cantaram aquela história, desde Afonso de Albuquerque, símbolo das empresas lusitanas para "mares nunca antes navegados" a Camões que, através de Vasco da Gama, seu alter ego, essas empresas as celebrou, à mensagem pessoana, uma referência aos sinais do passado como a esperança de um novo presente.

E Bairro Ocidental é, na minha opinião, a Mensagem moderna, que se propõe, em nome e com o poder da poesia, como pioneira de um novo dia na história e na cultura. O poema de abertura da coleção Flor de la Mar (talvez um dos picos máximos de inspiração lírica do caminho poético alegriano) contém em síntese perfeita, digamos, o sentido da inteira obra de Manuel Alegre em versos:

Trago dentro de mim a nau simbólica
Flor de la Mar: navegação do espírito
Nau Nação. Aquela que se fez para fora
e se perdeu para dentro. Sou essa Nau
Memória. Talvez perdida. Talvez esquecida.
Sou essa viagem de circum-navegação
à volta do Mundo e de mim mesmo.
Nau Ideia. Sem ela nós não somos nada
não mais que um bairro perdido a Ocidente
com ela se navega mesmo se parada
só com ela se pode chegar ainda
ao que dentro de nós é sempre ausente.
Nação que foi Europa antes de Europa o ser
Flor de la Mar: quatro sílabas com que se diz
o nome do poema
e do país.

Mais uma vez, um ato de re-apropriação poética do mundo, que nos permite descobrir novas energias da palavra capaz de se opor aos missionários da nova fé: tudo o que é necessário é "pegar no poema e disparar". Mais uma vez, a poesia precede a realidade e a constitui em um plano superior como uma realidade da poesia.
 
Bibliografia
Alegre M. 1965, Praça da Canção, Cancioneiro Vértice, Coimbra. — 1967,
O Canto e as Armas, Nova Realidade, Tomar. — 1989a,
Jornada de África, Dom Quixote, Lisboa. — 1989b,
O Homem do País Azul, Dom Quixote, Lisboa. — 1995,

Tradução do italiano para o português de A.R.R.

Agradecemos a editora italiana Firenze University Press
"Da Praça da Canção a Bairro Ocidental: l’iter poetico di Manuel Alegre" di Giulia Lanciani. p. 57-63. Extraído de: "La spugna è la mia anima. Omaggio a Piero Ceccucci". Michela Graziani, Orietta Abbati, Barbara Gori (curadoria). Studi e Saggi 158.  Firenze: ed. Firenze University Press. A. 2016, 538 p.  (da pag. 57 a pag. 63)

 



[1]  Nascido em Águeda em 1936, freqüentou a Faculdade de Jurisprudência em Coimbra, onde participou nas lutas contra a ditadura de Salazar. Enviado para Angola como oficial em 1962, dirigiu uma tentativa de revolta contra a guerra colonial. Retornando a Portugal em 1964, por razões políticas exilou-se primeiro na França, em Paris, e depois na Argélia, onde continuou a luta antifascista. Retornou à sua terra natal em 1974, após a revolução de 25 de abril. Ocupou vários cargos públicos. Atualmente é membro do Partido Socialista e vice-presidente da Assembléia da República. Ensaísta fino, romancista (Jornada de África, 1989; O Homem do País Azul, 1989, Alma, 1995), Manuel Alegre é especialmente um grande poeta, que desde Praça da Canção, até a ópera mais recente, tem sempre obtido consentimento unânime de público e críticas, no país e no estrangeiro, impondo-se como um dos grandes poetas contemporâneos de Portugal.